Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36979 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 18/03/2021, dep. 26/11/2021), n.36979

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 19945/2016 R.G. proposto da:

D.R., rappresentato e difeso dall’Avv. Marco Veneziani, del

foro di Bari, con procura speciale in calce al ricorso e domiciliato

in Roma, piazza Cavour n. 1, presso la cancelleria della Corte di

Cassazione;

– ricorrente –

contro

BANCA DI CREDITO COOPERATIVO DI CONVERSANO società cooperativa; in

persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avv. Giovanni Marangelli, del foro di

Bari, con procura speciale in calce al controricorso e domiciliata

in Roma, piazza Cavour n. 1, presso la cancelleria della Corte di

Cassazione;

– controricorrente –

contro

D.C., D.F., D’.FR., D.G.,

D.L., F.A., D.G.B. e

D.M.P.;

– intimati –

avverso la sentenza della Corte d’appello di BARI n. 69 depositata il

26 gennaio 2016.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 18 marzo 2021

dal Consigliere Dott. Milena Falaschi.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– la Banca di Credito Cooperativo di Conversano introduceva dinnanzi al Giudice dell’Esecuzione del Tribunale di Bari nel 2005 procedimento di espropriazione forzata immobiliare nei confronti di D.R..

Il giudice adito, rilevato che il pignoramento aveva ad oggetto alcuni beni immobili in comproprietà indivisa tra i germani D.C., F., Fr., G., R. e L. e F.A., nella qualità di erede di D.M., con ordinanza dell’11.03.2009, rimetteva le parti davanti a sé per procedere allo scioglimento della comunione, con termine alla creditrice per l’instaurazione del contraddittorio nei confronti dei comproprietari, adempimento che veniva effettuato con atto di citazione del 27 agosto 2009, in particolare a D.R. nel domicilio di (OMISSIS).

Con sentenza n. 2209/2012 il Tribunale di Bari disponeva la divisione secondo il progetto predisposto dal c.t.u., stante l’adesione di tutte le parti.

In virtù di appello interposto da D.C. e F., la Corte di appello di Bari, nella contumacia di D.L. e R., proposto appello incidentale dagli eredi di D.M., F.A., D.G.B. e M.P., respinto preliminarmente l’appello incidentale, rigettava anche il principale. A sostegno della decisione la corte evidenziava, quanto alla regolarità della notificazione dell’atto introduttivo a D.L., che era stata effettuata presso il procuratore costituito in primo grado; quanto alla notificazione a D.R., che era avvenuta nel domicilio di (OMISSIS), tale risultando la residenza come da certificato dello stesso Comune di Conversano del 14 settembre 2009. Ne’ gli appellanti incidentali avevano adempiuto all’onere di provare che, al momento in cui era stata eseguita la notificazione dell’atto di citazione di primo grado, D.R. dimorasse in un luogo diverso.

Relativamente all’appello principale, rilevava la carenza di legittimazione sostanziale di D.C. quanto alla domanda avente ad oggetto il diritto di attribuzione della proprietà dell’appartamento posto al terzo piano di (OMISSIS).

Quanto alle ulteriori censure, si trattava di soggetti che avevano prestato piena adesione al progetto di divisione, rinunciando per tale via alle domande riconvenzionali.

Avverso la pronuncia della Corte d’appello, propone ricorso per cassazione D.R. sulla base di tre motivi, cui resiste con controricorso la Banca di Credito Cooperativo di Conversano.

Atteso che:

– con il primo motivo, riferito dell’art. 360 c.p.c., n. 4, D.R. deduce la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 139,149 e 291 c.p.c., per avere la Corte d’appello erroneamente ritenuto che si fosse validamente perfezionata la notifica della citazione richiesta dalla Banca di Credito Cooperativo di Conversano, pur essendo avvenuta presso la contrada (OMISSIS), ossia in un luogo diverso dalla residenza dello stesso risultante dalle certificazioni anagrafiche.

Il ricorrente asserisce di avere trasferito la propria residenza a Conversano il 6 marzo 2013, avendola invece mantenuta in (OMISSIS), dal 2007 al 2013 senza soluzione di continuità. La generica relazione dell’ufficiale postale non varrebbe a vincere la presunzione di rispondenza alla realtà delle risultanze anagrafiche. Reputa dunque la notificazione inesistente, in quanto avvenuta in un luogo del tutto estraneo al destinatario dell’atto, che peraltro è il soggetto nei cui confronti si svolge il procedimento esecutivo, che ha dato causa allo scioglimento della comunione, il che rende necessaria ai sensi dell’art. 102 c.p.c., la sua partecipazione.

Il primo motivo è infondato.

La Corte d’appello ha rilevato che dal certificato anagrafico rilasciato dal Comune di Conversano, recante la data 14 settembre 2009, il ricorrente risultava residente in (OMISSIS). Del resto, l’ulteriore tentativo effettuato dalla Banca Cooperativa in sede di appello presso la (OMISSIS) non andava a buon fine.

Nel medesimo Comune di Conversano è stata notificata anche l’ordinanza dell’11.03.2009, relativa al giudizio di divisione, quest’ultima tentata invero il 15 settembre 2009 anche in (OMISSIS), con esito negativo, per essersi il destinatario trasferito a Conversano, come da informazioni assunte in loco dall’ufficiale giudiziario.

E’ dunque da escludere la dedotta inesistenza della notifica, che postula la mancanza di qualsivoglia collegamento tra il destinatario e il luogo ove è avvenuta la notifica. Si veda in tal senso Cass. n. 6470 del 2011: “La notifica eseguita in luogo o a soggetti diversi da quelli dovuti comporta l’inesistenza della notifica stessa solo in difetto di alcuna attinenza o riferimento o collegamento di quel luogo o soggetto con il destinatario, altrimenti la notifica è affetta da semplice nullità”.

