Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36980 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 18/05/2021, dep. 26/11/2021), n.36980

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11554/2016 proposto da:

C.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PINEROLO 22,

presso lo studio dell’avvocato MARIA ELENA LORETI, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO FACCHETTI;

– ricorrente –

contro

N.A.M., R.I., R.V.P.,

(quest’ultime nella q. di cui N.G.), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA MICHELE MERCATI 51, presso lo studio

dell’avvocato ANTONIO BRIGUGLIO, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato CARLO MOSCA;

– controricorrenti – ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza n. 44/2015 del TRIBUNALE di PAVIA, depositata il

04/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/05/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE TEDESCO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Pavia accolse le domande proposte da N.A.M. e N.G., eredi di N.E., nei confronti del nipote della defunta C.L.. Le attrici chiesero la condanna del convenuto, con il quale la de cuius aveva coabitato nell’abitazione dei genitori dello stesso convenuto per un certo periodo, la restituzione di somme prelevate dal conto corrente della defunta, mediante utilizzazione della carta bancomat, nel periodo compreso fra (OMISSIS), allorché la defunta era stata gravemente malata. Le attrici, inoltre, chiesero l’annullamento della donazione della nuda proprietà di un immobile in Milano, fatta dalla defunta in favore del convenuto. A giustificazione di tale ulteriore richiesta dedussero che la donante era in stato di incapacità al momento della stipula.

Il Tribunale, appunto, ha accolto le domande; ha quindi annullato la donazione e ha condannato il convenuto al pagamento della somma di Euro 80.000,00. Il primo giudice, dopo avere stabilito in oltre Euro 100.000,00, la somma effettivamente movimentata dal convenuto nel periodo, ha detratto dal complessivo importo prelevato dal conto corrente, la somma presuntivamente utilizzata per la cura della defunta, stabilita in 4.000,00 mensili.

La Corte d’appello di Milano ha dichiarato inammissibili, ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., sia l’appello principale del C., sia l’appello incidentale delle N..

Per la cassazione dell’ordinanza e della sentenza di primo grado il C. ha proposto ricorso affidato a cinque motivi.

Le N. hanno resistito con controricorso, contenente ricorso incidentale affidato a un unico motivo.

Il C. ha depositato controricorso al ricorso incidentale.

Le parti hanno depositato memoria.

Sono intervenute nel giudizio R.I. e R.V.P., quali eredi di N.G..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso principale, diretto contro l’ordinanza della Corte d’appello ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., il ricorrente denuncia che la statuizione di inammissibilità, relativamente all’obbligo restitutorio, si fondava su una ragione diversa rispetto a quella indicata dal Tribunale. Questo aveva ritenuto che il coacervo delle somme movimentate dal convenuto derivassero, in parte, da prelievi bancomat e da uso del pos, per altra parte, da assegni bancari emessi dalla de cuius in favore del nipote. Con riferimento agli assegni, la Corte d’appello ha identificato il titolo di restituzione nella incapacità naturale della donante al momento della loro emissione. Il primo giudice, invece, aveva identificato un titolo di restituzione unico per l’intero importo, senza distinguere fra prelievi e assegni, costituito dall’obbligo del convenuto di rendere il conto delle somme movimentate.

Il secondo motivo il terzo e il quarto motivo del ricorso principale sono diretti contro la sentenza di primo grado. In particolare, il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1711 e 1713 c.c. e degli artt. 112 e 116 c.p.c. (il titolo della restituzione, per quanto riguarda le somme portate dagli assegni, non poteva identificarsi nel mandato). Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., comma 2 e art. 116 c.p.c. (il costo delle di assistenza della paziente affetta da neoplasia è nettamente superiore a Euro 4.000,00 mensili). Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., comma 1, artt. 2729,775 c.c., art. 116 c.p.c., comma 1 (male ha fatto la Corte d’appello a riconoscere l’incapacità naturale della donante con riferimento alla donazione dell’immobile).

Il quinto motivo, proposto contro l’ordinanza della Corte d’appello, censura tale provvedimento in ordine alla liquidazione delle spese di lite, in quanto operato, anche in relazione alla condanna al pagamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, sull’erroneo presupposto che l’impugnazione non avesse probabilità di accoglimento. I motivi di ricorso dimostrano invece che l’appello non avrebbe potuto essere disatteso “men che meno integralmente”.

Il solo motivo di ricorso incidentale, proposto contro la sentenza del Tribunale, denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 113 c.p.c., comma 1, dell’art. 116 c.p.c..

La sentenza è oggetto di censura nella parte in cui ha ritenuto di detrarre, dall’importo prelevato dal convenuto, le somme occorrenti per l’assistenza della defunta. Il convenuto, però, non aveva offerta alcuna prova e tale carenza, naturalmente, non si poteva supplire mediante calcolo equitativo.

