Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3704 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. II, 07/02/2022, (ud. 02/12/2021, dep. 07/02/2022), n.3704

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23784/2018 proposto da:

T.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE DELLE

BELLE ARTI 3, presso lo studio dell’avvocato MANUELA TRALDI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELE GIUSEPPE

VIETTI, giusta procura in calce al controricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente incidentale a debito –

avverso la sentenza n. 4288/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 28/06/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/12/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto

Procuratore Generale, Dott. PEPE Alessandro, che ha concluso per il

rigetto di entrambi i ricorsi;

Lette le memorie delle parti;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale, Dott. PEPE Alessandro, che ha concluso conformemente alle

memorie scritte;

Sentiti gli avv. T.S., per delega dell’avvocato Michele

Giuseppe Vietti, e l’avv. Manuela Traldi per il ricorrente

principale e l’Avvocato Marrone per il Ministero dell’Economia e

delle Finanze.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. L’avv. T.S. ha adito il Tribunale di Roma, esponendo di aver ricevuto incarico dall’Ispettorato Generale per la liquidazione degli Enti Disciolti del Ministero del Tesoro, ora Ministero dell’economia e delle finanze, per le attività di difesa svolte in un rilevante numero di controversie civili, penali ed amministrative riguardanti enti pubblici in liquidazione; che, con convenzione del 19.9.2000, le parti avevano stabilito un compenso in favore del ricorrente pari agli onorari massimi previsti dalla tariffa per le cause di particolare complessità, agli onorari medi per quelle importanti e complesse ed agli onorari compresi tra il minimo ed il massimo per quelle ordinaria complessità, salvo poi rinegoziarli con la successiva convenzione del 18.3.2002, stabilendo l’applicazione degli onorari minimi, salvo che per le liti conclusesi favorevolmente per l’ente, senza nulla prevedere per l’ipotesi di revoca del mandato. Intervenuta detta revoca in data 30.5.2002, il ricorrente con citazione del 3 maggio 2006 aveva chiesto il saldo della parcella relativa alla costituzione di parte civile per conto della liquidazione in un giudizio penale, nel quale aveva in precedenza redatto anche l’atto di opposizione all’archiviazione ex art. 410 c.p.p..

In relazione a tale parcella, indicata come n. 203, chiedeva la liquidazione della somma di Euro 115.875,28.

Nella resistenza del Ministero, il Tribunale di Roma con la sentenza n. 13182/2010 accoglieva parzialmente la domanda, liquidando la somma di Euro 40.813,98, oltre interessi legali.

Avverso tale sentenza ha proposto appello principale l’avv. T. cui ha resistito l’Amministrazione, proponendo a sua volta appello incidentale.

La Corte d’Appello di Roma, con la sentenza n. 4288 del 28 giugno 2017, ha rigettato entrambi i gravami, compensando le spese di lite.

Quanto all’appello incidentale, ritenuto avere carattere prioritario dal punto di vista logico, la sentenza escludeva che sussistesse la violazione del contraddittorio, per la mancata evocazione in giudizio anche di Ligestra Due S.r.l., posto che si trattava della società che aveva assunto la qualità di liquidatore, la cui presenza era superflua una volta assicurata la partecipazione al giudizio del MEF, che era rimasto titolare dei rapporti attivi e passivi facenti capo all’Ente Nazionale Cellulosa e Carta, di cui era stata disposta la soppressione e liquidazione.

Inoltre, era da disattendere anche la critica secondo cui la costituzione di parte civile si era rivelata superflua, in quanto non precludeva il diritto del professionista a ricevere il compenso per la propria attività.

Quindi, dopo aver ribadito la correttezza della liquidazione dei compensi dell’avv. T. sulla base della tariffa civile, posto che la tariffa professionale prevede che al difensore della parte civile, oltre ai compensi previsti dalla tabella penale, vadano corrisposti anche quelli previsti dalla tariffa civile che non abbiano corrispondenza in quella penale, riteneva del tutto generiche le contestazioni mosse dal Ministero quanto alla corretta applicazione della tariffa civile al caso di specie.

