Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3695 del 17/02/2010

Cassazione civile sez. lav., 17/02/2010, (ud. 22/12/2009, dep. 17/02/2010), n.3695

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE LUCA Michele – Presidente –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. MORCAVALLO Ulpiano – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 17296-2007 proposto da:

ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA

PIAZZA GIUSEPPE VERDI N. 10, presso lo studio dell’Avvocato TURCO

CHIARA, (c/o l’Ufficio della Funzione Affari Legali e Societari), che

lo rappresenta e difende giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

B.A.;

– intimato –

e sul ricorso 18080-2007 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA ANTONIO

MANCINI 4/B, presso lo studio dell’avvocato FASANO GIOVANNANTONIO,

che lo rappresenta e difende giusta delega a margine del

controricorso;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO S.P.A.,

– intimato –

avverso la sentenza n. 3534/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/06/2006 R.G.N. 2791/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/12/2009 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito l’Avvocato FASANO RAFFAELA per delega FASANO GIOVANNANTONIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

Fatto

Con ricorso al Tribunale, giudice del lavoro, di Roma, ex art. 414 c.p.c., B.A., già dipendente dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato s.p.a., premesso di aver prestato, nel corso del suo rapporto, lavoro straordinario con caratteristiche di continuità ed obbligatorietà nella misura risultante dalle buste paga allegate, deduceva che i compensi percepiti a tale titolo dovevano essere inclusi nella base di calcolo della 13^ e 14^ mensilità, del compenso percepito nel periodo di ferie annuale, dell’indennità di anzianità e del TFR. Istauratosi il contraddittorio l’Istituto Poligrafico contestava quanto dedotto dal ricorrente rilevando che l’accordo aziendale del 22.6.1974 e la contrattazione collettiva applicabile imponevano di escludere la computabilità dei compensi per lavoro straordinario nelle voci retributive indicate; eccepiva l’intervenuta prescrizione al ricalcolo del TFR; proponeva altresì domanda riconvenzionale tesa ad ottenere la compensazione delle somme eventualmente riconosciute con quanto corrisposto al lavoratore sulla base del predetto accordo aziendale.

Il giudice adito accoglieva la domanda attorea condannando l’Istituto Poligrafico a corrispondere al lavoratore le somme relative alla inclusione nella base del computo dell’indennità di anzianità, del TFR, e degli istituti correlati del compenso per lavoro straordinario prestato.

Avverso tale sentenza proponeva appello l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato; col detto gravame, ribadita l’eccezione di prescrizione svolta in primo grado, deduceva che il Tribunale aveva errato nel non considerare l’incidenza dell’accordo del 22.6.1974 relativamente al computo del lavoro straordinario sugli istituti di fine rapporto, atteso che detto accordo era stato appositamente pattuito per assorbire eventuali richieste successive volte ad ottenere ulteriori liquidazioni per lavoro straordinario, e pertanto il primo giudice avrebbe dovuto quanto meno accogliere la domanda riconvenzionale proposta in primo grado; chiedeva pertanto il rigetto delle domande proposte dal ricorrente.

Con sentenza in data 26.4.2006 la Corte d’appello di Roma rigettava il gravame, compensando tra le parti le spese di giudizio.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato s.p.a. con quattro motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso il lavoratore intimato che propone a sua volta ricorso incidentale affidato ad un motivo di impugnazione.

Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Preliminarmente va disposta la riunione ai sensi dell’art. 335 c.p.c. dei due ricorsi perchè proposti avverso la medesima sentenza.

Col primo motivo di gravame l’Istituto Poligrafico eccepisce la prescrizione del diritto al computo dello straordinario negli istituti di fine rapporto – insufficiente motivazione, violazione e falsa applicazione della L. n. 297 del 1982, dell’art. 2120 c.c. e degli artt. 2934 e 2935 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Rileva in particolare che erroneamente la Corte d’appello aveva rigettato l’eccezione di prescrizione del diritto al computo dei compensi per lavoro straordinario negli istituti di fine rapporto, argomentando dal rilievo che la prescrizione ai sensi dell’art. 2935 c.c. decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere e che il diritto al TFR maturava dalla cessazione del rapporto, con la conseguenza che da tale data non era decorso il termine prescrizionale di cinque anni previsto dalla legge.