2. Il primo motivo del ricorso principale è fondato. Occorre, al riguardo, muovere da una premessa, necessaria a definire i limiti entro cui può esplicarsi la potestas iudicandi di questa Corte in caso di impugnativa congiunta tanto della sentenza resa dal giudice di primo grado, quanto dell’ordinanza con cui – a norma del combinato disposto degli artt. 348-bis e 348-ter c.p.c. – sia stato dichiarato inammissibile, per difetto di ragionevole probabilità di accoglimento, il gravame esperito avverso il primo provvedimento giurisdizionale. In particolare, occorre evidenziare che in un caso in cui il giudice di appello sia pervenuto a siffatta declaratoria di inammissibilità del gravame, non perché abbia condiviso la ratio decidendi fatta propria dal giudice di prime cure (nella specie, la ritenuta improcedibilità della domanda attorea), bensì in base ad altra (nella presente fattispecie, l’assenza dei presupposti, nel merito, per l’accoglimento di quella domanda), la sua pronuncia assume i caratteri di una vera e propria sentenza, destinata a sostituirsi a quella del primo giudice. E’ quanto ha ritenuto questa stessa Corte (cfr. Cass. n. 15644/2017), con riferimento ad un caso connotato da profili di analogia – sebbene non di completa identità – rispetto a quello presente. In particolare, detta pronuncia – non senza previamente rammentare come “le Sezioni Unite” di questa Corte abbiano “affermato l’impugnabilità ex art. 111 Cost., dell’ordinanza di inammissibilità prevista dall’art. 348-ter c.p.c., per vizi propri consistenti in una violazione della normativa processuale” (cfr. Cass., S.U., n. 1914/2016) ha ritenuto che “agli errores in procedendo” (ai quali ha dato, appunto, rilievo il citato arresto delle Sezioni Unite) “si deve aggiungere l’ipotesi che l’ordinanza sia resa al di fuori della condizione sostanziale prevista dall’art. 348-bis c.p.c., ossia che l’impugnazione non abbia una “ragionevole probabilità di essere accolta””, evenienza ipotizzabile solo quando “il giudizio prognostico sfavorevole espresso dal giudice d’appello nell’ordinanza ex art. 348-ter c.p.c.” si sostanzi “nella conferma di una sentenza ritenuta “giusta” per essere l’appello prima facie destituito di fondamento”. Per contro, il “giudice d’appello non può, pronunziando con ordinanza e dichiarando inammissibile il ricorso, sostituire la motivazione del provvedimento impugnato con un diverso percorso argomentativo”, in quanto, “così operando, il giudice dell’impugnazione finisce con l’entrare nel merito del giudizio di appello, deragliando dai binari dell’art. 348-bis c.p.c., che invece prevede una delibazione meramente sommaria” (così, nuovamente, Cass. n. 15644 del 2017, cit.). Ne consegue, pertanto, che, nell’ipotesi in cui “il giudice d’appello provveda con ordinanza ex art. 348-bis c.p.c., tuttavia sostituendo alle ragioni della decisione di primo grado un diverso percorso argomentativo, la parte soccombente che intenda proporre ricorso ordinario si troverebbe costretta a porsi in rapporto dialettico con una “ratio decidendi”, quella della sentenza di primo grado, sconfessata” dal secondo giudice, di talché “la vera decisione di merito suscettibile di impugnazione è quella del giudice d’appello”, la quale, “sebbene adottata nelle forme dell’ordinanza prevista dall’art. 348-ter c.p.c., ha infatti il contenuto di una sentenza di merito a cognizione piena”, soggetta al ricorso ex art. 360 c.p.c. (così, in motivazione, ancora una volta, Cass. n. 15644 del 2017, cit.). Tali principi – che quantunque enunciati con riferimento ad un caso in cui il giudice di appello aveva “sconfessato” la decisione del primo giudice perché ritenuta “erronea”, trovano, nondimeno, applicazione anche quando esso comunque sostituisca alla originaria ratio decidendi altra e diversa, destinata, in ogni caso, ad assorbire la prima.

3. Ebbene tale sostituzione e integrazione della ratio decidendi, ad opera della Corte d’appello, è riscontrabile nel caso in esame.

Il Tribunale, nell’esame della vicenda, ha esordito con il rilevare che il convenuto aveva ammesso di avere avuto la disponibilità della carta bancomat della defunta, al fine di provvedere al ritiro del contante da impiegare per la cura della zia “sostenendo di avere operato su istruzione della stessa e di avere riportato lo scontrino dopo ogni operazione”. Ciò posto il Tribunale ha rilevato che l’assunto del convenuto non era stato dimostrato. Quindi ha determinato la somma movimentata nel periodo da agosto 2009 al marzo 2010 in un importo superiore a circa Euro 100.000,00; ha aggiunto che, non potendosi determinare con certezza il quantum effettivamente utilizzato per la cura della zia, si giustificava il ricorso a un criterio equitativo, in base al quale l’importo necessario per assistere una persona malata terminale poteva essere determinato in circa Euro 4.000,00 al mese. Il Tribunale, perciò, ha condannato il convenuto al pagamento della differenza.

Nel proporre appello contro la sentenza il C. lamentò, fra l’altro, che il Tribunale aveva incluso nel complesso delle somme prelevate anche la somma di Euro 35.559,00, corrispondente ad alcuni assegni bancari emessi dalla defunta in favore del nipote.

