Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36994 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 01/04/2021, dep. 26/11/2021), n.36994

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – rel. Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26888-2019 proposto da:

R.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FEDERICO CESI n.

72, presso lo studio dell’avvocato ANDREA SCIARRILLO, rappresentato

e difeso dall’avvocato PIETRO SGARBI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 250/2019 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 21/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/04/2021 dal Presidente Dott. FELICE MANNA.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

R.A., cittadino (OMISSIS) nato nel (OMISSIS), proponeva ricorso innanzi al Tribunale di Ancona avverso la decisione della locale Commissione territoriale, che aveva respinto la sua richiesta di protezione internazionale o umanitaria. A sostegno della domanda, questi aveva dedotto d’aver abbandonato il Paese d’origine temendo per la propria vita, in quanto il nonno sarebbe stato ucciso da un potente ministro dello Stato che si sarebbe impossessato della sua terra. Racconta poi di aver subito, in occasione della morte della nonna, un’aggressione e che sarebbero stati uccisi in quel frangente anche uno zio e un cugino.

Il Tribunale rigettava la domanda e la Corte d’appello d’Ancona, con sentenza n. 1491/16, dichiarava inammissibile l’impugnazione del richiedente ritenendola tardiva.

Quest’ultima pronuncia era annullata da questa Corte, con ordinanza n. 10122/19, con rinvio alla Corte d’appello d’Ancona, che, infine, con sentenza n. 250/19 rigettava l’appello.

Riteneva la Corte territoriale che i fatti narrati non configurassero un’ipotesi di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale od opinione politica, e che non risultava che in relazione a tali violenze di tipo privato egli non potesse avvalersi della protezione dello Stato.

Quanto alla protezione sussidiaria, rilevava la Corte distrettuale che la questione dedotta rivestiva un carattere di violenza privata, cui era estraneo il potere costituito; e che, ad ogni modo, essa non aveva dato luogo ad un trattamento degradante, sicché dovevano escludersi entrambe le ipotesi di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, lett. a) e b).

La Corte marchigiana escludeva, altresì, sulla base dei report Easo, che sussistessero i presupposti applicativi dell’art. 14, lett. c) cit., giacché, in base alla giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea, occorreva che il grado di violenza indiscriminata caratterizzante il conflitto armato, avesse raggiunto un livello così elevato da far ritenere che un civile, rientrato nel Paese o nella regione di provenienza, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo alla vita o all’incolumità. E nella specie, osservava, nella zona di provenienza del richiedente ((OMISSIS)) vi era solo una situazione di instabilità dovuta ad attentati a forze governative e di episodi di scontro tra opposti gruppi armati.

Infine, la Corte dorica osservava che non erano state dimostrate né specifiche situazioni soggettive di vulnerabilità, né un effettivo radicamento territoriale, personale, familiare, lavorativo e sociale che, ove interrotto, avrebbe esposto il richiedente ad analoga vulnerabilità in caso di rimpatrio.

Avverso tale sentenza il richiedente propone ricorso per cassazione.

Il Ministero dell’Interno ha depositato un “atto di costituzione”, in vista dell’eventuale discussione orale del ricorso.

Il quale ultimo è stato avviato alla trattazione camerale ai sensi dell’art. 380-bis. c.p.c.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Parte ricorrente non ha numerato i motivi d’impugnazione. Tra le pagg. 2 e 3 del ricorso sono elencate violazioni di varie norme, che tuttavia non integrano un’autonoma censura né corrispondono, esattamente e partitamente, alle doglianze sviluppate nelle pagine successive. Le quali, pertanto, prenderanno numero in base all’esame, nell’ordine di esposizione ricavabile dal ricorso stesso.

2. – Con un primo motivo (pagg. 3-5 del ricorso) parte ricorrente lamenta la violazione o falsa applicazione degli artt. 1 Convenzione di Ginevra 28.7.1951 e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. e) sulla nozione di rifugiato. Sostiene che la Corte d’appello avrebbe in maniera sbrigativa e sommaria escluso l’applicabilità delle disposizioni sul riconoscimento dello status di rifugiato, benché le autorità statuali, nel caso in esame, non abbiano voluto fornire tutela alcuna al richiedente per gli omicidi perpetrati a danno dei familiari di lui. E da ciò trae la conseguenza che dette autorità del Paese d’origine debbano identificarsi con i persecutori ai tini dell’applicazione della protezione anzi detta.

2.1. – Il motivo è infondato.

Ai sensi dell’art. 2, lett. e) per “rifugiato” si intende il cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione di cui all’art. 10.

Occorre, pertanto, un collegamento tra la persecuzione e i motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, nel senso che l’una non può astrarre dagli altri.

Nel caso specifico correttamente la Corte territoriale non ha dedotto l’esistenza di una persecuzione politica dalla sola riferita provenienza delle violenze da un “potente ministro dello Stato”. L’appartenenza di quest’ultimo alla classe politica non rende per osmosi altrettanto politico e di natura persecutoria, nel senso innanzi indicato, ogni atto di prevaricazione che questi possa commettere, con o senza abuso del suo potere; così come reati comuni (violenze private e omicidi) commessi per finalità non politiche ma personali e di lucro, non assurgono a reati politici per la sola qualità personale dei suoi autori.

