Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3702 del 07/02/2022

Cassazione civile sez. II, 07/02/2022, (ud. 02/12/2021, dep. 07/02/2022), n.3702

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1028/2016 proposto da:

T.S., elettivamente domiciliato in ROMA, P.LE DELLE BELLE

ARTI, 3 SC. A, presso lo studio dell’avvocato MANUELA TRALDI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7664/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

2/12/2021 dal Consigliere Dott. ANTONIO SCARPA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale

ALESSANDRO PEPE, che ha concluso per il rigetto del ricorso; uditi

gli Avvocati MANUELA TRALDI e T.S. (per delega

dell’avvocato MICHELE GIUSEPPE VIETTI), nonché l’avvocato dello

Stato PIO GIOVANNI MARRONE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. L’avvocato T.S. adì il Tribunale di Roma, esponendo di aver ricevuto incarico dall’Ispettorato Generale per la liquidazione degli Enti Disciolti del Ministero del Tesoro, ora Ministero dell’Economia e delle Finanze, al fine di svolgere attività di difesa in favore del disciolto Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta in quarantasette giudizi instaurati davanti al TAR. A sostegno della sua domanda di corresponsione dei compensi professionali, l’avvocato T. evidenziò di aver stipulato una convenzione in data 19 settembre 2000 per la gestione di oltre quattrocento contenziosi coinvolgenti l’Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta e le sue controllate SAF s.p.a., SIVA s.p.a., Nuramare s.p.a. e RESS s.r.l., convenzione con cui le parti avevano stabilito un compenso in favore del legale pari agli onorari massimi previsti dalla tariffa per le cause di particolare complessità, agli onorari medi per quelle importanti e complesse e agli onorari compresi tra il minimo ed il massimo per quelle ordinaria complessità. Tali condizioni erano state di seguito rinegoziate con la successiva convenzione di “modifica” del 18 marzo 2002, stabilendo l’applicazione degli onorari minimi, salvo che per le liti conclusesi favorevolmente per l’ente, senza nulla prevedere per l’ipotesi di revoca del mandato. La revoca era poi intervenuta ad opera del Ministero dell’economia e delle finanze in data 30 maggio 2002. In applicazione della Convenzione del 19 settembre 2000, l’avvocato T. aveva domandato la liquidazione dei propri compensi secondo i criteri intermedi del D.M. n. 585 del 1994, ed il Tribunale di Roma, con sentenza n. 26324/2009 del 22 dicembre 2009, respinse la domanda. La Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 7664/2014, depositata il 15 dicembre 2014, ha rigettato il gravame avanzato da T.S., affermando che non sussisteva alcun giudicato esterno sulla liquidazione delle parcelle dedotte in lite (diversi essendo petitum e causae petendi delle controversie oggetto di precedenti decisioni del Tribunale di Roma); che non erano oggetto di lite “l’esistenza del rapporto fra il disciolto ente e l’avv. T., né le condizioni contrattuali tra gli stessi vigenti”; che incombeva sull’avvocato l’onere di dar prova delle attività effettivamente svolte; che l’appellante non aveva interesse a lamentarsi della congruità delle somme liquidate in rapporto al D.M. n. 585 del 1994, avendo il Tribunale di Roma applicato proprio i valori intermedi della tabella allegata al medesimo D.M. n. 585 del 1994.

Il ricorso di T.S., dopo avere narrato da pagina 1 a pagina 20 le vicende preprocessuali del contratto di patrocinio concluso il 19 settembre 2000 ed i molteplici giudicati esterni inter partes che si dicono “interpretativi ed ampliativi del contenuto della convenzione”, e dopo aver esposto da pagina 21 a pagina 31 il “fatto” di causa, propone, da pagina 31 a pagina 41, i motivi rubricati A), e poi 1, 2 e 3, B) e poi 4, 5 e 6, C) e poi 7, D) e poi 8, E) e poi 9.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze resiste con controricorso.