Passando all’appello principale, i giudici di appello ricordavano che la successiva giurisprudenza di legittimità aveva ammesso l’aumento del compenso in favore del difensore non solo in caso di difesa di più parti, ma anche nel caso speculare in cui vi sia stata difesa contro più parti, come appunto accaduto nel caso in esame.

Tuttavia, il riconoscimento di tale maggiorazione è rimesso alla discrezionalità del giudice di merito che deve verificare se la difesa plurima abbia richiesto un maggiore studio ed un maggiore impegno.

Nella fattispecie, il professionista si era limitato solo a produrre l’atto di costituzione di parte civile e l’opposizione alla richiesta di archiviazione, ma da tali atti non emergeva che la posizione dei singoli soggetti sottoposti a procedimento penale avesse richiesto una specifica distinta considerazione, con la conseguenza che doveva escludersi il diritto alla maggiorazione.

Quanto al motivo di appello che investiva il riconoscimento degli interessi di cui al D.Lgs. n. 231 del 2002, la Corte distrettuale ricordava come il rigetto della domanda fosse stato motivato dal Tribunale in ragione del fatto che la questione era ormai coperta da un precedente giudicato che ne aveva negato la sussistenza.

In ragione della struttura del processo di appello, che a seguito della novella del 1990 costituisce una revisio prioris instantiae, si imponeva una particolare cura nell’articolare i motivi di appello in maniera specifica.

Nella specie l’onere di specificità imposto dalla norma non era stato soddisfatto, in quanto l’appellante non aveva svolto alcuna argomentazione per contrastare l’assunto del Tribunale secondo cui gli interessi di cui al D.Lgs. n. 231 del 2002, erano solo sostitutivi del maggior danno ex art. 1224 c.c., comma 2, danno che era da escludersi alla luce del giudicato esterno intervenuto tra le parti. Ne’ la normativa richiamata dall’appellante era correttamente invocata, non potendo essere applicata per obbligazioni sorte in precedenza alla sua entrata in vigore.

Infine, era disattesa anche la richiesta del Ministero di dare atto dei limiti di responsabilità dell’amministrazione quali dettati dalla L. n. 14 del 2009, in quanto trattandosi di limitazione della responsabilità gravante sull’amministrazione, quale comune debitore, la questione non poteva essere sollevata per la prima volta in appello, in difetto di allegazione nel giudizio di primo grado.

T.S. ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza d’appello sulla base di sei motivi.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha resistito con controricorso, proponendo a sua volta ricorso incidentale affidato ad un motivo.

Il Pubblico Ministero ha depositato memorie in prossimità dell’udienza.

Anche le parti hanno depositato memorie in prossimità dell’udienza.

2. Il primo motivo del ricorso principale denuncia la violazione degli artt. 2230,2232 e 2233 c.c. e del D.M. n. 585 del 1994, art. 5 nn. 3 e 4, nella parte in cui la sentenza impugnata ha negato il diritto all’aumento del compenso per la difesa svolta dal ricorrente nei confronti di più parti indagate, e poi imputate.

Si assume che l’attività professionale ha implicato un inusuale impegno professionale per l’individuazione delle varie responsabilità, così che non poteva essere negato il diritto all’aumento.

Il motivo è inammissibile.

Il giudice di appello, lungi dal negare in astratto il diritto all’aumento in caso di assistenza del difensore con più parti contrapposte, ritenendo in tal modo, anche per la previsione di cui alle previgenti tariffe, che potesse essere ampliato l’ambito di applicazione della norma che in origine riconosceva tale aumento solo per l’assistenza plurima, ha tuttavia in concreto negato la pretesa del ricorrente principale, sul presupposto che non ricorressero le condizioni per ravvisare quello specifico impegno che legittima l’aumento stesso.

La giurisprudenza di questa Corte, anche in relazione alle previsioni tariffarie che hanno espressamente contemplato la possibilità di siffatto aumento, ha tuttavia chiarito che si tratta di una mera facoltà rimessa al potere discrezionale del giudice, il cui mancato esercizio, ove motivato, non è denunciabile in sede di legittimità (Cass. n. 13595/2021; Cass. n. 269/2017; Cass. n. 17147/2015; Cass. n. 16040/2011; Cass. n. 21906/2019).