Allo stesso modo, neppure la dedotta inattività delle autorità governative, volontaria o meno che sia, trasforma reati comuni in atti di persecuzione politica, potendo tale mancato intervento di tutela rilevare soltanto ai tini della diversa protezione sussidiaria per danno grave, ai sensi dell’art. 14 D.Lgs. cit.

3. – Il secondo mezzo (pagg. 5-7) espone la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3,D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 27, comma 1-bis e art. 116 c.p.c. Parte ricorrente lamenta che la Corte distrettuale non abbia esaminato la documentazione prodotta (quale la denuncia presentata dal richiedente contro i persecutori, certificazione medica relativa ai parenti uccisi e foto di questi ultimi e dei responsabili degli omicidi), idonea a suffragare appieno quanto narrato. E deduce che la Corte d’appello, ove anche avesse ritenuto non credibile il racconto del richiedente, avrebbe dovuto esercitare i suoi poteri officiosi traendo spunto dalla documentazione prodotta.

3.1. – Il motivo è inammissibile, perché non coglie la ratio decidendi del provvedimento impugnato, che si basa su di un giudizio non d’inattendibilità, ma di inidoneità del racconto a configurare gli estremi della richiesta protezione. Va da sé, pertanto, l’inutilità del richiamo ai poteri di cooperazione istruttoria – di cui parte ricorrente lamenta senza ragione il mancato esercizio, ricorrendo anche ad un periodo ipotetico del terzo tipo – atteso che la Corte ha escluso non la verità dei fatti ma la loro attitudine a fondare la domanda.

4. – Il terzo motivo (pagg. 7-10) denuncia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. b) e c). Sotto il primo profilo lamenta che la Corte territoriale si sarebbe limitata ad escludere la protezione sussidiaria di cui alla lett. b), senza di fatto motivare nulla in concreto sulle aggressioni fisiche subite dal richiedente e dai familiari di lui. Sotto il secondo profilo, richiama il report Easo dell’ottobre 2018 e quello del sito (OMISSIS) aggiornato al 2019. Cita, inoltre, a sostegno dell’esistenza nel (OMISSIS) di una situazione di violenza indiscriminata per conflitto armato interno, varie decisioni di uffici giudiziari di merito.

5. – Col quarto mezzo (pagg. 10-11) si deduce la violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3 e art. 27, comma 1-bis, perché la sentenza impugnata non avrebbe operato nessun richiamo a qualsivoglia autorevole ed attuale fonte nazionale o internazionale.

6. – Questi ultimi due motivi – da trattare congiuntamente, l’uno essendo la consecuzione dell’altro – sono in parte inammissibili ed in parte infondati.

6.1. – Inammissibili quanto al rigetto della protezione sussidiaria di cui all’art. 14, lett. b D.Lgs. cit., perché non colgono la ratio decidendi, avendo la Corte territoriale escluso che i fatti narrati costituiscano ex se il pericolo d’un trattamento degradante, affermazione in ordine alla quale le censure appaiono silenti.

6.2. – Infondati per quanto concerne la protezione sussidiaria prevista dalla lett. e) cit. articolo.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (n. 4037/20; conformi. nn. 21932/20, 22769/20 e 7105/21).

Nello specifico, la Corte distrettuale ha valutato i report Easo (fonte privilegiata ex lege: D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3) 2015 (v. pag. 7), 2016 (v. pag. 8) e 2018 (come si deduce da pag. 10, lì dove vi è un espresso riferimento a fatti esaminati dall’Easo fino al 18 aprile 2018), mentre il motivo di censura cita il report Easo dell’ottobre 2018. Non è dato di sapere se queste ultime informazioni siano o non successive a quelle valutate dalla Corte di merito. Tuttavia, il motivo si limita a riportare pochi dati statistici sul numero dei morti (-Morti a causa della violenza nelle diverse regioni nella prima metà del 2018″ e – impatto della violenza sui civili), che al più aggiornano i dati di cui alle pagg. 9 e 10 della sentenza impugnata, ma dai quali non è possibile ricavare né un’effettiva diversità di situazione tra l’un momento (18 aprile) e l’altro (prima metà del 2018), né il sopravvenire d’un conflitto interno o internazionale prima non esistente.

Quanto alle informazioni tratte dal sito -(OMISSIS)”, se ne deve escludere la rilevanza in materia. La giurisprudenza di questa Corte ha già chiarito che nei procedimenti di protezione internazionale, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice si sostanzia nell’acquisizione di COI (Country of Origin information) pertinenti e aggiornate al momento della decisione (ovvero ad epoca ad essa prossima), da richiedersi agli enti a ciò preposti, non potendo ritenersi tale il sito ministeriale “(OMISSIS)”, il cui scopo e funzione non coincidono, se non in parte, con quelli perseguiti nei procedimenti indicati (n. 8819/20).

