Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 37019 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/11/2021, (ud. 06/07/2021, dep. 26/11/2021), n.37019

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13589-2020 proposto da:

C.I.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

VITO GIUSEPPE GALATI 101, presso lo studio dell’avvocato UGO

POTENTE, rappresentata e difesa dall’avvocato RENATO POTENTE;

– ricorrente –

contro

V.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 123/2019 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO,

depositata il 19/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 06/07/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ELENA

BOGHETICH.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza n. 123 depositata il 19.9.2019, la Corte d’appello di Campobasso, confermando la pronuncia di primo grado, ha rigettato la domanda di C.I.C. volta a conseguire l’accertamento della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato con V.A. sin dal 1988, il riconoscimento del IV livello di cui al c.c.n.l. settore Terziario, il pagamento delle differenze retributive;

2. la Corte territoriale, anche richiamando le motivazione della pronuncia di primo grado, ha rilevato che il quadro probatorio, “peraltro connotato da contraddizioni”, non aveva consentito di rilevare gli indici tipici della subordinazione, con particolare riguardo a “orari lavorativi fissi e alla sussistenza di un vincolo di soggezione del lavoratore al potere gerarchico e direttivo del datore di lavoro”, posto che “dalle deposizioni dei testi escussi, S., F., M., Co., G. – fratello dell’appellante e coniuge dell’appellata, B., Cr.” era unicamente emerso che “la C. era presente nel negozio de quo occupandosi quasi esclusivamente del confezionamento delle bomboniere nonché che nello stesso era altresì presente l’appellata ed a volte C.G.”;

3. avverso tale statuizione, depositata in Cancelleria il 19.9.2019, ha, con atto notificato il 19.5.2020, proposto ricorso per cassazione la lavoratrice deducendo quattro motivi di censura, illustrati con memoria; la controparte è rimasta intimata;

4. veniva depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso si denunzia, ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 4, nullità della sentenza per difetto di motivazione, ex art. 132 c.p.c., comma 2, ex art. 111 Cost. non potendosi comprendere le ragioni della statuizione visto il rinvio alla sentenza di primo grado ed avendo, la Corte territoriale, del tutto tralasciato e/o omesso gli avvenimenti emersi in corso di causa (non essendo nemmeno indicati i nominativi dei testimoni e/o le dichiarazioni che avrebbero smentito i fatti descritti dalla lavoratrice nonché le circostanze dirimenti narrate dal teste B. al Tribunale);

2. con il secondo motivo di ricorso si denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., dell’art. 2697 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: la tesi secondo cui il negozio fu gestito, durante la maternità della V., dal coniuge, C.G., è azzardata e contraria alle dichiarazioni del teste B.;

3. con il terzo motivo di ricorso si denunzia violazione dell’art. 116 c.p.c. e omessa valutazione della prova documentale (visura storica camerale dell’1.2.2018) comprovante l’assenza di dipendenti di entrambi i punti vendita, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo, la Corte territoriale, trascurato di motivare su detto documento e sulle modalità con cui i punti vendita furono gestiti durante la gravidanza della V.: la mancanza di dipendenti in entrambi i punti vendita doveva necessariamente spingere la V. a dare delle direttive alla lavoratrice, volte a consentire la gestione del punto vendita “Lady Marnet” in sua assenza;

4. con il quarto motivo di ricorso si deduce omesso esame circa un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, ex art. 360, comma 1, n. 5, provvedendo, la Corte territoriale, a ritenere esaurienti le dichiarazioni dei testimoni escussi dal giudice di prime cure (e concludendo per la mancata prova del vincolo di subordinazione) ma dimenticava di valutare le dichiarazioni rese dal teste B., deposizione del tutto dirimente ai fini di causa, come decisiva deve ritenersi la deposizione del teste S.;

5. premessa la tempestività del ricorso (in considerazione della eccezionale sospensione dei termini disposta dal D.L. n. 18 del 2020, art. 83, a causa dell’emergenza Coronavirus, sospensione prorogata dal D.L. n. 23 del 2020, art. 36, comma 1, dunque operante dal 9 marzo fino all’11 maggio 2020 per tutti i termini processuali del rito lavoro), i motivi, che possono essere trattati congiuntamente per la loro stretta connessione sono inammissibili;

6. la nullità della sentenza per mancanza della motivazione, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., è prospettabile quando la motivazione manchi addirittura graficamente, ovvero sia così oscura da non lasciarsi intendere da un normale intelletto;

6.1. in particolare, il vizio di motivazione previsto dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e dall’art. 111 Cost. sussiste quando la pronuncia riveli una obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che ha condotto il giudice alla formazione del proprio convincimento, come accade quando non vi sia alcuna esplicitazione sul quadro probatorio, né alcuna disamina logico-giuridica che lasci trasparire il percorso argomentativo seguito (Cfr. Cass. n. 3819 del 2020), non essendo più ammissibili, a seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012), le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata (Cass. n. 23940 del 2017);