La Corte d’Appello ha, tuttavia, ritenuto che dalla lettura degli atti difensivi predisposti dall’avv. T. non fosse dato evincere una specifica e distinta considerazione della posizione dei singoli soggetti contemplati dall’imputazione, e che ciò quindi non giustificava l’accoglimento della richiesta di aumento.

La censura del ricorrente si risolve nell’apodittica e personale considerazione che invece l’attività difensiva abbia implicato un inusuale impegno professionale, risolvendosi quindi in una critica all’apprezzamento di fatto del giudice di merito, inammissibile in sede di legittimità.

3. L’ordine logico delle questioni impone la preventiva disamina del motivo di ricorso incidentale del Ministero, con il quale si deduce la violazione del D.L. n. 207 del 2008, art. 41, conv. dalla L. n. 14 del 2009, nonché dell’art. 11 preleggi.

Assume il Ministero che in appello, con la comparsa di risposta, si era richiesto di accertare che lo Stato, e per esso il Ministero, fosse tenuto a rispondere verso l’attore nei limiti dell’attivo della liquidazione dell’Ente Nazionale per la cellulosa e la carta. Si trattava di una mera deduzione difensiva volta a far valere la limitazione di responsabilità dello Stato derivante del D.L. n. 207 del 2008, art. 412, comma 16 octies, convertito con L. n. 14 del 2009, ma i giudici di appello hanno disatteso la stessa ritenendo che si trattava di questione che non poteva essere sollevata per la prima volta in appello in difetto di allegazione nel giudizio di primo grado.

Si assume però che l’affermazione del giudice di appello è però erronea.

Infatti, tutti i rapporti intercorsi con l’avv. T., a far data dalla stessa convenzione del 2000, vedevano come controparte la liquidazione del soppresso ente e delle società controllate. Ne consegue che il Ministero risponde dei debiti contratti nella liquidazione nei limiti previsti dalla legge, anche per effetto dei vari interventi normativi, che hanno per l’appunto previsto una limitazione di responsabilità.

Orbene, tenuto conto che la limitazione invocata è stata frutto di un intervento legislativo intervenuto solo in data successiva all’introduzione del giudizio di primo grado, si aggiunge che non poteva pretendersi che l’allegazione avvenisse già dinanzi al Tribunale, dovendosi invece dare seguito alla richiesta del Ministero di applicare una disciplina direttamente posta dal legislatore.

Il motivo deve essere disatteso, ancorché si imponga una correzione della motivazione della sentenza gravata.

Ritiene il Collegio che risulta necessario succintamente riepilogare le vicende relative alla soppressione e liquidazione dell’Ente Nazionale Cellulosa e Carta.

La L. 4 dicembre 1956, n. 1404, e successive modificazioni, dispose la soppressione e messa in liquidazione di enti di diritto pubblico e di altri enti sotto qualsiasi forma costituiti soggetti a vigilanza dello Stato e comunque interessanti la finanza statale. In forza di tale legge all’ente in liquidazione si sostituì un apposito organo statale, il quale agiva come branca dell’amministrazione dello Stato con propria soggettività istituzionale e non come organo dell’ente soppresso (arg. da Cass. Sez. L, 23/06/1983, n. 4321; Cass. Sez. L, 03/03/1984, n. 1511; Cass. Cass. Sez. L, 30/03/1984, n. 2142).

Dell’ente in questione, posto in liquidazione con il D.L. n. 513 del 1994, conv. in L. n. 595 del 1994, ne è stata poi disposta la soppressione con il successivo D.L. n. 240 del 1995, conv. in L. n. 337 del 1995.

Con il decreto del Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica del 4 maggio 2000 (in Gazz. Uff., 15 maggio, n. 111), è stato avocato all’Ispettorato generale per la liquidazione degli enti disciolti il compito di procedere alle residue operazioni liquidatorie dell’Ente nazionale per la cellulosa e per la carta (liquidazione unificata E.N.C.C. e società controllate), e tale Ispettorato ha appunto concluso con l’avv. T. le due convenzioni del 2000 e del 2002.

