Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37026 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. I, 26/11/2021, (ud. 24/06/2021, dep. 26/11/2021), n.37026

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20842/2015 proposto da:

UniCredit Leasing S.p.a. (nuova denominazione della LOCAT S.p.a.), e

per essa quale mandataria Unicredit Credit Management Bank S.p.a.

(nuova denominazione assunta dal UGC banca S.p.a.), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

Roma, Via Lima n. 28, presso lo studio dell’avvocato Nicolosi Marco,

che la rappresenta e difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Fallimento della (OMISSIS) S.p.a. in liquidazione n. (OMISSIS), in

persona del curatore Dott.ssa T.A., elettivamente

domiciliato in Roma, Viale delle Milizie n. 4, presso lo studio

degli avvocati Federici Marco, e Sacra Daniele, rappresentato e

difeso dall’avvocato Lignola Carlo, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 1397/2015 del TRIBUNALE di NAPOLI, depositato

il 29/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/06/2021 dal cons. Dott. FALABELLA MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Unicredit Credit Management Bank s.p.a., quale procuratrice di Unicredit Leasing s.p.a., ha richiesto di essere ammessa al passivo del fallimento di (OMISSIS) s.p.a. per la somma di Euro 190.341,86, con riguardo a un contratto di leasing.

La domanda è stata rigettata, sicché la banca ha proposto opposizione L.Fall., ex art. 98.

2. – Il Tribunale di Napoli ha respinto la proposta impugnazione, escludendo l’applicabilità della L.Fall., art. 72 quater dal momento che il contratto era stato risolto per inadempimento della parte utilizzatrice in data anteriore alla dichiarazione di fallimento, onde non si era in presenza di un rapporto giuridico pendente. Il giudice dell’opposizione ha osservato, al riguardo, che tale negozio programmava un leasing traslativo, con la conseguenza che la risoluzione di esso risultava regolata dall’art. 1526 c.c., a mente del quale il venditore deve restituire le rate riscosse. Lo stesso Tribunale ha evidenziato, infine, che la banca non aveva proposto domanda di ammissione per il credito avente ad oggetto l’equo compenso per l’uso della cosa locata.

3. – Avverso il decreto del Tribunale partenopeo, pubblicato il 29 giugno 2015, ricorre per cassazione Unicredit Credit Management Bank in rappresentanza di Unicredit Leasing. L’impugnazione consta di quattro motivi. Il Fallimento (OMISSIS) resiste con controricorso e ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il primo mezzo oppone la violazione o falsa applicazione dell’art. 1526 c.c. e della L.Fall., art. 72 quater. Si assume aver errato il giudice dell’opposizione nell’escludere che la fattispecie oggetto di causa ricadesse nell’ambito di applicazione del cit. art. 72 quater: la norma, infatti, regolerebbe anche il contratto di leasing che si sia risolto in data anteriore alla dichiarazione di fallimento.

Il secondo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1526 e 1458 c.c.. Secondo l’istante, il leasing, che si differenzia dalla vendita con riserva di proprietà per la funzione di finanziamento che lo connota, è un contratto ad esecuzione periodica: in base al disposto dell’art. 1458 c.c., quindi, l’effetto della risoluzione di tale contratto non si estende le prestazioni già eseguite.

Col terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione o falsa applicazione gli artt. 1526 e 1382 c.c.. Il decreto del Tribunale avrebbe omesso di considerare la disciplina pattizia, contenuta nelle condizioni generali di contratto, e di trarre dalla stessa la regolamentazione concretamente applicabile al rapporto. Le parti avevano infatti espressamente stabilito le conseguenze della risoluzione contrattuale per inadempimento dell’utilizzatore prevedendo, onde evitare indebiti arricchimenti in favore della concedente, l’obbligo, per la stessa, di dedurre dall’ammontare delle somme dovute quanto ricavato dalla vendita del bene locato. Viene dedotto, in sintesi, che la pattuizione della penale risulterebbe pienamente conforme alla disciplina contemplata dall’art. 1526 c.c.. E’ infine rilevato che la curatela, nel corso del giudizio di merito, non aveva chiesto la riduzione della detta penale.

E’ fondato il terzo motivo, mentre i primi due vanno respinti.

Secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, al leasing traslativo si applica la disciplina di cui all’art. 1526 c.c. in tema di vendita con riserva della proprietà, la quale comporta, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, la restituzione dei canoni già corrisposti e il riconoscimento di un equo compenso in ragione dell’utilizzo dei beni, tale da remunerare il solo godimento e non ricomprendere anche la quota destinata al trasferimento finale di essi (per tutte: Cass. 24 gennaio 2020, n. 1581; Cass. 20 settembre 2017, n. 21895; Cass. 27 settembre 2011, n. 19732). Siffatto quadro regolatorio è stato bensì inciso dalla L. n. 124 del 2007: questa non reca però una disciplina retroattiva, onde si applica alla risoluzione di quei contratti i cui presupposti si siano verificati dopo l’entrata in vigore della legge stessa; per i contratti anteriormente risolti resta valida la distinzione tra leasing di godimento e leasing traslativo, con conseguente applicazione analogica, a quest’ultima figura, della disciplina dell’art. 1526 c.c., e ciò anche se la risoluzione sia stata seguita dal fallimento dell’utilizzatore, non potendosi applicare analogicamente la L.Fall., art. 72 quater (Cass. Sez. U. 28 gennaio 2021, n. 2061; in precedenza, nel senso che l’art. 72 quater cit. trova applicazione solo nel caso in cui il contratto di leasing sia pendente al momento del fallimento dell’utilizzatore, mentre, ove si sia già anteriormente risolto, occorre per l’appunto distinguere a seconda che si tratti di leasing finanziario o leasing traslativo, solo per quest’ultimo potendosi utilizzare, in via analogica, l’art. 1526 c.c.: Cass. 15 settembre 2017, n. 21476; Cass. 7 settembre 2017, n. 20890; Cass. 9 febbraio 2016, n. 2538; cfr. pure: Cass. 12 febbraio 2019, n. 3965; Cass. 18 giugno 2018, n. 15975).

Ciò detto, merita condivisione, nei termini in cui è espresso, il rilievo formulato dalla ricorrente circa la derogabilità della disciplina relativa alla restituzione delle rate riscosse dal venditore (dal concedente, nell’ipotesi di leasing): il comma 2 di tale articolo ammette, infatti, che le parti possano stabilire che tali rate sfuggano all’effetto restitutorio di cui al comma 1 e restino quindi acquisite al venditore (sempre al concedente, nella fattispecie che interessa).

Come precisato di recente dalle Sezioni Unite di questa Corte, l’equo compenso, ai sensi dell’art. 1526 c.c., comma 1 comprende la remunerazione del godimento del bene, il deprezzamento conseguente alla sua incommerciabilità come nuovo e il logoramento per l’uso; non include, invece, il risarcimento del danno spettante al concedente, che, pertanto, deve trovare specifica considerazione. Il risarcimento del danno del concedente può essere tuttavia oggetto di determinazione anticipata attraverso la clausola penale ai sensi dell’art. 1382 c.c. e l’autonomia privata è venuta foggiando clausole di tale contenuto, in conformità, appunto, della previsione contenuta nell’art. 1526 c.c., comma 2, (cfr. Cass. Sez. U. 28 gennaio 2021, n. 2061, cit., in motivazione). Mette conto solo di aggiungere che su tali pattuizioni incide il potere del giudice di ridurre a norma dell’art. 1384 c.c. ad equità la penale “che, sebbene comunque lecita, si palesi manifestamente eccessiva, così da ricondurre l’autonomia contrattuale nei limiti in cui essa appare meritevole di tutela e riequilibrando, quindi, la posizione delle parti, avendo pur sempre riguardo all’interesse che il creditore aveva all’adempimento integrale” (Cass. Sez. U. 28 gennaio 2021, n. 2061, cit., in motivazione, ove il richiamo a Cass. Sez. U. 13 settembre 2005, n. 18128): in tale quadro si collocano i numerosi arresti di questa Corte secondo cui, ove nel contratto sia stabilito che, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, al concedente spetti, oltre alla proprietà e al possesso del bene, anche un’indennità pari all’intero ammontare del finanziamento, il giudice può ridurre in via equitativa tale importo (così: Cass. 19 settembre 2019, n. 23336; Cass. 21 agosto 2018, n. 20840; Cass.17 gennaio 2014, n. 888).