Il ricorso è stato deciso procedendo nelle forme di cui al D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8-bis, convertito con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, con richiesta di discussione orale. Il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ALESSANDRO PEPE, ha depositato memoria, chiedendo che il ricorso sia respinto. Anche le parti hanno presentato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Non sussistono le ragioni che possano indurre alla riunione del presente giudizio di cassazione con quelli che si individuano nella istanza del ricorrente, aventi ad oggetto distinte sentenze e che pongono questioni solo in part. connesse, attese le esigenze, sottese all’art. 274 c.p.c., di garantire l’economia e la ragionevole durata dei giudizi.

1. Il primo, il secondo ed il terzo motivo ((A), 1, 2 e 3) del ricorso dell’avvocato T.S. denunciano la violazione dell’art. 112 c.p.c., per omessa pronuncia sui “giudicati panprocessuali” ex artt. 324 e 329 c.p.c. e art. 2909 c.c., in ordine alla inapplicabilità della L. n. 14 del 2009. Si deducono sub 1), 2) e 3) i giudicati “sulla non applicabilità della L. n. 14 del 2009, alla Convenzione” operanti sia per il Ministero dell’Economia e delle Finanze che per la di Ligestra Due S.r.l., essendo perciò il Ministero stesso “unico cliente tenuto al pagamento”; viene dedotta anche l’inammissibilità della nuova e tardiva domanda introdotta dal Ministero avente fondamento nella L. n. 14 del 2009.

1.2. Questi primi tre motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente in quanto connessi, sono inammissibili giacché del tutto privi di specifica riferibilità (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4) alla ratio decidendi della sentenza impugnata, nel cui percorso logico non rivestono alcun ruolo le vicende di cui alla gestione liquidatoria del soppresso Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta, né quindi l’incidenza delle stesse sulle convenzioni stipulate dal T. col Ministero nel 2000 e nel 2002, ovvero gli effetti dell’assunzione delle vesti di soggetto incaricato della liquidazione in capo alla società Ligestra Due a seguito di decreto ministeriale dell’11 novembre 2009.

La Corte d’appello di Roma, a pagina 5 di sentenza, chiarisce che non erano oggetto della lite in esame “l’esistenza del rapporto fra il disciolto ente e l’avv. T., né le condizioni contrattuali tra gli stessi vigenti”, quanto unicamente l’effettivo svolgimento delle attività difensive riportate in ciascuna delle quarantasette parcelle.

Sono poi comunque inammissibili, alla luce dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, le censure di violazione dei molteplici giudicati esterni formulate dal ricorrente. Trattandosi di giudicati che si assumono formatisi antecedentemente alla sentenza qui impugnata, essi potrebbero dar luogo ad un vizio denunciabile per cassazione ex art. 360 c.p.c. (ciò che il ricorrente fa ipotizzando un error in procedendo per omessa pronuncia) solo specificando di aver all’uopo proposto una apposita eccezione di giudicato esterno davanti alla Corte d’appello, eccezione rimasta poi trascurata dai giudici di merito. Al contrario, l’omesso rilievo d’ufficio del giudicato esterno nel giudizio che ha pronunciato la sentenza impugnata dà luogo all’ipotesi di revocazione prevista dall’art. 395 c.p.c., n. 5, dovendosi intendere l’inciso esistente in tale disposizione “purché la sentenza non abbia pronunciato sulla relativa eccezione” nel senso, appunto, che si versa nell’ambito della revocazione se si siano verificati l’omessa proposizione dell’eccezione o l’omesso rilievo d’ufficio del giudicato stesso (cfr. Cass. Sez. Unite, 20 ottobre 2010, n. 21493; Cass. Sez. 1, 14 marzo 1996, n. 2131).

Perché sia poi ammissibilmente denunciato per cassazione ex art. 360 c.p.c., la violazione di un giudicato esterno perpetrato dalla sentenza impugnata, occorre altresì che il ricorrente indichi quale affermazione contenuta nella decisione da cassare si ponga in contrasto con la portata della pregressa res iudicata, non potendosi devolvere alla Suprema Corte di riesaminare officiosamente ogni statuizione contenuta nella prima in rapporto ad ogni statuizione contenuta nella seconda. L’ormai conclamata assimilazione del giudicato agli “elementi normativi” e la conseguente sindacabilità sotto il profilo della violazione di legge della sentenza che con esso contrasti non esonerano il ricorrente per cassazione dall’osservanza di quei canoni di specificità del motivo che si esigono comunque per ogni deduzione di violazione o falsa applicazione della legge, in quanto giudizio sul fatto contemplato dalle norme di diritto positivo applicabili al caso specifico.