Con il D.L. n. 63 del 2002, art. 9, conv. in L. n. 112 del 2002, al comma 1 bis, lett. c) è stato previsto che: “ferma restando la titolarità, in capo al Ministero dell’economia e delle finanze, dei rapporti giuridici attivi e passivi, la gestione della liquidazione nonché del contenzioso può essere da questo affidata ad una società, direttamente o indirettamente controllata dallo Stato, scelta in deroga alle norme di contabilità generale dello Stato. La società può avvalersi anche dell’assistenza, della rappresentanza e della difesa in giudizio dell’Avvocatura dello Stato alle stesse condizioni e con le stesse modalità con le quali se ne avvalgono, ai sensi della normativa vigente, le Amministrazioni dello Stato. E’, altresì, facoltà della società di procedere alla revoca dei mandati già conferiti. La società esercita ogni potere finora attribuito all’Ispettorato generale per la liquidazione degli enti disciolti del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato. Sulla base di criteri di efficacia ed economicità e al fine di eliminare il contenzioso pendente, evitando l’instaurazione di nuove cause, la società può compiere qualsiasi atto di diritto privato, ivi incluse transazioni relative a rapporti concernenti differenti procedure di liquidazione, cessioni di aziende, cessioni di crediti in blocco pro soluto e rinunce a domande giudiziali. Sulle transazioni la società può chiedere il parere all’Avvocatura dello Stato. La società può anche rinunciare a crediti al di fuori delle ipotesi previste della citata L. n. 1404 del 1956, art. 9, comma 3. In base ad una apposita convenzione, sono disciplinati i rapporti con il Ministero dell’economia e delle finanze e, in particolare, il compenso spettante alla società, i profili contabili del rapporto, nonché le modalità di rendicontazione e di controllo “.

Tale società con D.M. 27 settembre 2004, è stata individuata in Fintecna Spa (essendosi poi provveduto alla soppressione del citato Ispettorato Generale per la liquidazione degli enti disciolti, con la L. n. 266 del 2005m, art. 1, comma 89).

Con Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 20 giugno 2007 (in Gazz. Uff., 21 luglio, n. 168). a far data dal 1 dicembre 2007 sono state avocate al Ministero dell’economia e delle finanze ed affidate alla Fintecna S.p.A., le residue operazioni liquidatorie dell’Ente nazionale per la cellulosa e per la carta, aggiungendosi al comma 4 dell’articolo unico di tale decreto che lo Stato, ai sensi della L. 15 giugno 2002, n. 112, art. 9, comma 1-ter, rispondeva, comunque, delle passività nei limiti dell’attivo della liquidazione dell’Ente nazionale per la cellulosa e per la carta.

E’ poi intervento, del D.L. n. 207 del 2008, art. 41, comma 16 octies, conv. nella L. n. 14 del 2009, che con una specifica previsione dettata per la liquidazione dell’ENCC, ha previso che “Allo scopo di accelerare e razionalizzare la prosecuzione delle liquidazioni dell’Ente Nazionale per la Cellulosa e per la Carta (E.N.C.C.), della LAM.FOR. s.r.l. e del Consorzio del Canale Milano Cremona Po, la società Fintecna o società da essa interamente controllata ne assume le funzioni di liquidatore. Per queste liquidazioni lo Stato, ai sensi del D.L. 15 aprile 2002, n. 63, art. 9, comma 1-ter, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 giugno 2002, n. 112, risponde delle passività nei limiti dell’attivo della singola liquidazione. Al termine delle operazioni di liquidazione, il saldo finale, se positivo, viene versato al bilancio dello Stato. Il Ministero dell’economia e delle finanze, con apposito decreto, determina il compenso spettante alla società liquidatrice, a valere sulle risorse della liquidazione.

Infine, con D.M. 11 novembre 2009, la società cui sono state attribuite le funzioni di liquidatore è stata individuata nella Ligestra Due S.r.l..

Così riassunte le vicende di cui alla gestione liquidatoria del soppresso ENCC, assume il ricorrente che aveva chiesto al giudice di appello di darsi atto, in vista della condanna in favore dell’attore, della limitazione di responsabilità nei limiti dell’attivo della liquidazione, così come previsto dalla legge, ma che tale richiesta sia stata ritenuta inammissibile per essere stata dedotta per la prima volta in appello, in detto di allegazione nel giudizio di primo grado.

