Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36992 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 23/02/2021, dep. 26/11/2021), n.36992

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19597/2019 proposto da:

E.A., rappresentato e difeso dall’avv. IVANA CALCOPIETRO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), IN PERSONA DEL MINISTRO PRO

TEMPORE, COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA

PROTEZIONE INTERNAZIONALE TRAPANI SEZIONE AGRIGENTO;

– intimati –

avverso il decreto del TRIBUNALE di PALERMO, depositata il

14/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

23/02/2021 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

E.A. – cittadino della Nigeria – ebbe a proporre ricorso avanti il Tribunale di Palermo avverso la decisione della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Agrigento, che aveva rigettato la sua istanza di protezione internazionale in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

Il ricorrente deduceva d’aver deciso d’espatriare poiché aveva rivelato l’appartenenza di suo padre alla setta degli (OMISSIS), sicché lo aspettava la morte in guisa di sacrificio umano.

Il Tribunale panormita ebbe a rigettare il ricorso ritenendo la vicenda personale narrata dal ricorrente non credibile; non concorrente, nella zona della Nigeria di sua provenienza, una situazione socio-politica connotata da violenza diffusa; non rilevante le vicende della sua permanenza in Libia in quanto Paese di mero transito e, non concorrenti condizione di vulnerabilità.

Il richiedente asilo, avverso detto decreto, ha proposto ricorso per cassazione articolato su quattro motivi.

Il Ministero degli Interni, benché ritualmente evocato, è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso svolto dall’ E. appare inammissibile a sensi dell’art. 360 bis c.p.c. – siccome la norma è stata ricostruita ex Cass. SU n. 7155/17 -.

Con la prima ragione di doglianza il ricorrente lamenta violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 14 e 17, art. 111 Cost., comma 6, art. 132 c.p.c., n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c., nonché omesso esame di fatti decisivi, poiché il Tribunale ha travisato le informazioni, pur assunte da rapporti redatti da Organizzazioni internazionali accreditate, ritenendo non concorrere situazione socio-politica connotata da violenza diffusa nella sua zona della Nigeria di sua provenienza. Inoltre il ricorrente rilevava come le fonti utilizzate dal Tribunale non erano aggiornate e non era stato tenuto conto delle sue produzioni documentali al riguardo, specie il sito Viaggiare informati curato dal Ministero degli esteri e gli arresti di altri Tribunali relativi a domanda di protezione proposte da altri cittadini nigeriani.

La censura svolta nel ricorso appare generica posto che si compendia nella mera proposizione di tesi alternativa, rispetto a quella elaborata dal Tribunale panormita, sulla scorta dei medesimi dati fattuali – ossia i rapporti dai quali desumere notizie circa la situazione socio-politica della Nigeria.

Il Collegio panormita, in ordine all’attuale situazione socio-politica esistente in Nigeria segnatamente nell’Edo State – regione di provenienza del richiedente asilo – ha puntualmente assunto informazioni mediante l’utilizzo di aggiornati – anno 2018 – rapporti redatti da autorevoli Organizzazioni internazionali all’uopo preposte, partitamente indicati nel decreto, e ha concluso che detta situazione non appare connotata da violenza diffusa nell’accezione data a tale concetto dalla Corte Europea.

Il Tribunale ha bensì ricordato che anche in detta zona della Nigeria agiscono gruppi criminali armati ma ha precisato che la loro azione risulta concentrata sul sabotaggio alle installazioni petrolifere a fini di estorsione e, non già, pongono in essere azioni violente rivolte verso indiscriminatamente la popolazione civile. L’argomento critico svolto contesta detta valutazione rilevando che il rapporto Easo utilizzato non è aggiornato, ma l’affermazione critica non risulta seguita dall’indicazione dello specifico rapporto – pubblicato prima della pronunzia – non esaminato dal Collegio panormita – Cass. sez. 1 n. 26728/19.

Inoltre viene operato diffuso richiamo ad arresti giurisprudenziali di merito afferenti altre specifiche situazioni di cittadini nigeriani, ossia a dato irrilevante stante la prescrizione legislativa che ogni personale situazione deve esser valutata nella sua specificità.

Infine si opera riferimento ai suggerimenti dati ai viaggiatori sull’apposito sito del Ministero degli esteri che appunto – con relazione alla zona del delta del Niger – ricorda l’azione violenta di gruppi criminali collegati alla presenza di installazioni petrolifere, ossia esattamente l’elemento già valutato dal Tribunale.

Alcun rilievo, poi, assume nella specie il cenno all’art. 8 della direttiva U.E., posto che disciplina la possibilità di escludere la protezione se il richiedente asilo possa spostarsi in altra zona del suo Paese d’origine ritenuta sicura, posto che nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto non sussistere i requisiti previsti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), nella zona di residenza del ricorrente.