Le censure trascurano, inoltre, che il giudicato cosiddetto esterno ha connotazioni che lo differenziano nettamente da quello cosiddetto interno, ossia formatosi nell’ambito di un determinato procedimento ancora pendente, ai sensi dell’art. 329 c.p.c., comma 2, in relazione alle parti non impugnate della sentenza, poiché, mentre il giudicato esterno è rilevabile anche di ufficio e la stessa Corte di cassazione ha il potere di verificarne se ne sussistono i presupposti di fatto, per il giudicato interno ogni accertamento compete esclusivamente al giudice del merito (Cass. Sez. 2, 30/03/1987, n. 3040; Cass. Sez. 3, 21/05/1996, n. 4676). Da ciò deriva altresì la inammissibilità, agli effetti dell’art. 372 c.p.c., delle produzioni delle sentenze sprovviste del certificato di passaggio in giudicato ex art. 124 disp. att. c.p.c..

2. Il quarto, il quinto ed il sesto motivo ((B), 4, 5 e 6) del ricorso dell’avvocato T.S. denunciano la violazione degli artt. 112 e 167 c.p.c., “per ultrapetizione in tema di prova ex art. 2697 c.c., delle prestazioni professionali”, nonché del D.M. n. 585 del 1994, dell’art. 2223 c.c., dell’art. 2909c.c., dell’art. 132 c.p.c., n. 4, anche per omessa pronuncia sul maggior danno ex art. 1224 c.c., comma 2.

2.1 Il quarto, il quinto ed il sesto motivo di ricorso sono inammissibili sia per carenza di specifica riferibilità (art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4) alla ratio decidendi della sentenza impugnata sia perché non superano lo scrutinio ex art. 360-bis c.p.c., n. 1.

La Corte d’appello di Roma ha affermato, tra l’altro: che l’avvocato T. aveva ricevuto dal Ministero in corso da causa il pagamento di Euro 18.800,00 (400 Euro per ciascuna delle quarantasette cause); che non erano oggetto della lite in esame “l’esistenza del rapporto fra il disciolto ente e l’avv. T., né le condizioni contrattuali tra gli stessi vigenti”; che, in ordine alla maggior pretesa vantata dal legale, le contestazioni specifiche svolte dal Ministero nella comparsa di risposta integrativa del 19 ottobre 2006 circa l’attività effettivamente svolta lasciavano sull’attore l’onere probatorio relativo; che mancava prova di diverse attività computate invece nella parcella (consultazioni con il cliente, corrispondenza informativa, esame della documentazione della controparte, richiesta di copia dei documenti, esame della procura notarile, studio della controversia, ricerca documenti, redazione comparsa di intervento); che non vi era prova del credito per maggior danno ex art. 1224 c.p.c., comma 2.

Rimane allora incomprensibile, a fronte di tale decisum, la deduzione contenuta nel motivo 4) di ricorso che assume “la decadenza del MEF (e della Ligestra) per le domande non espressamente proposte”, in violazione dell’art. 167 c.p.c..

La sentenza della Corte di Roma sul punto si è comunque uniformata al costante orientamento giurisprudenziale, secondo cui, nel giudizio di cognizione avente ad oggetto il pagamento di prestazioni professionali di un avvocato, ogni contestazione, anche soltanto generica, in ordine all’espletamento ed alla consistenza dell’attività che si assuma svolta, è idonea e sufficiente ad investire il giudice del potere-dovere di verificare il quantum debeatur, costituendo la parcella una semplice dichiarazione unilaterale del professionista, sul quale perciò rimangono i relativi oneri probatori del credito azionato ex art. 2697 c.c. (Cass. Sez. 2, 11/01/2016, n. 230; Cass. Sez. 2, 30/07/2004, n. 14556; Cass. Sez. 2, 25/06/2003, n. 10150).