Reputa il Collegio che dal punto di vista della corretta applicazione della legge processuale la doglianza sia effettivamente giustificata.

Infatti, come già ritenuto da questa Corte nella sua più autorevole composizione, in relazione alla limitazione di responsabilità derivante dalla accettazione con beneficio di inventario (Cass. S.U. n. 10531/2013), anche siffatta richiesta di determinare il limite della responsabilità del debitore integra al più una eccezione in senso lato, in quanto il legislatore non ne ha espressamente escluso la rilevabilità d’ufficio e tale condizione non corrisponde all’esercizio di un diritto potestativo, ma rileva quale fatto da solo sufficiente ad impedire la confusione del patrimonio dell’ente soppresso con quello dell’Amministrazione cui sia stato conferito il compito di procedere alla definizione dei rapporti pregressi, compito alla stessa già conferito ai sensi del D.L. n. 63 del 2002, art. 9.

Ne consegue che, ove tale fatto sia già documentato in atti, ovvero, come sostenuto dal ricorrente, discenda direttamente dalla legge, il beneficio è liberamente invocabile dalla parte anche in assenza di specifica allegazione – pure nel giudizio d’appello ed è rilevabile d’ufficio dal Giudice.

Si palesa quindi erroneo il rilievo di inammissibilità formulato al riguardo dal giudice di appello, il che impone la cassazione della sentenza gravata con rinvio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione, affinché verifichi la fondatezza della deduzione sviluppata dal Ministero.

Tuttavia, la pretesa di limitare la responsabilità del Ministero per le obbligazioni oggetto di causa in misura corrispondente all’attivo della liquidazione è priva di fondamento nel merito, ed impone quindi di dover pervenire al rigetto del motivo, previa correzione della motivazione (cfr. sul punto Cass. S.U. n. 2731/2017, secondo cui la Corte di cassazione, in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonché dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 Cost., comma 2, ha il potere, in una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 384 c.p.c., di correggere la motivazione anche a fronte di un “error in procedendo”, mediante l’enunciazione delle ragioni che giustificano in diritto la decisione assunta, sempre che si tratti di questione che non richieda ulteriori accertamenti in fatto; conf. Cass. n. 23984/2014; Cass. n. 28663/2013; Cass. n. 6145/2019).

Infatti, dal quadro legislativo esposto, è evidente che il Ministero dell’Economia e delle finanze è rimasto nella titolarità dei rapporti giuridici attivi e passivi dell’ente disciolto, ne ha affidato la gestione della liquidazione ad una società controllata dallo Stato e risponde delle passività nei limiti dell’attivo della liquidazione, ove si tratti di debiti già contratti dal medesimo Ente Nazionale per la Cellulosa e per la Carta.

Quanto responsabilità nei limiti dell’attivo, fondata sull’art. 41, comma 16 octies, cit. e sull’art. 9, comma 1-ter, cit., essa vale ai fini della successione dello Stato nelle posizioni debitorie già facenti capo al soppresso Ente nazionale per la cellulosa e per la carta, successione che la legge vuole limitata ai soli beni che residuino alla procedura di liquidazione, con la conseguenza che il Ministero dell’Economia e delle finanze assume soltanto nei limiti dell’attivo la responsabilità patrimoniale per le obbligazioni contratte dall’ente estinto, già risultanti all’atto della liquidazione.

Il mutamento del soggetto passivo delle obbligazioni pregresse contratte dall’Ente Nazionale per la Cellulosa e per la Carta, disposto per legge, e la previsione che lo Stato ne risponda nei limiti dell’attivo della liquidazione, rimangono così comunque giustificati dal ragionevole rischio di insufficienza del patrimonio dell’ente disciolto a soddisfare i creditori, attraverso la realizzazione del principio di concorsualità. La descritta disciplina normativa non può, invece, interpretarsi nel senso che essa estenda ai debiti già contratti direttamente da organi statali una limitazione di responsabilità che renda incerta per i creditori la piena realizzazione dei loro diritti, avendo questi stipulato col Ministero nel convincimento di essere esclusi dalla procedura liquidatoria facente capo all’Ente Nazionale per la Cellulosa e per la Carta.