Osserva per contro il ricorrente che la cessazione del rapporto lavorativo costituisce il momento in cui il TFR diviene esigibile, ma la maturazione del relativo diritto si verifica progressivamente nel corso del rapporto lavorativo, e poichè nel caso di specie la materia del contendere non riguardava il “diritto al TFR”, bensì la determinazione di quali compensi andavano o meno calcolati al fine degli accantonamenti annuali, e quindi il diritto a vedere computata nella base di calcolo del TFR le varie voci che anno per anno concorrevano a comporto, la relativa prescrizione si maturava anche nel corso del rapporto lavorativo.

Il motivo non è fondato.

Osserva il Collegio che, contrariamente a quanto ritenuto da parte ricorrente, il diritto al trattamento di fine rapporto sorge, a norma dell’art. 2120 c.c., comma 1 (come sostituito dalla L. 29 maggio 1982, n. 297, art. 1 recante la disciplina del trattamento di fine rapporto) e per come previsto dalla lettera della legge, al momento della cessazione del rapporto di lavoro ed in conseguenza di essa. Ed invero l’uso del termine “quota” con riferimento all’importo della retribuzione annuale “dovuta”, lungi dal dare l’idea del frazionamento annuale e dell’acquisizione periodica del diritto, richiama, invece, solo una modalità del calcolo dell’unico diritto al trattamento di fine rapporto, da adoperarsi al momento in cui questo sorge, con la cessazione del rapporto, al fine di determinarne, mediante l’utilizzazione degli altri coefficienti previsti, applicati con riferimento a tutta la durata del rapporto stesso, l’entità complessiva che è solo ed esclusivamente quella finale.

Ma oltre che dal dato letterale, la tesi è suffragata dal rilievo che nel nuovo contesto, la somma da corrispondere, se pur non è costituita da una quota dell’ultima retribuzione, come per l’indennità di anzianità, è pur sempre rappresentata non già dalla somma degli accantonamenti annuali, bensì da quella delle “quote”, che avrebbero dovuto essere accantonate anno per anno, di una retribuzione annua dovuta, calcolabile solo alla cessazione del rapporto come è stato già osservato. Cosa questa che impedisce che possa parlarsi di liquidità e di certezza anno per anno essendo l’entità del diritto quantificabile solo alla fine del rapporto sia come base retributiva che, consequenzialmente, come quota rivalutativa secondo il meccanismo previsto, anche se l’importo che ne risulta può anche e solo eventualmente, corrispondere a quello risultante dall’accantonamento progressivo.

D’altronde, l’incertezza sulla determinazione delle quote annuali accantonate a motivo della computabilità o meno di somme corrisposte non appare eliminabile in costanza di rapporto in via autonoma, giacchè ai fini di questa computabilità può essere determinante la previsione della contrattazione collettiva del tempo della cessazione del rapporto; con la conseguenza che la tesi di parte ricorrente porterebbe alla incidenza, in maniera irrimediabile, degli errori e delle omissioni non fatti valere tempestivamente, sulla entità del TFR calcolata al momento in cui sorge il diritto, e cioè al momento della cessazione del rapporto lavorativo.

Ne consegue che la prescrizione del diritto al TFR non matura nel corso di svolgimento del rapporto di lavoro.