Questa Corte, inoltre, sviluppando il principio di diritto affermato da Cass. Sez. Un. 14916 del 2016, ha evidenziato, ed all’orientamento occorre dare continuità, che “l’inesistenza della notificazione del ricorso per cassazione è configurabile nelle sole ipotesi in cui venga posta in essere un’attività priva degli elementi costitutivi essenziali idonei a renderla riconoscibile come tale, che, per la fase di consegna, consistono nel raggiungimento di uno qualsiasi degli esiti positivi della notificazione previsti dall’ordinamento, in virtù dei quali la stessa debba comunque considerarsi eseguita; la notificazione in un luogo diverso dal domicilio eletto, ove l’atto risulti consegnato al destinatario e non restituito al mittente, non è pertanto inesistente, ma nulla ed è suscettibile di sanatoria per effetto della costituzione in giudizio dell’intimato, ancorché effettuata al solo fine di eccepire la nullità” (Cass. n. 7703 del 2018).

Ne discende che nella specie non vi è stato alcun vizio attraverso la notifica dell’atto di citazione introduttivo della divisione de qua;

– con il secondo motivo di ricorso, riferito dell’art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5, D.R. deduce la violazione dell’art. 163 bis c.p.c. e art. 164 c.p.c., comma 1, non essendo stato assegnato al destinatario dell’atto il termine a comparire. Per l’ipotesi che la notifica dell’atto introduttivo del giudizio divisionale non venga ritenuta del tutto inesistente ma nulla, osserva il ricorrente che tra la data in cui deve intendersi perfezionata la notifica della citazione (29.09.2009), ossia il decimo giorno successivo a quello di spedizione della raccomandata, e la data dell’udienza di comparizione davanti al giudice dell’esecuzione (23.12.2009) vi è un intervallo di ottantaquattro giorni liberi, dunque uno spazio inferiore a quello di novanta giorni di cui all’art. 163 bis c.p.c., ridotti a ottantacinque dal giudice dell’esecuzione nell’esercizio del potere di cui all’art. 600 c.p.c., comma 2. La circostanza che il D. ignorasse del tutto l’istaurazione della causa nei suoi confronti ha precluso la deduzione della nullità in discorso quale apposito motivo di gravame.

Il secondo motivo è inammissibile sotto entrambi i profili di censura.

In primo luogo è inammissibile laddove la doglianza continua ad aggredire la pronuncia di primo grado, invero superata dalla sentenza della corte d’appello, sicché il ricorrente avrebbe dovuto rilevare la violazione dei termini rispetto alla pronuncia di secondo grado, non rispetto a quella di primo.

Quanto al secondo profilo di censura va, altresì, rilevato che avverso la sentenza di primo grado il D. non ha interposto appello, sicché in base al principio di conversione dei vizi della sentenza in motivi di gravame essa non è più censurabile in quanto divenuta nei suoi confronti cosa giudicata.

Si veda in tal senso Cass. n. 14434 del 2019: “I vizi sia della sentenza in sé considerata sia degli atti processuali antecedenti si convertono in motivi di gravame e debbono essere fatti valere nei limiti e secondo le regole proprie dei vari mezzi di impugnazione. Quando si tratti di sentenza appellabile detti vizi devono essere censurati con l’atto di appello, non essendo deducibili motivi nuovi nel corso del giudizio, così che la mancata denuncia di detta nullità in sede di gravame comporta l’impossibilità di rilevarla e, in definitiva, la sua sanatoria”;

– con il terzo motivo di ricorso, riferito dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, D.R. deduce la violazione e mancata applicazione dell’art. 789 c.p.c., per avere la corte d’appello omesso di rilevare che la mancata partecipazione al giudizio di D’.Fr. e R. escludeva che il progetto di divisione avesse raccolto il consenso unanime dei condividenti, avendo partecipato al giudizio di primo grado solo cinque dei sette coeredi. La corte, che avrebbe dovuto procedere con le modalità di cui all’art. 789 c.p.c., ha invece omesso qualsiasi verifica circa la rispondenza dello schema distributivo predisposto dal c.t.u. alla volontà e ai diritti dei condividenti, trascurando da un lato la mancata partecipazione di alcuni coeredi e dall’altro che la quota ereditaria di F.A. era stata trasferita, con atto di donazione del 14.01.2011, ai nipoti ( G.B. e M.P.), i quali sono intervenuti in giudizio volontariamente.

Il terzo motivo di ricorso è parimenti inammissibile.

Emerge pacificamente che il Tribunale di Bari ha disposto la divisione ed ha dichiarato lo scioglimento della comunione, secondo il progetto di divisione predisposto dal nuovo CTU, con sentenza.

La stessa sentenza ha poi dichiarato esecutivo.

Ne consegue che la doglianza, diretta contro la statuizione contenuta nella pronuncia di primo grado, avrebbe dovuto formare oggetto di appello da parte del ricorrente, che invece è rimasto contumace (cfr pag. 5 della sentenza gravata).

Per completezza argomentativa va, altresì, rilevato che dalla medesima sentenza impugnata risulta che il progetto divisionale è stato notificato anche al contumace D.R. a cura della difesa della Banca di Credito Cooperativo di Conversano, a mezzo del servizio postale, in data 25 gennaio 2012 nel domicilio di Conversano, mediante avviso nella cassetta postale e deposito del plico presso l’ufficio postale. Con la conseguenza che deve ritenersi corretta, in quanto comprovata agli atti, la deduzione del controricorrente in ordine all’avvenuta notifica del progetto divisionale.

Conclusivamente, il ricorso va respinto.

Le spese processuali, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso;

condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in cassazione, liquidate in complessivi Euro 5.800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 18 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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