Non vi è perciò motivo per il Ministero di invocare tale limite di responsabilità con riferimento a rapporti giuridici obbligatori che non facevano capo all’ente soppresso, quali quelli derivanti dalle convenzioni di patrocinio stipulate nel 2000 e nel 2002 tra l’avvocato T. e l’Ispettorato generale per gli affari e per la gestione del patrimonio degli enti disciolti (ufficio quest’ultimo compreso dapprima nel Ministero del Tesoro e poi nel Ministero dell’economia e delle finanze, quale struttura della Ragioneria generale dello Stato, poi trasformato a seguito del D.L. n. 63 del 2002, e della L. n. 311 del 2004, L. n. 266 del 2005 e L. n. 296 del 2006, col subentro della società FINTECNA, ed infine soppresso con la legge finanziaria per il 2007).

Ai fini di individuare il soggetto obbligato a corrispondere il compenso professionale al difensore, occorre aver riguardo al rapporto che si instaura tra il professionista incaricato ed il soggetto che ha conferito l’incarico.

Sussiste quindi, la legittimazione sostanziale e processuale del Ministero dell’economia e delle finanze per le posizioni debitorie, ed i correlati oneri economici, relativi a compensi per prestazioni professionali, facenti capo non all’ente soppresso ma direttamente alla gestione liquidatoria e contratti nell’ambito di attività espletata in qualità di organo dell’amministrazione statale, mediante struttura costituita dallo stesso Ministero, ma senza che sia dato invocare il limite di responsabilità corrispondente all’attivo della liquidazione.

4. Tornando al ricorso principale, il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 343 e 324 c.p.c., per passaggio in giudicato della gravata sentenza e valenza panprocessuale dei relativi giudicati ai sensi della giurisprudenza.

Sostiene il ricorrente che per effetto di una serie di precedenti decisioni intervenute tra le parti si sarebbero formati dei giudicati sia espliciti che impliciti, quanto al contenuto delle prestazioni, ai tempi ed alle modalità di espletamento e loro remunerazione, quanto all’estraneità dell’ENCC rispetto alla convenzione del 2000 e del 2002, ed alla conseguente inapplicabilità alla convenzione ed agli incarichi in essa disciplinati dei limiti di responsabilità dello Stato ai sensi della L. n. 14 del 2009.

Il terzo motivo denuncia la violazione degli artt. 343 e 324 c.p.c., e 2909 c.c., per la negata valenza panprocessuale delle sentenze attestanti la non applicabilità del D.M. 20 luglio 2007, alla convenzione, che del pari prevede il limite dell’attivo della liquazione.

Il quarto motivo denuncia la violazione degli artt. 324 e 329 c.p.c. e art. 2909 c.c., per la negata valenza panprocessuale delle sentenze attestanti la non applicabilità alla convenzione del D.M. del 2007 e della L. n. 14 del 2009.

I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono inammissibili.

Infatti, rilevato che, quanto alla pretesa efficacia di giudicato della sentenza del Tribunale di Roma n. 2465/2005, circa la necessità di dover calcolare i compensi per gli incarichi per i quali la revoca è intervenuta prima della definizione del giudizio sulla base delle tariffe medie, questa Corte ha già avuto modo di intervenire, affermando l’insussistenza di un giudicato esterno nel senso richiesto dal ricorrente (cfr. Cass. n. 14083/2019), i motivi mirano, invocando l’efficacia di pretesi giudicati esterni, ad affermare l’impossibilità di applicare al credito oggetto del presente giudizio la limitazione di responsabilità di cui alla L. n. 14 del 2009, art. 41, comma 16 octies.

Al riguardo si rileva che il ricorrente invoca in maniera inammissibile una serie di giudicati che avrebbero escluso il subentro della detta società al MEF.

Occorre a tal fine evidenziare che il ricorso appare connotato da una alquanto confusionaria esposizione delle intricate vicende processuali intervenute tra le parti, assumendo in maniera del tutto apodittica l’esistenza di innumerevoli giudicati, assumendosi dalla lettura dello stesso ricorso che il giudicato su ogni possibile questione oggetto del contenzioso tra le parti, si sarebbe formato solo perché in relazione ad alcune domande di condanna sarebbe intervenuta una pronuncia passata in cosa giudicata.