Col secondo motivo di gravame il ricorrente lamenta errata interpretazione dell’accordo aziendale nazionale del 1974, con conseguente illegittima reiezione della domanda riconvenzionale eccezione di compensazione proposta dall’istituto e violazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5;

ed in violazione e falsa applicazione dell’art. 2120 c.c., come modificato dalla L. n. 297 del 1982 in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Rileva in particolare il ricorrente che erroneamente la Corte territoriale aveva escluso la riassorbibilità di quanto erogato al lavoratore in forza delle previsioni contenute nel Punto A del contratto aziendale 22.6.1974, assumendo che tale compenso sarebbe stato assorbibile solo in caso di vertenze proposte dal personale e che fossero ricollegate alla contropartita dello stesso compenso (e cioè l’aumento della produttività).

Per contro il cd. Punto A dell’accordo non era in alcun modo legato alla produttività, ed aveva invece la precipua finalità di evitare per il futuro un contenzioso di massa relativo alla inclusione nel calcolo della indennità di anzianità, e poi del TFR, dei compensi per lavoro straordinario.

Il motivo non è fondato.

Rileva innanzi tutto il Collegio che la questione sollevata involge la interpretazione del predetto accordo aziendale, interpretazione che costituisce un tipico accertamento di fatto, come tale demandato esclusivamente al giudice di merito, e sottratto quindi al giudizio di legittimità se non per vizio di motivazione o per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale nell’interpretazione della disciplina collettiva applicabile.

Ed invero, “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa” (Cass. sez. lav., 7.6.2005 n. 11789).

Posto ciò osserva il Collegio che nel caso di specie la Corte territoriale ha preso in esame le censure sollevate dall’appellante ed ha, con motivazione assolutamente coerente e logica che si sottrae pertanto alle censure ed ai rilievi sollevati da parte ricorrente, rilevato che l’oggetto della pattuizione consisteva nello scambio di un immediato, iniziale aumento di produttività con un miglioramento retribuivo specificamente individuato, con la precisazione che tale compenso era assorbibile in caso di vertenze proposte dal personale dipendente che potessero a tale compenso collegarsi; mentre la dedotta prospettiva della eliminazione delle prestazioni straordinarie continuative non costituiva l’oggetto della regolamentazione adottata.

Deve ritenersi quindi che il giudice di merito abbia illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza delle ragioni del proprio convincimento esplicitando iter motivazionale attraverso cui lo stesso era pervenuto alla propria decisione.

E pertanto il motivo si risolve in un’inammissibile istanza di riesame della valutazione del giudice d’appello, fondata su tesi contrapposta al convincimento da esso espresso, e pertanto non può trovare ingresso (Cass. sez. lav., 28.1.2008 n. 1759).

Col terzo motivo di gravame il ricorrente lamenta errata interpretazione del CCNL grafici del 1992, anche in violazione e falsa applicazione dell’art. 2120 c.c. ed in correlazione all’art. 1322 c.c..

Rileva in particolare il ricorrente che andava disattesa l’impostazione ermeneutica della Corte territoriale alla stregua della quale il CCNL del 1992 non avrebbe introdotto alcuna deroga al regime del calcolo del TFR, come previsto dall’art. 2120 c.c., e quindi non avrebbe inteso escludere la computabilità del compenso per straordinario nella base di calcolo del TFR. Per contro era pacifico che proprio l’art. 2120 c.c. consentiva all’autonomia delle parti tale possibilità, e questa facoltà era stata appunto esercitata nella contrattazione collettiva del 1992. A fronte della volontà espressa dalle parti di non calcolare il compenso per lavoro straordinario nel TFR, a nulla rilevava qualsivoglia riflessione sulla non occasionalità e continuità dello straordinario prestato atteso che la chiara dizione della norma pattizia manifestava il chiaro intento dei contraenti di escludere l’incidenza di quanto percepito fuori dell'”orario normale” nel calcolo del TFR. Ritiene il Collegio di dover esaminare il suddetto motivo di gravame unitamente al successivo quarto motivo con cui il ricorrente lamenta, in relazione al ricalcolo dei cd. istituti collaterali, violazione e falsa applicazione dell’art. 1322 c.c. in correlazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 ed in relazione alla normativa collettiva da applicare alla fattispecie; insufficiente motivazione.

