Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36999 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 01/04/2021, dep. 26/11/2021), n.36999

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24643-2019 proposto da:

L.M., rappresentato e difeso dall’avv. GIANDOMENICO DELLA

MORA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS) IN PERSONA DEL MINISTRO

PRO-TEMPORE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso. AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 432/2019 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 20/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/04/2021 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 Con sentenza 20.6.2019 la Corte d’Appello di Trieste ha respinto il gravame proposto dal cittadino (OMISSIS) L.M. contro l’ordinanza di primo grado (Tribunale di Trieste 30.3.2018) che aveva confermato il diniego del riconoscimento dello status di rifugiato e di forme complementari di protezione emesso dalla Commissione Territoriale di Gradisca d’Isonzo.

Per giungere a tale soluzione il giudice di merito ritenuto privi di verosimiglianza i fatti narrati (allontanamento dal paese di origine per sfuggire alle minacce di morte provenienti dai membri della potente famiglia di una ragazza che lo aveva accusato di sequestro di persona in occasione di un trasporto sul suo mototaxi): appariva infatti strano che i familiari, intervenuti su richiesta della ragazza ed in assenza di testimoni, si fossero limitati a percuoterlo se la loro intenzione era in realtà di ucciderlo. Ha poi accertato che la situazione in Punjab non era grave e che non sussistevano i presupposti per la protezione nelle varie forme, ivi compresa quella umanitaria.

2 Contro tale provvedimento il L. ricorre per cassazione con due motivi.

Il Ministero dell’Interno resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Col primo motivo il ricorrente denunzia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3 e 14 – Mancato riconoscimento della protezione sussidiaria. In particolare, rimprovera alla Corte territoriale di avere espresso un giudizio di non credibilità delle dichiarazioni e di non avere verificato la mancanza di garanzie di sicurezza in (OMISSIS), discostandosi così da una pronuncia del Tribunale di Venezia che invece tale mancanza aveva accertato.

Il motivo è inammissibile sotto entrambi i profili in cui si articola ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1 (quanto alla formula, cfr. Sez. U-, Sentenza n. 7155 del 21/03/2017 Rv. 643549).

Premesso che non è più posto in discussione il diniego dello status di rifugiato (sicché sulla relativa statuizione si è ormai formato il giudicato), occorre soffermarsi innanzitutto sulla doglianza relativa alla domanda di protezione sussidiaria e in particolare sulla censura relativa al giudizio di inattendibilità delle dichiarazioni.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in materia di protezione internazionale, il giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente, da effettuarsi in base ai parametri, meramente indicativi, forniti dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, è sindacabile in sede di legittimità nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti – oltre che per motivazione assolutamente mancante, apparente o perplessa – spettando dunque al ricorrente allegare in modo non generico il “fatto storico” non valutato, il “dato” testuale o extratestuale dal quale esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale e la sua “decisività” per la definizione della vertenza (v. Sez. 1 -, Ordinanza n. 13578 del 02/07/2020 Rv. 658237).

Sempre in tema di Protezione Internazionale, è stato altresì affermato che il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, impone al giudice soltanto l’obbligo, prima di pronunciare il proprio giudizio sulla sussistenza dei presupposti per la concessione della protezione, di compiere le valutazioni ivi elencate e, in particolare, di stabilire se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili. Da ciò consegue che: a) la norma non potrà mai dirsi violata sol perché il giudice del merito abbia ritenuto inattendibile un racconto o inveritiero un fatto; b) non sussiste un diritto dello straniero ad essere creduto sol perché abbia presentato la domanda di asilo il prima possibile o abbia fornito un racconto circostanziato; c) il giudice è libero di credere o non credere a quanto riferito secondo il suo prudente apprezzamento che, in quanto tale, non è sindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato (Sez. 1 -, Ordinanza n. 6897 del 11/03/2020 Rv. 657477).

E ancora, in materia di protezione internazionale, la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (cfr. Sez. 3 -, Ordinanza n. 11925 del 19/06/2020 Rv. 658017).