D’altro canto, è vero che, seppur non operi nel presente giudizio, ratione temporis, la modifica dell’art. 115 c.p.c., comma 1 (nel senso che i fatti non specificamente contestati dalla parte costituita devono essere posti dal giudice a fondamento della sua decisione), introdotta dalla L. n. 69 del 2009, l’onere di specifica contestazione era già presente nell’art. 167 c.p.c., per i giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della L. n. 353 del 1990. Tuttavia, perché un fatto possa dirsi non contestato dal convenuto, e perciò non richiedente una specifica dimostrazione, occorre o che lo stesso fatto sia da quello esplicitamente ammesso, o che il convenuto abbia improntato la sua difesa su circostanze o argomentazioni incompatibili col disconoscimento di quel fatto. La non contestazione scaturisce, pertanto, dalla non negazione del fatto costitutivo della domanda, di talché essa non può comunque ravvisarsi ove, a fronte di una pretesa creditoria fondata sullo svolgimento di una complessa prestazione giudiziale di avvocato, il cliente abbia comunque definito incongruo il compenso richiesto rispetto all’attività svolta (cfr. Cass. Sez. 3, 24/11/2010, n. 23816; Cass. Sez. 3, 19/08/2009, n. 18399; Cass. Sez. 3, 25/05/2007, n. 12231; Cass. Sez. L, 03/05/2007, n. 10182; Cass. Sez. 3, 14/03/2006, n. 5488).

Non incorre certamente in ultrapetizione, come suppone il ricorrente, il giudice che rilevi la carenza di prova del fatto costitutivo del credito azionato in giudizio.

Il ricorrente, piuttosto, ascrive alla Corte d’appello di non avere tenuto conto di plurime circostanze di fatto attinenti alle attività difensive svolte, che assume essere state “non contestate” dal Ministero convenuto, ma non specifica in quale atto difensivo ed in quale modo esse erano state date per pacifiche.

Se, del resto, spetta all’avvocato, il quale assuma di essere creditore per attività professionale prestata a favore del cliente, l’onere di dimostrare non solo che l’opera è stata posta in essere, ma anche l’entità delle prestazioni, al fine di consentire la determinazione quantitativa del suo compenso, compete poi al giudice di merito valutare se, nel caso concreto, questa prova possa o meno ritenersi fornita, sottraendosi il risultato del relativo accertamento al sindacato di legittimità, se non nei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, il quale ormai contempla il solo omesso esame di un fatto storico, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe certamente determinato un esito diverso della controversia) (Cass. Sez. U., 07/04/2014, n. 8053).

Quanto al resto, il quinto motivo di ricorso si riduce ad una generica critica secondo la quale l’esigibilità dei compensi per le attività dedotte nelle parcelle non presupponeva necessariamente la documentazione e, comunque, la prova non equivoca dell’effettività delle prestazioni professionali, la quale poteva farsi induttivamente derivare dalla sola esistenza del rapporto di clientela, questo implicando indefettibilmente le singole attività allegate.

Il sesto motivo, col quale il ricorrente censura le statuizioni sul diminuito valore monetario del suo credito professionale, è inammissibile (oltre perché invoca l’omessa pronuncia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., su domanda che invece è stata decisa dalla sentenza impugnata, con la motivazione che di seguito viene impugnata) ex art. 360-bis c.p.c., comma 1. Deve ribadirsi la consolidata interpretazione secondo cui il credito dell’avvocato per il pagamento dei compensi professionali costituisce un credito di valuta (né si trasforma in credito “di valore” per effetto dell’inadempimento del cliente), restando in quanto tale soggetto al principio nominalistico. La rivalutazione monetaria del credito dell’avvocato non può, perciò, essere automaticamente riconosciuta, dovendo essere adeguatamente dimostrato il pregiudizio patrimoniale risentito causa del ritardato pagamento del credito, senza che possa trovare applicazione la disciplina dell’art. 429 c.p.c.. Dalla mora conseguente all’inadempimento del cliente discende, quindi, la

corresponsione degli interessi nella misura legale,

indipendentemente da ogni prova del pregiudizio subito, salvo che l’avvocato creditore dimostri il maggior danno ai sensi dell’art. 1224 c.c., comma 2, il quale, può, peraltro, ritenersi esistente in via presuntiva, sempre che il medesimo creditore alleghi che, durante la mora, il saggio medio di rendimento netto dei titoli di Stato con scadenza non superiore a dodici mesi sia stato superiore al saggio degli interessi legali (Cass. Sez. 2, 26/02/2002, n. 2823; Cass. Sez. 2, 15/02/1999, n. 1266; Cass. Sez. 2, 24/09/2014, n. 20131; Cass. Sez. 2, 22/06/2004, n. 11594; Cass. Sez. 2, 15/07/2003, n. 11031; Cass. Sez. U., 16/07/2008, n. 19499).