7. – Col quinto motivo (pagg. 11-13) è allegata la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, comma 3, T.U. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e artt. 3 e 10 Cost., nonché la nullità della sentenza. La sentenza impugnata avrebbe genericamente escluso che il richiedente versasse in una situazione di vulnerabilità atipica, arrivando, poi, a confondere i presupposti della protezione umanitaria e sussidiaria (inerente al caso di conflitto interno), senza motivare concretamente l’esclusione della prima. Deduce, quindi, parte ricorrente che la Corte distrettuale non ha tenuto conto “delle più che mai plausibili condizioni di vulnerabilità che avrebbero ben integrato i requisiti dei “gravi motivi di carattere umanitario” di cui alla norma, quali – ad esempio – la persecuzione patita in patria, la giovane età del richiedente, la contingente situazione di conflittualità e violazione dei diritti umani in (OMISSIS), l’assenza dal Paese ormai dal 2011, le condizioni di vita non dignitose in patria (…); il tutto senza peraltro tralasciare la circostanza che il sig. R.A. è fuggito dal Paese natio per aver salva la vita, circostanza, questa che (…) integra in toto una condizione di vulnerabilità effettiva che ben avrebbe dovuto consentire di valutare compiutamente il processo di inclusione sociale del ricorrente nell’ottica di quella “valutazione comparativa” tra il grado di integrazione sociale del ricorrente nel nostro paese e la situazione cui sarebbe esposto ove fosse costretto al rimpatrio nel paese d’origine ed ove, in ragione della contingente situazione socio-politica-istituzionale quantomeno instabile ed insicura, difficilmente riuscirebbe a reinserirsi nuovamente e proficuamente come invece ha fatto in territorio nazionale” (così, testualmente, a pag. 12 del ricorso).

7.1. – Al netto dell’inesatta ma sovrabbondante iterazione, in punto di protezione umanitaria, della circostanza per cui nel (OMISSIS) non è ravvisabile una violenza indiscriminata, il provvedimento impugnato non incorre nel vizio in esame.

Deducendo la vulnerabilità soggettiva del richiedente dalle ragioni di persecuzione subite, dalla contingente situazione di conflittualità e di violazione dei diritti umani e dalle generali non dignitose condizioni di vita in (OMISSIS), la censura incorre proprio in ciò che critica nel provvedimento impugnato, poiché mostra di far commistione di concetti eterogenei. (La persecuzione attiene al rifugio, il conflitto interno o internazionale alla protezione sussidiaria, la violazione dei diritti umani all’una e/o all’altra, e la generale povertà alla sola valutazione comparativa tra integrazione nel Paese d’accoglienza e situazione soggettiva in caso di rimpatrio).

Oltre a ciò, deve rimarcarsi che la condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere ancorata ad una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio, poiché, in caso contrario, si prenderebbe in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, (n. 9304/19).

In altri termini, la protezione umanitaria, al pari di quella internazionale – con esclusione della sola ipotesi di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) – ha carattere essenzialmente individuale, di talché le relative condizioni non possono essere desunte dal rischio-paese di provenienza, ed essere comuni, pertanto, a qualsivoglia altra persona di pari condizione sociale ed economica che ivi conduca la propria esistenza. Correttamente, pertanto, il giudice di merito pretende, al riguardo, l’allegazione specifica di (ancorché non tipizzati) elementi di vulnerabilità personale, i quali, per di più, non vanno confusi con quelli che astrattamente integrerebbero le protezioni c.d. maggiori.

Elementi che, nella specie, la Corte di merito ha affermato non essere stati dedotti e che parte ricorrente non dimostra di aver allegato.

Quanto al giudizio di comparazione che parte ricorrente lamenta essere mancato nel provvedimento della Corte distrettuale nell’escludere la protezione umanitaria (applicabile ratione temporis alla fattispecie), deve osservarsi che esso presuppone pur sempre la vulnerabilità del richiedente. Questa ricorre in presenza di alcuna delle condizioni di cui al T.U. n. 286 del 1998, art. 19 ovvero nell’ipotesi della c.d. vulnerabilità di ritorno, quale risultato, cioè, di un raggiunto livello di integrazione nel Paese di accoglienza che, rapportato a quello che il richiedente ritroverebbe nel Paese d’origine, faccia prevedere a carico del richiedente la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale (cfr. n. 4455/18). Solo in presenza di elementi di un’effettiva integrazione tale giudizio comparativo ha ragion d’essere, sicché correttamente la Corte d’appello, avendo ritenuto che non emergesse radicamento alcuno in Italia, non l’ha operato.

8. – In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 360-bis, n. 1 c.p.c., per come (re)interpretato da S.U. n. 7155/17.

9. – Nulla per le spese, poiché il Ministero intimato non ha svolto una rituale attività difensiva.

10. – Ricorrono i presupposti processuali per il raddoppio, a carico del ricorrente, del contributo unificato, se dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Sussistono a carico del ricorrente i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 1 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

 

 

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