In molti casi, pur riferendosi dell’esistenza di un giudicato, si omette però di produrre la sentenza con la relativa attestazione di cancelleria (si veda al riguardo, ex multis Cass. n. 20974/2018, secondo cui affinché il giudicato esterno possa fare stato nel processo è necessaria la certezza della sua formazione, che deve essere provata, pur in assenza di contestazioni, attraverso la produzione della sentenza munita del relativo attestato di cancelleria).

In altri casi addirittura si pretende la formazione di un giudicato sol perché secondo la personale ricostruzione della parte, la sentenza, ancorché gravata di impugnazione, tuttora pendente, non sarebbe stata interessata da impugnazione per alcune sue non meglio individuate parti, con la formazione quindi di pretesi giudicati interni.

In altri casi ancora si richiamano con efficacia di giudicato delle sentenze che per la data della loro pronuncia è altamente improbabile che possano essersi occupate di questioni giuridiche (quale ad esempio quello della efficacia della L. n. 14 del 2009, sui giudizi pendenti), il che rende inverosimile che possano costituire un giudicato esterno spendibile a tal fine.

In ogni caso non va trascurato che secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 12671/2021) se è vero che l’interpretazione del giudicato esterno può essere effettuata anche direttamente dalla Corte di cassazione con cognizione piena, ciò è consentito purché il giudicato sia riprodotto nel ricorso per cassazione, in forza del principio di autosufficienza di questo mezzo di impugnazione, con la conseguenza che, qualora l’interpretazione che abbia dato il giudice di merito sia ritenuta scorretta, il ricorso deve riportare il testo del giudicato che si assume erroneamente interpretato, con richiamo congiunto della motivazione e del dispositivo, atteso che il solo dispositivo non può essere sufficiente alla comprensione del comando giudiziale (in senso conforme Cass. n. 12496/2020, secondo cui non è a tal fine sufficiente il richiamo a stralci della motivazione o ad un riassunto sintetico della stessa; Cass. n. 15737/2017; Cass. n. 17576/2016; Cass. n. 889/2015).

La formulazione del ricorso con il continuo ed insistente richiamo all’esistenza di precedenti giudicati panprocessuali non appare rispettosa di tali principi, anche ove intesi in maniera meno rigorosa, mancando, al di là del riferimento al fatto che la decisione abbia avuto ad oggetto una domanda di condanna del ricorrente nei confronti del MEF, un sia pur sintetico richiamo alle questioni dibattute, anche al fine di poter effettivamente riscontrare, come risulta insito nella difesa del ricorrente, che le sentenze emesse contenessero una necessaria ed implicita decisione anche sulle questioni per le quali si invoca il giudicato esterno.

Peraltro, ove si invochi l’esistenza di giudicati che si assumono formatisi antecedentemente alla sentenza qui impugnata, essi potrebbero dar luogo ad un vizio denunciabile per cassazione ex art. 360 c.p.c. (ciò che il ricorrente fa ipotizzando un error in procedendo per omessa pronuncia) solo specificando di aver all’uopo proposto una apposita eccezione di giudicato esterno davanti alla Corte d’appello, eccezione rimasta poi trascurata dai giudici di merito. Al contrario, l’omesso rilievo d’ufficio del giudicato esterno nel giudizio che ha pronunciato la sentenza impugnata dà luogo all’ipotesi di revocazione prevista dall’art. 395 c.p.c., n. 5, dovendosi intendere l’inciso esistente in tale disposizione “purché la sentenza non abbia pronunciato sulla relativa eccezione” nel senso, appunto, che si versa nell’ambito della revocazione se si siano verificati l’omessa proposizione dell’eccezione o l’omesso rilievo d’ufficio del giudicato stesso (cfr. Cass. Sez. Unite, 20 ottobre 2010, n. 21493; Cass. Sez. 1, 14 marzo 1996, n. 2131).