Con la seconda doglianza l’ E. deduce i medesimi vizi di legittimità addotti a supporto della prima censura poiché il Collegio panormita ha erroneamente ritenuto non credibile il suo narrato benché la pratica dei sacrifici umani riportata da articolo giornalistico e la violenza delle sette e la pratica di riti magici e tradizionali riferita dal citato sito informativo ministeriale.

Inoltre il ricorrente osserva come il Tribunale non ha ritenuto tutelabile la persecuzione quando anche posta in essere da soggetti non statuali, benché pacificamente un tanto possibile, siccome insegna questa Suprema Corte.

La censura siccome svolta nel ricorso appare inammissibile posto che non si confronta specificatamente con le ragioni poste a fondamento della sua statuizione in punto credibilità dal Collegio panormita, limitandosi il ricorrente a mera contestazione fondata su ragionamento astratto.

Difatti il primo Giudice, non già, ha ritenuto che in Nigeria non esista violenza posta in atto da sette, non vi siano sette ovvero praticati culti tradizionali e magici ovvero non allignino associazioni segrete quali gli (OMISSIS), relativamente alla cui azione violenta lo Stato nigeriano non assegna adeguata protezione ai suoi cittadini.

Più semplicemente ha ritenuto che il ricorrente non era credibile – indicandone puntualmente le ragioni – quando riferiva di esser perseguitato da detta setta, cui egli affermava appartenesse il padre pronto ad offrirlo quale vittima per sacrificio rituale al fine d’espiare il tradimento del segreto.

Dunque irrilevante nella specifica situazione personale risulta l’argomentazione fondata sulla violenza delle sette e la pericolosità dei culti tradizionali nigeriani ovvero l’astratta riconducibilità della loro azione violenta a persecuzione rilevante ai fini della protezione internazionale, poiché questione non posta dal Tribunale alla base della sua statuizione circa il diniego della protezione sussidiaria al ricorrente.

Con il terzo mezzo d’impugnazione il ricorrente denunzia sempre i medesimi vizi di legittimità indicato nel primo motivo posto che il Collegio panormita non ebbe a valutare, ai fini della chiesta protezione, la sua professione della religione cattolica, fatto questo che ex se l’esponeva a persecuzione in Patria.

La censura mossa appare meramente apodittica posto che non risulta fondata in alcun modo sulla specifica situazione prospettata dallo stesso richiedente asilo, bensì solo sul richiamo ad episodi di violenze contro i cristiani posti in essere da aderenti a gruppo estremistico islamista operante nel Paese, ne segue l’evidente inammissibilità per genericità.

Con il quarto mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce omesso esame di fatto decisivo e violazione delle regole processuali e costituzionali in tema di obbligo della motivazione e violazione della norma D.P.R. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6 e delle regole processuali in materia di utilizzo delle prove, in quanto il Collegio panormita ebbe anche ad erroneamente rigettare la sua domanda tesa al riconoscimento della protezione umanitaria.

Osserva in particolare il ricorrente come i primi Giudici non tennero adeguato conto del suo racconto con relazione alla sua giovane età al momento dell’espatrio ed alla rottura di ogni legame con la sua famiglia d’origine, nonché la situazione economica e sanitaria assai critica in Patria, così non valutando le sue condizioni di vulnerabilità, documentate in causa, e non procedendo alla richiesta comparazione delle sue condizioni di vita in Italia ed in caso di rimpatrio.

La censura s’appalesa generica eppertanto inammissibile, posto che non opera confronto con la puntuale motivazione al riguardo esposta dal Collegio siciliano. Difatti il Tribunale con partita motivazione ha escluso la concorrenza di effettiva condizione di vulnerabilità in capo al ricorrente sia di natura oggettiva – seria lesione in caso di rimpatrio dei suoi diritti fondamentali – sulla scorta dell’esame della situazione socio-politica nell’Edo State dianzi richiamata, sia soggettiva ed ha proceduto alla richiesta comparazione, esaminando la situazione familiare, la competenze lavorative e le modalità di vita del ricorrente in Patria – sulla base della ritenuta non credibilità del suo narrato fondato proprio sulla fuga dal padre – rispetto all’assenza di legami in Italia.

Duque l’argomentazione critica proposta appare astratta con mera riproposizione dei dati fattuali puntualmente esaminati dal Collegio panormita per giungere alla sua decisione proprio in relazione alla comparazione denunziata siccome mancante.

Alla declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione non segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di lite di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione poiché non costituita.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in Camera di consiglio, il 23 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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