Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37041 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 16/02/2021, dep. 26/11/2021), n.37041

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25386-2019 proposto da:

O.F., rappresentato e difeso dall’avv. VINCENZINA

SALVATORE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS) IN PERSONA DEL MINISTRO

PRO-TEMPORE;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di NAPOLI, depositata il 23/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/02/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

RITENUTO

che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– il Tribunale di Napoli confermò la decisione della competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, che aveva disatteso la domanda di protezione avanzata da O.F.;

– il richiedente aveva narrato di essere di fede (OMISSIS), nato e cresciuto a (OMISSIS), andato poi a vivere in (OMISSIS) e successivamente (2015) trasferitosi in (OMISSIS), mentre suo fratello maggiore viveva a (OMISSIS) e la madre a (OMISSIS); allontanatosi per lavoro, al suo ritorno aveva trovato il villaggio distrutto e la moglie e i figli uccisi in un attacco del gruppo terroristico di (OMISSIS); si era deciso a espatriare poiché i parenti della moglie, che ne rivendicavano il corpo, lo ritenevano responsabile dell’accaduto, stanne i compagni di lavoro, quali pensavano che fosse un accolito del gruppo terroristico; non aveva scelto di farsi proteggere dalla polizia perché sarebbe stato inutile;

– il Tribunale aveva giudicato la narrazione inattendibile per il convergere di una pluralità di ragioni (la notizia di quell’attentato, riportata ampiamente dai mezzi di comunicazione, era di dominio pubblico e, peritano, chiunque avrebbe potuto utilizzarla; non era dato comprendere perché i parenti della moglie avrebbero dovuto accusarlo per la morte di costei, quando era noto dalle informazioni di stampa che si era trattato di un attentato del gruppo terroristico capeggiato da (OMISSIS); non era dato comprendere neppure perché i colleghi di lavoro, che pure lo sapevano (OMISSIS), avrebbero potuto sospettarlo; infine, nato e vissuto a (OMISSIS) e in (OMISSIS), non era dato comprendere perché avrebbe dovuto tornare in (OMISSIS)); veniva, poi, escluso il ricorrere dei presupposti della protezione sussidiaria, stante che dalla COI aggiornate consultate non era dato concludere per una situazione di violenza diffusa e incontrollata in (OMISSIS) e (OMISSIS); infine, il richiedente non aveva allegato alcuna condizione di specifica vulnerabilità, tale da integrare il presupposto per il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria;

ritenuto che il richiedente ricorre sulla base di tre censure avverso il decreto e che il Ministero dell’Interno è rimasto intimato;

considerato che il primo motivo, con il quale il ricorrente lamenta violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, lett. a), art. 1, art. 2, comma 1, lett. e) e d) e art. 7, D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 2, comma 1, lett. d) e art. 8 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per non avere il Tribunale motivato autonomamente sul caso, essendosi limitato a riportare la motivazione della Commissione, senza approfondire l’istruttoria; che il secondo motivo, con il quale il medesimo lamenta violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 4 e 14, in elazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per essere stato negato il diritto alla protezione sussidiaria, nonostante la grave instabilità del Paese d’origine e la diffusa violazione in esso dei diritti fondamentali; che il terzo motivo, con il quale il richiedente prospetta violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 32, comma 3, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonché omessa motivazione e nullità, in relazione all’art. 132 c.p.c., n. 4 e all’art. 360 c.p.c., n. 4, non superano la soglia dell’ammissibilità, valendo quanto segue:

– la prospettata violazione dei parametri che la giurisprudenza traduce nella formula “onere della prova attenuato”, è inammissibile poiché priva di specifica attitudine censuratoria, essendosi il ricorrente limitato a riportare taluni dei principi regolanti la materia, senza, tuttavia, individuare quali siano state le concrete ricadute della dedotta violazione di legge, nel mentre la dedotta apparenza motivazionale non è qui ipotizzabile a mente del n. 5 dell’art. 360 c.p.c., peraltro neppure evocato;

– il Giudice del merito risulta aver deciso applicando il principio enunciato da questa Corte, la quale ha avuto modo di chiarire che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria; il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6, n. 18306, 08/07/2019, Rv. 654719);

– piuttosto palesemente le critiche sono rivolte al controllo motivazionale, in spregio al contenuto del vigente art. 360 c.p.c., n. 5 difatti, invece che porre in rilievo l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo o l’assenza di giustificazione argomentativa della decisione, con le stesse il ricorrente, contrappone al ragionato esame del Tribunale il proprio avverso convincimento;

– quanto al diritto alla protezione umanitaria il motivo, ancora una volta inammissibilmente, per un verso insiste nel perorare l’attendibilità della narrazione e, per altro verso, si duole, senza apporto di specifica critica censuratoria, dell’omesso esercizio del potere d’indagine officiosa del giudice, nonostante la decisione abbia escluso che il ricorrente avesse anche solo allegato una situazione di vulnerabilità meritevole di protezione umanitaria.

Diritto

CONSIDERATO

che, di conseguenza, siccome affermato dalle S.U. (sent. n. 7155, 21/3/2017, Rv. 643549), lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1, , da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348-bis c.p.c. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”;

considerato non esservi luogo statuizione sulle spese poiché il Ministero non ha svolto difese in questa sede;

considerato che sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto;

che di recente questa Corte a sezioni unite, dopo avere affermato la natura tributaria del debito gravante sulla parte in ordine al pagamento del cd. doppio contributo, ha, altresì chiarito che la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione spetta al giudice del rinvio ovvero – per le ipotesi di definizione del giudizio diverse dalla cassazione con rinvio (come in questo caso) – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136 per la revoca dell’ammissione (S.U. n. 4315, 20/2/2020).

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 16 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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