In particolare rileva che la Corte territoriale aveva affermato apoditticamente che la definizione di retribuzione contenuta nell’art. 21 del CCNL aveva specifico effetto anche sugli istituti collaterali, omettendo di considerare che nel nostro ordinamento non esiste un principio generale di omnicomprensività della retribuzione; i giudici di merito avrebbero pertanto dovuto esaminare la specifica disciplina aziendale che regolava i suddetti istituti collaterali, dalla quale emergeva per contro la esclusione della possibilità di introdurre nella base di calcolo degli stessi il compenso per lavoro straordinario, che rimaneva pur sempre una prestazione accessoria ed eccezionale che non poteva rivestire di per se natura di attività ordinaria in mancanza di una specifica normativa aziendale in tal senso.

Preliminarmente rileva il Collegio che va disattesa l’eccezione con cui l’intimato ha rilevato l’inammissibilità della domanda concernente la limitazione dell’incidenza del compenso per il lavoro straordinario prestato, al 31.10.1992, sotto il profilo che si tratterebbe di domanda nuova proposta per la prima volta in grado di appello.

Ciò in quanto la limitazione in grado di appello della domanda già proposta in primo grado (laddove aveva chiesto l’integrale rigetto della domanda proposta dal lavoratore concernente la inclusione dei compensi percepiti per lavoro straordinario nella base di calcolo dell’indennità di anzianità e del TFR e nella retribuzione mensile da prendere a base per il computo degli istituti aggiuntivi) non può configurarsi assolutamente come domanda nuova.

Posto ciò osserva il Collegio che entrambi i motivi di ricorso sono improcedibili, a causa del mancato deposito dei CCNL in forma integrale, avendo il ricorrente depositato solo stralci, seppure ampi, delle normative contrattuali succedutesi nel tempo.

Invero, dopo alcune perplessità (Cass. sez. lav., 4.8.2008 n. 21080, per cui l’onere di depositare i contratti e gli accordi collettivi su cui il ricorso si fonda va riferito sia alle norme collettive della cui violazione il ricorrente si duole attraverso le censure mosse alla sentenza impugnata, sia ad ogni altra norma collettiva utile per l’interpretazione delle prime, sempre però che essa appartenga alla causa per essere stata dedotta e prodotta nei precedenti gradi di merito), la giurisprudenza maggioritaria di questa Corte (Cass. sez. lav., 11.2.2008 n. 6432, Cass. sez. lav., 5.2.2009 n. 2855, Cass. sez. lav., 2.7.2009 n. 15495) si è orientata nel senso che è necessario il deposito del testo integrale del contratto.

Ciò in primo luogo in forza del dettato letterale dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40), il quale prevede che gli atti processuali, i documenti e i contratti o accordi collettivi su cui il ricorso si fonda devono essere depositati insieme al ricorso a pena di improcedibilità, norma che non sembra prevedere deroghe, consentendo il deposito solo di stralci del contratto collettivo da interpretare.

Al riguardo conviene in primo luogo richiamare i rilievi già svolti sul punto nei giudizi ex art. 420 bis cod. proc. civ., per decidere se essi possano valere anche quando non si tratta di quella speciale procedura, ma de normale ricorso per cassazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, in cui si assume che la sentenza impugnata abbia violato o falsamente applicato i contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro.

E’ stato precisato (Cass. sez. lav., 21.9.2007 n. 19560) che, in sede di applicazione dell’art. 420 bis c.p.c. la Corte di legittimità – nell’enunciare, in funzione nomofilattica, un principio – è tenuta ad operare come se l’oggetto del suo esame fosse una norma giuridica e non, invece, un negozio di natura privatistica.