6.3. nel caso in cuì il giudice del merito abbia ritenuto, senza ulteriori precisazioni, che le circostanze dedotte per sorreggere una certa domanda (o eccezione) siano generiche ed inidonee a dimostrare l’esistenza dei fatti costitutivi del diritto stesso (o dell’eccezione), non può ritenersi sussistente né la – violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, per difetto assoluto di motivazione o motivazione apparente, né la violazione dell’art. 112 c.p.c. per omessa pronuncìa, mentre, qualora si assuma che una tale pronuncia comporti la mancata valorizzazione di fatti che si ritengano essere stati affermati dalla parte con modalità sufficientemente specifiche, può ammettersi censura, da articolare nel rigoroso rispetto dei criteri di cui agli artt. 366 e 369 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, qualora uno o più dei predetti fatti integrino direttamente elementi costitutivi della fattispecie astratta e dunque per violazione della norma sostanziale (nel caso di specie, l’art. 2094 c.c.), oppure ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per omesso esame di una o più di tali circostanze la cui considerazione avrebbe consentito, secondo parametri di elevata probabilità logica, una ricostruzione dell’accaduto idonea ad integrare gli estremi della fattispecie rivendicata (Cass. n. 26764 del 2019);

6.4. nella specie, la Corte distrettuale ha motivato, in ordine alla (in)sussistenza di un vincolo di subordinazione tra le parti, richiamando l’orientamento giurisprudenziale consolidato in ordine agli indici sintomatici della subordinazione e rilevando che tali indici, e in particolare, l’orario di lavoro fisso e l’esercizio di un potere gerarchico e direttivo del datore di lavoro, non potevano riscontrarsi; la Corte territoriale ha aggiunto che – dal quadro probatorio acquisito ossia “dalle deposizioni dei testi escussi S., F., M., C.G., fratello dell’appellante e coniuge dell’appellata, B., Cr.” – poteva ritenersi provato che la C. era presente nel negozio occupandosi quasi esclusivamente del confezionamento delle bomboniere e che era altresì presente la V. e a volte C.G.; ha, infine, rilevato che il quadro probatorio era connotato da contraddizioni, ben evidenziate anche dal giudice di primo grado;

6.5. tale motivazione non può ritenersi meramente apparente, perché è idonea a consentire l’individuazione della ratio decidendi; inoltre, è legittima la motivazione “per relationem” della sentenza pronunciata in sede di gravame, purché il giudice d’appello – come nel caso di specie – facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto (Cass. n. 15483 del 11/06/2008);

7. questa Corte, con riguardo alle prestazioni lavorative rese tra persone legate da vincoli di parentela o affinità, ha affermato che, in tema di onere della prova relativo al rapporto di lavoro subordinato, ove la presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative fra persone legate da vincoli di parentela o affinità debba essere esclusa per l’accertato difetto della convivenza degli interessati, non opera “ipso iure” una presunzione di contrario contenuto, indicativa dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato. Pertanto, la parte che faccia valere diritti derivanti da tale rapporto ha comunque l’obbligo di dimostrarne, con prova precisa e rigorosa, tutti gli elementi costitutivi e, in particolare, i requisiti indefettibili della onerosità e della subordinazione (Cass. n. 17992 del 02/08/2010, nello stesso senso, Cass. n. 9043 del 20/04/2011);

8. è stato, altresì, affermato che ‘elemento che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato rispetto al rapporto di lavoro autonomo, è l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, con conseguente limitazione della sua autonomia ed inserimento nell’organizzazione aziendale, mentre altri elementi, quali l’assenza di rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario e la forma della retribuzione assumono natura meramente sussidiaria e di per se non decisiva; sicché qualora vi sia una situazione oggettiva di incertezza probatoria, il giudice deve ritenere che l’onere della prova a carico dell’attore non sia stato assolto e non già propendere per la natura subordinata del rapporto (Cass. n. 21028 del 28/09/2006);

9. inoltre, la dedotta violazione dell’art. 115 c.p.c. non è ravvisabile nella mera circostanza che il giudice di merito abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, ma soltanto nel caso in cui il giudice abbia giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (Cass., Sez. U, n. 11892/2016, Cass. Sez. U. n. 20867 del 2020);

10. la violazione dell’art. 116 c.p.c. e’, poi, configurabile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione (cfr. Cass. Sez. U. n. 11892 del 2016, Cass. Sez. U. n. 20867 del 2020, nonché, ex plurimis, Cass. n. 13960 del 2014),

11. la violazione dell’art. 2697 c.c. è censurabile, inoltre, per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne fosse onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti (Cass. n. 15107 del 2013; Cass. n. 13395 del 2018), mentre nella sentenza impugnata non è in alcun modo ravvisabile un sovvertimento dell’onere probatorio, interamente gravante su chi intendeva provare la natura subordinata del rapporto di lavoro;

12. in sintesi, le argomentazioni concernenti la ricostruzione delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa sollecitano, ad onta dei richiami normativi in esso contenuti, una rivisitazione nel merito della vicenda e delle risultanze processuali affinché se ne fornisca un diverso apprezzamento; si tratta di operazione non consentita in sede di legittimità, ancor più ove si consideri che in tal modo il ricorso finisce con il riprodurre (peraltro in maniera irrituale: cfr. Cass. S.U. n. 8053 del 2014) sostanziali censure ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, a monte non consentite dall’art. 348-ter c.p.c., commi 4 e 5, essendosi in presenza di doppia pronuncia conforme di merito basata sulle medesime ragioni di fatto circa la gravità del comportamento adottato dal lavoratore;

13. il ricorso e’, dunque, inammissibile; nulla sulle spese di lite, in assenza di costituzione della controparte;

14. in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, previsto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 20012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione civile della Corte di cassazione, il 6 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

 

 

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