3. Il settimo motivo di ricorso ((C), 7) deduce la violazione dei “giudicati panprocessuali” ex artt. 324 e 329 c.p.c., art. 2909 c.c. e art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione alla sentenza n. 2465/2005 del Tribunale di Roma (che aveva dichiarato la nullità della “modifica 18.2.2002” per “l’annullamento della retribuzione al minimo”, spettando al ricorrente “la percentuale intermedia degli onorari”) ed all’espletamento degli obblighi negoziali.

3.1. Anche questo settimo motivo è inammissibile per inosservanza dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6.

Il ricorrente adopera censure estranee al contenuto della sentenza impugnata, la quale ha affermato che non erano oggetto di lite “l’esistenza del rapporto fra il disciolto ente e l’avv. T., né le condizioni contrattuali tra gli stessi vigenti” e che l’appellante non aveva interesse a contestare l’applicazione delle voci tariffarie ex D.M. n. 585 del 1994, nella misura intermedia, trattandosi proprio del criterio seguito dal Tribunale di Roma.

Tornano poi le considerazioni già svolte a proposito dei primi tre motivi di ricorso circa l’inammissibilità delle caotiche allegazioni di plurimi giudicati esterni.

Circa, infine, la pretesa efficacia di giudicato della sentenza del Tribunale di Roma n. 2465/2005 con riferimento al calcolo dei compensi per tutti gli incarichi intercorsi fra le parti, la stessa è stata già del tutto condivisibilmente smentita da questa Corte nell’ordinanza 23 maggio 2019, n. 14083.

4. L’ottavo motivo di ricorso ((D),8) deduce la violazione dei “giudicati panprocessuali” ex artt. 324 e 329 c.p.c., art. 2909 c.c. e art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione ad undici sentenze del Tribunale di Roma n. 2465/2005 del Tribunale di Roma, sempre in ordine ai criteri di remunerazione delle attività difensive svolte in base alla Convenzione del 2000 vigente tra le parti per i giudizi conclusi prima della revoca del mandato.

4.1. L’ottavo motivo di ricorso è inammissibile perché, come i precedenti, non individua alcuna statuizione della sentenza impugnata che si ponga in contrasto con la portata degli asseriti giudicati esterni pregressi sulla efficacia della Convenzione del 2000 e della modifica del 2002. Il ricorrente adopera censure estranee al contenuto della sentenza impugnata, la quale ha affermato che non erano oggetto di lite “l’esistenza del rapporto fra il disciolto ente e l’avv. T., né le condizioni contrattuali tra gli stessi vigenti”.

5. Il nono motivo di ricorso ((E),9) deduce la violazione del D.M. n. 585 del 1994 e dell’art. 2223 c.c., per la mancata remunerazione delle prestazioni professionali rese e in particolare della attività di comunicazione di rinuncia al mandato.

5.1. Il nono motivo di ricorso è inammissibile. La Corte d’appello ha affermato che nel compenso pari ad Euro 400 per ciascuna delle quarantasette cause fosse inclusa anche la remunerazione della dichiarazione di rinuncia al mandato, come ritenuto dal Tribunale. La stessa Corte d’appello, come più volte ricordato, ha chiarito di aver fatto applicazione delle tariffe ex D.M. n. 585 del 1994, nella misura intermedia.

La violazione dei criteri tariffari professionali non è stata dedotta dal ricorrente con riferimento alle singole voci ed agli importi considerati, e tale difetto di specificità mina l’ammissibilità della censura sull’ipotizzato vizio di error in iudicando.

6. Il ricorso in esame va perciò dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di cassazione vengono regolate secondo soccombenza in favore del controricorrente nell’importo liquidato in dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2022

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