Perché sia poi ammissibilmente denunciato per cassazione ex art. 360 c.p.c., la violazione di un giudicato esterno perpetrato dalla sentenza impugnata, occorre altresì che il ricorrente indichi quale affermazione contenuta nella decisione da cassare si ponga in contrasto con la portata della pregressa res iudicata, non potendosi devolvere alla Suprema Corte di riesaminare officiosamente ogni statuizione contenuta nella prima in rapporto ad ogni statuizione contenuta nella seconda. Ma ancor più depone per l’inammissibilità dei motivi in esame il rilievo che, come si ricava dalla disamina del ricorso incidentale, la questione concernente la dedotta limitazione di responsabilità, seppur sollevata da parte del Ministero, non è stata però esaminata dal giudice di appello, che ha ritenuto avere carattere ostativo la presunta tardività della allegazione, conclusione questa che, come si è detto si è palesata erronea. Deve quindi escludersi che il ricorrente principale sia rimasto soccombente sul punto, trattandosi, come detto di questione non decisa nel merito, ma che, come si ricava dalla soluzione offerta in occasione della disamina del primo motivo del ricorso incidentale, è stata decisa in senso favorevole al ricorrente principale, il che implica l’inammissibilità della censura per difetto di interesse.

5. Il quinto motivo di ricorso principale denuncia la violazione dell’art. 324 c.p.c. e art. 2909 c.c., per la negata valenza panprocessuale della sentenza n. 474/2011 in ordine all’applicabilità dei danni ex art. 1224 c.c., comma 2, alla convenzione di patrocinio del 19/9/2000.

Si sostiene che vi sarebbe una sentenza passata in giudicato che avrebbe affermato la necessità di riconoscere il maggior danno di cui all’art. 1224 c.c., comma 2, che sarebbe stata colpevolmente ignorata dalla Corte d’Appello.

Il motivo è inammissibile, in quanto la critica non si correla alla ratio della decisione impugnata.

Il giudice di appello, dopo aver ricordato le ragioni in base alle quali il Tribunale aveva negato l’applicabilità dell’art. 1224 c.c., comma 2 (esistenza di un precedente giudicato, di segno evidentemente contrario a quello invocato dal ricorrente), ha però dichiarato inammissibile il corrispondente motivo di appello ritenendo che lo stesso fosse privo di specificità, in quanto formulato in maniera difforme dai requisiti imposti dall’art. 342 c.p.c., attesa la mancata formulazione nell’atto di appello di puntuali critiche al ragionamento del Tribunale.

Atteso il carattere processuale della decisione resa sul punto dal giudice di appello, il ricorrente avrebbe dovuto attaccare la valutazione di inammissibilità quale conseguenza dell’applicazione dell’art. 342 c.p.c., e non anche dolersi della erronea considerazione nel merito dell’esistenza di un giudicato esterno.

Ne consegue che anche tale motivo va dichiarato inammissibile per difetto di specificità, non trovando la critica mossa una corrispondenza nel contenuto della decisione impugnata.

6. Il sesto motivo di ricorso principale denuncia la violazione dell’art. 324 c.p.c. e art. 2909 c.c., per la valenza panprocessuale dei giudicati insorti dalle successive sentenze della Corte d’Appello di Roma nn. 1837/17, 1684/17 e 7605/17.

Il motivo è inammissibile sia in ragione delle argomentazioni già espresse in occasione del punto 4, che precede, sia perché invoca, in maniera irrituale e senza una precisa riproduzione del loro contenuto, delle sentenze che nello stesso ricorso si riferisce essere state oggetto di ricorso per cassazione, e quindi non ancora suscettibili di poter essere invocate quali ipotesi di giudicato esterno.

Il ricorso principale deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

7. Attesa la reciproca soccombenza ricorrono i presupposti per la compensazione delle spese del presente giudizio.

8. Poiché il ricorso principale è dichiarato inammissibile, e quello incidentale è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dei presupposti processuali dell’obbligo di versamento, da parte del solo ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, essendo esclusa l’applicazione della norma per le impugnazioni proposte da amministrazioni dello Stato (Cass. S.U. n. 4315/2020; Cass. n. 1778/2016).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale;

Compensa le spese del presente giudizio;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

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