La Corte d’appello di Milano, dopo aver condiviso la ricostruzione contabile operata dal Tribunale, ha proseguito rilevando che la censura “non coglie nel segno, ove si consideri (…) l’epoca di emissione degli assegni, intestati al C. o al suo negozio di pelletteria ed emessi, con diversa grafia nella compilazione rispetto a quella del firmatario, durante i periodi di ricovero di N.E. e, pertanto, in un momento in cui le condizioni fisiche e mentali della stessa, che avrebbe provveduto – con uno di tali assegni – alle spese di un costoso intervento odontoiatrico a favore del nipote, come dallo stesso ammesso nella comparsa conclusionale, erano sicuramente molto critiche”.

Risulta dal confronto fra la decisione di primo grado e l’ordinanza emessa in grado d’appello che, diversamente dal primo giudice, il quale aveva considerato la vicenda nella prospettiva della resa del conto, giustificando la condanna restitutoria con il difetto di prova dell’utilizzazione del complessivo importo “movimentato” per una finalità riconducibile alla defunta, la Corte d’appello ha operato una separata considerazione per gli importi portati dagli assegni. Le considerazioni sopra trascritte, in base alle quali essa ha comunque giustificato l’obbligo di restituzione nei confronti del convenuto, non hanno niente a che vedere con la resa del conto, ponendosi l’accento sulle condizioni di salute della emittente e non su un’utilizzazione diversa rispetto al fine per cui furono emessi. Anzi la stessa Corte di merito, al fine di ulteriormente suffragare la decisione, ha ritenuto di fare particolare menzione di un assegno pacificamente emesso per una finalità di esclusivo interesse del beneficiario.

4. Consegue dalle considerazioni che precedono, in presenza di una ratio decidendi autonoma relativamente agli assegni, diversa da quella unitaria individuata dal primo giudice, che non possono essere esaminate le censure proposte avverso la decisione di primo grado, cui si è oramai sostituita – anche nel merito – quella d’appello, senza possibilità della separata considerazione dei singoli motivi. Si deve infatti riconoscere che l’ordinanza di inammissibilità non può essere pronunciata quando la ragionevole probabilità di rigetto riguarda singoli motivi di gravame: in tale ipotesi il giudice d’appello dovrà procedere alla trattazione di tutte le impugnazioni proposte contro la sentenza. Analogamente non può essere esaminato il ricorso incidentale, essendo anch’esso proposto contro la sentenza di primo grado. Viene in considerazione la previsione di cui all’art. 348-ter c.p.c., comma 2: “L’ordinanza di inammissibilità è pronunciata solo quando sia per l’impugnazione principale che per quella incidentale di cui all’art. 333, ricorrono i presupposti di cui dell’art. 348-bis, comma 1. In mancanza, il giudice procede alla trattazione di tutte le impugnazioni comunque proposte contro la sentenza”.

Così come l’inammissibilità ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., non può essere pronunciata nel caso in cui sia stata proposta impugnazione incidentale la quale non rientri nell’ambito di applicazione della nuova disciplina dell’inammissibilità, analogamente non può essere pronunciata separatamente l’inammissibilità dell’appello incidentale, se quello principale non sia a sua volta inammissibile ai sensi della stessa norma. Nell’uno e nell’altro caso, secondo quanto dispone l’art. 348-ter c.p.c. cit., entrambe le impugnazioni devono essere trattate nel merito. Basta dunque che sia ammissibile l’appello principale perché debba essere decisa anche l’impugnazione incidentale, benché non abbia una ragionevole probabilità di essere accolta, e viceversa. Il legislatore non vuole che in appello il processo cumulato possa dividersi, non solo in presenza di cause inscindibili o dipendenti ma anche in presenza di cause scindibili.

Per completezza di esame si osserva che questa Corte si si è espressa nel senso della possibilità di dichiarare inammissibile l’appello principale nel caso in cui sia stato proposto un appello incidentale condizionato: “Il giudice d’appello investito da un’impugnazione principale e da una incidentale condizionata, può pronunciare l’inammissibilità di quella principale con ordinanza ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., dal momento che tale pronuncia è ostativa alla devoluzione in appello del capo della sentenza di primo grado impugnato dall’appellante incidentale condizionato” (Cass. n. 17020/2018).

5. Il quinto motivo è inammissibile perché non contiene alcuna censura. Si critica il regolamento delle spese in ragione delle critiche mosse alla decisione.

6. In conclusione, il primo motivo del ricorso principale deve essere accolto, con assorbimento del secondo, del terzo e del quarto motivo del ricorso principale e del ricorso incidentale; deve essere dichiarato inammissibile il quinto motivo del ricorso principale; il provvedimento impugnato va cassato con rinvio, anche per quanto concerne le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il primo motivo del ricorso principale; dichiara assorbiti il secondo, il terzo e il quarto motivo del ricorso principale e il ricorso incidentale; dichiara inammissibile il quinto motivo del ricorso principale; cassa l’ordinanza impugnata in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte di appello di Milano in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 18 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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