Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36998 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 01/04/2021, dep. 26/11/2021), n.36998

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24971-2019 proposto da:

E.J., rappresentato e difeso dall’avv. CLAUDIA PEZZONI;

– ricorrente –

contro

PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO TRIBUNALE BOLOGNA, IN PERSONA DEL

PROCURATORE PRO-TEMPORE, MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS) IN

PERSONA DEL MINISTRO PRO-TREMPORE;

– intimati –

avverso il decreto del TRIBUNALE di BOLOGNA, depositata il

20/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/04/2021 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 Con decreto 20.6.2019 il Tribunale di Bologna ha respinto il ricorso proposto dal cittadino (OMISSIS) E.J. contro il diniego del riconoscimento dello status di rifugiato e di forme complementari di protezione emesso dalla locale Commissione Territoriale.

Per giungere a tale soluzione il giudice di merito ha osservato;

– che le dichiarazioni fornite dall’interessato in relazione alle ragioni della sua fuga dalla (OMISSIS) (timore per le minacce di morte provenienti da avversari politici i quali avevano già ucciso sua sorella e il Segretario del partito di cui egli era giovane attivista e compiuto altri atti intimidatori come l’incendio del suo negozio e l’invio di messaggi) erano prive di credibilità e contraddittorie rispetto a quanto dichiarato precedentemente in Commissione;

– che nella Regione di provenienza ((OMISSIS)) non si riscontrava una situazione di violenza generalizzata e quindi non ricorrevano neppure i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria;

– che non risultando la grave vulnerabilità non poteva riconoscersi neanche la protezione umanitaria.

2 Contro tale provvedimento E.J. ricorre per cassazione con otto motivi.

Il Ministero è rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Col primo motivo si denunzia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione del provvedimento di rigetto, criticandosi in particolare il giudizio di inattendibilità delle dichiarazioni nella parte riguardante il ruolo ricoperto nel partito politico, il nome del segretario, sulla situazione in (OMISSIS) e sulla insussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria.

Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1 (cfr. quanto alla formula, Sez. U -, Sentenza n. 7155 del 21/03/2017 Rv. 643549).

In materia di protezione internazionale, il giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente, da effettuarsi in base ai parametri, meramente indicativi, forniti dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, è sindacabile in sede di legittimità nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti – oltre che per motivazione assolutamente mancante, apparente o perplessa – spettando dunque al ricorrente allegare in modo non generico il “fatto storico” non valutato, il “dato” testuale o extratestuale dal quale esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale e la sua “decisività” per la definizione della vertenza (v. Sez. 1 -, Ordinanza n. 13578 del 02/07/2020 Rv. 658237).

Sempre in tema di Protezione Internazionale, è stato altresì affermato che il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, impone al giudice soltanto l’obbligo, prima di pronunciare il proprio giudizio sulla sussistenza dei presupposti per la concessione della protezione, di compiere le valutazioni ivi elencate e, in particolare, di stabilire se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili. Da ciò consegue che: a) la norma non potrà mai dirsi violata sol perché il giudice del merito abbia ritenuto inattendibile un racconto o inveritiero un fatto; b) non sussiste un diritto dello straniero ad essere creduto sol perché abbia presentato la domanda di asilo il prima possibile o abbia fornito un racconto circostanziato; c) il giudice è libero di credere o non credere a quanto riferito secondo il suo prudente apprezzamento che, in quanto tale, non è sindacabile in sede di legittimità, se congrua mente motivato (Sez. 1 -, Ordinanza n. 6897 del 11/03/2020 Rv. 657477).

E ancora, in materia di protezione internazionale, la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (cfr. Sez. 3 -, Ordinanza n. 11925 del 19/06/2020 (Rv. 658017).

Inoltre, in materia di protezione internazionale, il richiedente è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare, soltanto qualora egli, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, (cass. n. 15794/19; in senso conforme, n. 19197/15). Pertanto, qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Sez. 2 Ordinanza n. 8367 del 29/04/2020 Rv. 657595; ancora cass. nn. 16925/18 e 28862/18; Sez. 2, Ordinanza n. 16925 del 11/08/2020 Rv. 658940).

Nel caso in esame il ricorrente deduce un vizio che ormai non rientra più tra quelli denunziabili in cassazione (cfr. art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) e la critica in effetti si risolve in una alternativa valutazione delle dichiarazioni rese e dell’apprezzamento del Tribunale sulla insussistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda di protezione nelle sue varie forme.

2 Col secondo motivo si denunzia violazione ed errata applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7. Dolendosi del mancato riconoscimento dello status di rifugiato, il ricorrente rimprovera al giudice di merito di avere escluso l’esistenza di atti persecutori senza compiere ulteriori accertamenti di ufficio, ad esempio sulle condizioni politiche del paese di provenienza.

Il motivo è inammissibile.