Il Tribunale di Napoli ha quindi errato nel ritenere che la clausola penale contenuta nelle condizioni generali di contratto fosse nulla per contrarietà all’art. 1526 c.c.. Il detto Tribunale avrebbe dovuto considerare valido e produttivo di effetti l’assetto pattizio delineato da tale clausola – assetto che non contravveniva ad alcuna norma imperativa – verificando, piuttosto, in base a quanto sopra osservato, se nella fattispecie dovesse farsi applicazione dell’art. 1384 c.c. (posto che, come noto, il potere del giudice di ridurre ad equità la penale può essere oggetto di una iniziativa officiosa).

2. – Il quarto motivo oppone la violazione o falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., comma 1 e art. 116 c.p.c.. Si deduce che, nonostante specifiche censure mosse alle risultanze della consulenza tecnica di parte prodotta dalla curatela e l’espressa istanza della banca volta all’esperimento della consulenza tecnica d’ufficio sulla stima del valore finale del bene, il Tribunale aveva deciso la causa prestando adesione ai rilievi formulati nella richiamata perizia di parte.

Il motivo è inammissibile.

La censura investe l’accertamento del Tribunale circa la natura traslativa della locazione finanziaria.

Il Tribunale ha tratto indicazioni nel senso indicato dall’entità, veramente esigua, del prezzo di opzione (pari Euro 2.728,63, a fronte del valore del bene, stimato in sede concorsuale in Euro 130.000,00), oltre che dalle clausole che prevedevano obblighi di manutenzione e di assicurazione del bene: clausole reputate espressive del rilievo attribuito dalle parti al fatto che i beni non fossero destinati al deperimento nel corso del ciclo contrattuale.

Ciò detto, occorre evidenziare che l’accertamento della volontà delle parti, quanto alla natura del leasing (se traslativo o di godimento), per come trasfusa nelle clausole contrattuali, rientra nei poteri del giudice del merito e non è censurabile in sede di legittimità, se non per violazione dei criteri ermeneutici ovvero per vizio di motivazione (Cass. 28 agosto 2007, n. 18195; Cass. 14 novembre 2006, n. 24214): doglianze, queste, che non risultano essere state nemmeno formulate.

La censura ex art. 360, n. 3, vertente sull’asserita erronea applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non appare, del resto, concludente. Infatti, per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunciare che il giudice, in contraddizione espressa o implicita con la prescrizione della norma, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli (salvo il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio); la doglianza circa la violazione dell’art. 116 c.p.c. è invece ammissibile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato, in assenza di diversa indicazione normativa, secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., n. 5, solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione (Cass. Sez. U. 30 settembre 2020, n. 20867).

Il mezzo di censura è pure carente della necessaria specificità, in quanto la banca ricorrente assume che il Tribunale avrebbe tratto argomenti da una consulenza tecnica di parte che non riproduce, nemmeno per stralci salienti, e la cui localizzazione all’interno dei fascicoli di causa non è in alcun modo precisata. Come di recente ribadito dalle Sezioni Unite, sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (Cass. Sez. U. 27 dicembre 2019, n. 34469).

Quanto al mancato esperimento della consulenza tecnica d’ufficio, è da osservare che questa è un mezzo istruttorio diverso dalla prova vera e propria, sottratto alla disponibilità delle parti e affidato al prudente apprezzamento del giudice di merito, rientrando nel potere discrezionale di questo la valutazione di disporre la nomina dell’ausiliario, potendo la motivazione dell’eventuale diniego del giudice di ammissione del mezzo essere anche implicitamente desumibile dal contesto generale delle argomentazioni svolte e dalla valutazione del quadro probatorio unitariamente considerato (da ultimo: Cass. 13 gennaio 2020, n. 326): sicché è escluso, almeno di regola, che il giudizio circa la necessità o l’opportunità di ricorrervi sia sindacabile in sede di legittimità (Cass. 23 marzo 2017, n. 7472). Il provvedimento impugnato ha dato conto, come si è visto, delle ragioni per cui, ad avviso del Tribunale, il leasing per cui è causa doveva ritenersi traslativo: è evidente, pertanto, che il giudice dell’opposizione abbia reputato superfluo l’esperimento della consulenza proprio alla luce dei richiamati argomenti.

3. – In conclusione, in accoglimento del terzo motivo il decreto è cassato, con rinvio della causa al Tribunale di Napoli che, in diversa composizione, statuirà pure sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

LA CORTE

accoglie il terzo motivo, respinge i primi due e dichiara inammissibile il quarto; cassa il decreto impugnato in relazione al motivo accolto e rinvia la causa al Tribunale di Napoli, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 24 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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