Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37042 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 16/02/2021, dep. 26/11/2021), n.37042

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26232-2019 proposto da:

O.E., rappresentato e difeso dall’avv. ROBERTO RICCIARDI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS) IN PERSONA DEL MINISTRO

PRO-TEMPORE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1674/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 22/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/02/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO,

che lo rappresenta e difende;

avverso la sentenza n. 691/2019 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 09/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/02/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

RITENUTO

che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– il Tribunale di Napoli confermò la decisione della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che aveva disatteso la domanda di protezione avanzata da O.E. e la Corte d’appello rigettò l’appello di quest’ultimo;

– il richiedente aveva narrato di essere fuggito dalla (OMISSIS) ((OMISSIS)) perché perseguitato da una gang, poiché a seguito di una lite ne aveva ferito un componente; gang che aveva ucciso un suo cugino e violentato la sorella;

– la Corte aveva giudicato la narrazione inattendibile per il convergere di una pluralità di ragioni (il dichiarante non aveva saputo indicare il nome della gang, nonostante che il parroco, che lo aveva aiutato nel frangente, lo conosceva e nonostante la polizia avesse chiuso le indagini sull’omicidio del cugino; era caduto in contraddizione sulla festa alla quale aveva partecipato, ricollegata all’evento; non aveva fornito plausibile spiegazione a riguardo della fuga tardiva, avvenuta dopo quattro mesi dal fatto; non era verosimile che lo avesse aiutato per il denaro uno sconosciuto avvicinato in chiesa); veniva, poi, escluso il ricorrere dei presupposti della protezione sussidiaria, stante che dalla COI aggiornate consultate non era dato concludere per una situazione di violenza diffusa e incontrollata in (OMISSIS); infine, il richiedente non aveva allegato alcuna condizione di specifica vulnerabilità, tale da integrare il presupposto per il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria, dovendosi escludere sussistenza d’effettiva integrazione per il solo fatto che l’istante avesse svolto in Italia per un brevissimo periodo un lavoro a tempo determinato;

Diritto

RITENUTO

che il richiedente ricorre sulla base di tre censure avverso il decreto e che il Ministero dell’Interno è rimasto intimato;

considerato che il primo motivo, con il quale il ricorrente lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, omesso esame di circostanze decisive, violazione del dovere di cooperazione istruttoria, in relazione al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, per non avere la Corte locale, avvalendosi dei propri poteri istruttori, acquisito le necessarie informazioni, che avrebbero confermato le dichiarazioni del richiedente; che il secondo motivo, con il quale il medesimo lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 10 Cost., comma 3, art. 3 direttiva 2011/95/UE, nonché, in subordine, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, per essere stato negato il diritto alla protezione umanitaria; che il terzo motivo, con il quale il richiedente prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., in elazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per non avere tenuto conto della condizione di violenza e sottosviluppo che domina i Paesi africani, non superano la soglia dell’ammissibilità, valendo quanto segue:

– la prospettata violazione dei parametri che la giurisprudenza traduce nella formula “onere della prova attenuato”, è inammissibile poiché priva di specifica attitudine censuratoria, essendosi il ricorrente limitato a riportare taluni dei principi regolanti la materia, senza, tuttavia, individuare quali siano state le concrete ricadute della dedotta violazione di legge, nel mentre la dedotta apparenza motivazionale non è qui ipotizzabile a mente del n. 5 dell’art. 360 c.p.c.;

– il Giudice del merito risulta aver deciso applicando il principio enunciato da questa Corte, la quale ha avuto modo di chiarire che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria; il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6, n. 18306, 08/07/2019, Rv. 654719);

– piuttosto palesemente le critiche sono rivolte al controllo motivazionale, in spregio al contenuto del vigente art. 360, c.p.c., n. 5 difatti, invece che porre in rilievo l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo o l’assenza di giustificazione argomentativa della decisione, con le stesse il ricorrente, contrappone al ragionato esame della Corte il proprio avverso convincimento;

– quanto al diritto alla protezione umanitaria il motivo, ancora una volta inammissibilmente, per un verso insiste nel perorare l’attendibilità della narrazione e, per altro verso, si duole, senza apporto di specifica critica censuratoria, dell’omesso esercizio del potere d’indagine officiosa del giudice, nonostante la decisione abbia escluso che il ricorrente avesse anche solo allegato una situazione di vulnerabilità meritevole di protezione umanitaria, salvo la brevissima, e scrutinata, esperienza lavorativa;

considerato che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato non esservi luogo statuizione sulle spese poiché il Ministero non ha svolto difese in questa sede;

considerato che sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto;

che di recente questa Corte a sezioni unite, dopo avere affermato la natura tributaria del debito gravante sulla parte in ordine al pagamento del cd. doppio contributo, ha, altresì chiarito che la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione spetta al giudice del rinvio ovvero – per le ipotesi di definizione del giudizio diverse dalla cassazione con rinvio (come in questo caso) – al giudice che ha pronunciato il provvedimento

impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136 per la revoca dell’ammissione (S.U. n. 4315, 20/2/2020).

PQM

dichiara il ricorso inammissibile.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 16 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

 

 

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