Nel caso in esame il giudice ha compiuto accertamenti sulla situazione interna in (OMISSIS) dando conto puntualmente delle fonti riscontrate (pagg. 5 e 6). Sulla inutilità di ulteriori approfondimenti istruttori si richiama il principio riportato nella parte finale della trattazione del motivo che precede.

3 Col terzo motivo il ricorrente denunzia violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8, 9 e 14 e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, commi 3, lett. a), b) e c), commi 4 e 5 e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 19 dolendosi innanzitutto della conduzione dell’audizione da parte della Commissione territoriale. In secondo luogo, contesta il giudizio negativo espresso sulla credibilità delle dichiarazioni osservando invece che si tratta di dichiarazioni coerenti e plausibili, non in contraddizione e con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso. Ribadisce di essersi attivato fornendo tutta la documentazione e le informazioni necessarie e richiama ancora il principio della cooperazione istruttoria.

La censura è inammissibile nella parte in cui si appunta sulla conduzione dell’audizione da parte della Commissione territoriale (peraltro con osservazioni generiche), posto che il Tribunale ha proceduto ad assumere nuovamente le dichiarazioni.

Quanto alla mancanza di cooperazione istruttoria sulle condizioni nel paese di origine e alla critica sulla credibilità si richiamano i principi riportati nel primo motivo.

Nel caso in esame il Tribunale si è attenuto ai principi indicati dando conto delle incongruenze emerse nel racconto della vicenda personale (pagg. 4 e ss con riguardo agli spostamenti, alla genericità dei soggetti autori delle minacce, alla mancata denunzia alla Polizia in seguito alle minacce e all’incendio del negozio).

4 Col quarto motivo il ricorrente denunzia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, comma 1, lett. e) ed f) ma si limita ad elencare una serie di disposizioni: la censura quindi è inammissibile per difetto di specificità perché non si riesce a cogliere quale sia la violazione addebitata al Tribunale.

5 Col quinto motivo si denunzia la violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8, 9, 14 e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 3, lett. a), b) e c), commi 4 e 5 nonché art. 19 per avere il Tribunale negato lo status di rifugiato senza formulare idonee domande al fine di sollecitare puntuali risposte.

6 Col sesto motivo si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5 in tema di regime probatorio.

Questi due motivi sono inammissibili perché si risolvono in censure generiche, pedissequamente riproduttive di passaggi contenuti nel terzo motivo (con riferimento al contenuto del verbale e agli oneri probatori: cfr. pagg. 20 e ss con pagg. 27 e ss pagg. 29 e ss), che sortiscono l’unico effetto di appesantire inutilmente il ricorso. Si rinvia pertanto a quanto esposto nella trattazione del terzo motivo.

7 Col settimo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 per avere il Tribunale escluso la cooperazione istruttoria in caso di non credibilità delle dichiarazioni e per avere collegato il rigetto della protezione sussidiaria alla non credibilità.

Anche questo motivo è inammissibile.

A parte la sua confusa esposizione mediante l’attribuzione al Tribunale di passaggi argomentativi che però non si rinvengono nel provvedimento impugnato (cfr. pag. 32 ricorso e decreto impugnato pagg. 4 e ss), si evidenzia che il perno motivazionale del diniego della protezione sussidiaria sta nell’accertata esclusione di una situazione di violenza indiscriminata in (OMISSIS) (cfr. pagg. 5 e 6 del decreto impugnato in cui il Tribunale indica specificamente le fonti e il loro aggiornamento al 2018).

8 Con l’ottavo e ultimo motivo si denunzia, infine, violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, nonché D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, comma 1 e art. 5, comma 6 in relazione al diniego della protezione umanitaria. Osserva il ricorrente che in Italia svolge attività lavorativa di magazziniere e frequenta un corso di italiano mentre in (OMISSIS) è privo di mezzi di sostentamento.

Anche questa censura è inammissibile perché si risolve in una censura in fatto a fronte di un percorso argomentativo sintetico ma in linea con la giurisprudenza di questa Corte.

Le sezioni unite hanno affermato che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Sez. U, Sentenza n. 29459 del 13/11/2019 Rv. 656062; sulla stessa scia, Sez. 2 -, Ordinanza n. 15319 del 17/07/2020).

Stesso principio si rinviene anche in cass. 8020/2020: ai fini dell’accoglimento della domanda di protezione umanitaria occorre accertare la condizione di vulnerabilità del richiedente asilo desumibile dalla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione da lui raggiunto in Italia e la situazione cui si troverebbe esposto in caso di rientro nel paese di origine. Il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui l D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza.

Nel caso in esame il Tribunale ha escluso condizioni di seria e grave vulnerabilità nel paese di origine ove il ricorrente conserva legami familiari (madre).

In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile, ma senza alcun addebito di spese (in considerazione della scelta difensiva dell’Amministrazione dell’Interno). L’esito del giudizio comporta l’obbligo di versamento dell’ulteriore contributo unificato se dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso. Sussistono a carico del ricorrente i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 1 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

 

 

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