Nel caso di specie la Corte giuliana (v. pagg. 4) ha evidenziato profili di incoerenza interna nel racconto (con riferimento al tipo di reazione che avrebbero avuto i parenti della ragazza durante l’aggressione compiuta in assenza di testimoni).

Ebbene, a fronte di tali rilievi del giudice di merito – certamente rientranti nell’attività di apprezzamento del fatto ad esso riservata – la censura tende unicamente a contrapporre una diversa valutazione.

Per quanto attiene invece al giudizio sulla situazione interna nel paese di origine, si osserva che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, va rappresentata dal ricorrente come minaccia grave e individuale alla sua vita, sia pure in rapporto alla situazione generale del paese di origine, ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 32064 del 12/12/2018 Rv. 652087; Sez. 1 Sentenza n. 30105 del 21/11/2018 Rv. 653226; più di recente, v. altresì Sez. 2, Ordinanza n. 23942 del 29/10/2020 Rv. 659606).

Nel caso in esame la Corte d’Appello alle pagg. 4 e ss, ha escluso nel Punjab (regione di origine del ricorrente) una situazione di violenza indiscriminata grazie anche alle operazioni di sicurezza dei servizi antiterrorismo. Il giudizio della Corte di Catanzaro, sintetico ma sufficiente, è frutto di apprezzamento in fatto fondato su fonti specificamente indicate (rapporti EASO 2017-2018) e pertanto si sottrae alla critica puramente fattuale e tendente a contrapporre ancora una volta una alternativa ricostruzione.

2 Col secondo motivo si denunzia la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6 e art. 19, nonché del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 29 e art. 32, comma 3 – Violazione del principio di non refoulement – Mancata concessione della protezione umanitaria. Secondo il ricorrente la Corte d’Appello avrebbe dovuto, sulla scorta delle fonti di conoscenza indicate dalla legge, riconoscere l’esistenza di conflitti armati in (OMISSIS) e quindi di gravi rischi all’incolumità così come accertato in alcune pronunce di altri giudici di merito; inoltre avrebbe dovuto considerare l’avvenuta integrazione in Italia sotto il profilo lavorativo tenendo conto anche dello stato di semianalfabetismo del richiedente.

Il motivo è anch’esso inammissibile ex art. 360 c.p.c., n. 1.

Le sezioni unite hanno affermato che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Sez. U, Sentenza n. 29459 del 13/11/2019 Rv. 656062; sulla stessa scia, Sez. 2 -, Ordinanza n. 15319 del 17/07/2020).

Stesso principio si rinviene anche in cass. 8020/2020: ai fini dell’accoglimento della domanda di protezione umanitaria occorre accertare la condizione di vulnerabilità del richiedente asilo desumibile dalla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione da lui raggiunto in Italia e la situazione cui si troverebbe esposto in caso di rientro nel paese di origine. Il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza.

Nel caso in esame la Corte d’Appello ha dato conto, come si è visto, della situazione interna del (OMISSIS) (v. sopra nella trattazione del motivo che precede) e quanto agli altri profili di vulnerabilità – che costituiscono la base dell’accertamento in ordine alla sussistenza dei requisiti per il rilascio del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie – ha dato ancora una volta conto del suo convincimento evidenziando da un lato la genericità degli elementi a supporto dell’asserita integrazione in Italia (produzione soltanto di un contratto di lavoro come bracciante agricolo) e dall’altro la provenienza da una Regione, il (OMISSIS), caratterizzata da forti capacità di sviluppo e centro delle attività politiche ed economiche. Tali circostanze escludono – sempre secondo l’apprezzamento della Corte di merito – una situazione di pericolo per la salvaguardia dei diritti umani in caso di rimpatrio, anche perché alla rescissione dei legami sociali col Paese di origine corrisponde l’assenza di elementi per ritenere che in Italia egli abbia costituito legami sociali o familiari (cfr. sentenza impugnata a pag. 5).

Trattasi ancora una volta di valutazioni in fatto, immuni da errori di diritto e come tali sottratte al sindacato di legittimità.

In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile con inevitabile addebito di spese. L’esito del giudizio comporta l’obbligo di versamento dell’ulteriore contributo unificato se dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito. Sussistono a carico del ricorrente i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 1 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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