Si è aggiunto, nella sentenza citata, per quanto attiene specificamente ai poteri della Corte di Cassazione, che nell’interpretazione del contratto, essa non è condizionata dalle domande delle parti e dal loro comportamento, potendo ricercare liberamente all’interno del contratto collettivo (da depositarsi ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4) ciascuna clausola – anche se non oggetto dell’esame delle parti e del primo giudice – comunque ritenuta utile alla interpretazione.

Di conseguenza non si dubita che in quei procedimenti sia necessario depositare il contratto collettivo nella sua interezza (Cass. sez. lav., 16.7.2009 n. 16619).

Ritiene il Collegio che alla stessa conclusione si debba pervenire in relazione all’ambito dell’interpretazione che compete alla Corte nel caso in cui venga proposto ordinario ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., n. 3.

Ed invero il procedimento ex art. 420 bis c.p.c., trova necessario fondamento nella nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, e nulla autorizza a ritenere che, nell’un caso, l’analisi della contrattazione collettiva debba essere più limitata rispetto a quanto previsto per l’altro. E’ poi innegabile che la interpretazione resa ex art. 420 bis c.p.c., oltre avere effetto anticipatorio, abbia una maggiore forza cogente, stante il disposto dell’art. 146 bis disp. att. c.p.c. in cui, richiamando il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 64, comma 7 si sancisce l’influenza della decisione della Corte in altri processi in cui si controverta sulla medesima questione.

La statuizione ha quindi effetti diversi, tuttavia nessuna disposizione diversifica il processo interpretativo da applicare in caso di ricorso normale ed in caso del ricorso per saltum. Invero, la nomofilachia, cui le nuove norme sono finalizzate, sarebbe pregiudicata ove si ritenesse che, nell’un caso, l’interpretazione debba essere astretta alle clausole contrattuali esaminate nei gradi di merito, mentre, nell’altro, la interpretazione si possa svolgere a tutto campo, reperendo nel contratto altre clausole, non esaminate, che però potrebbero risolvere ogni margine di incertezza.

Ed invero, se fosse precluso alla Corte, anche in sede di ricorso ordinario, di applicare il criterio sistematico, interpretando le clausole le une per mezzo delle altre, la decisione che ne sortirebbe sarebbe sicuramente meno affidabile e meno “resistente” rispetto ad altri interventi, sentenze rese ex art. 420 bis c.p.c. che si possono invece giovare di questo fondamentale criterio ermeneutico.

Deve pertanto affermarsi il principio di diritto per cui la produzione di meri stralci del contratto collettivo nazionale di lavoro non corrisponde alla prescrizione di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

Il ricorso proposto dal ricorrente principale non può pertanto trovare accoglimento.

A sua volta il B., nel ricorso incidentale proposto, lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 90, 92 e 93 c.p.c..

In particolare rileva che erroneamente la Corte territoriale, pur avendo in toto rigettato il ricorso in appello proposto dall’Istituto Poligrafico, aveva compensato le spese di giudizio.

Il ricorso non è fondato.

Osserva il Collegio che in tema di regolamento delle spese processuali è ius receptum che il sindacato di questa Corte di Cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa.

Pertanto esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del Giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi.

In particolare la valutazione dei giusti motivi è affidata al potere discrezionale del giudice di merito ed il relativo esercizio, avuto riguardo all’ampio contenuto della disposizione codicistica di cui all’art. 92 c.p.c. ed alla natura di tali motivi che sfuggono a qualsiasi enunciazione o catalogazione anche semplicemente esplicativa, non necessita, ove il decidente abbia fatto esplicito riferimento a tale lata previsione normativa, di alcuna specifica motivazione.

Con la precisazione che l’insindacabilità del giudizio circa la compensazione delle spese trova tuttavia un limite nell’ipotesi in cui il giudice del merito abbia specificamente individuato, con apposita motivazione, quelli che egli ritiene i giusti motivi della sua pronuncia, dovendo in tal caso il sindacato di legittimità estendersi alla verifica della idoneità in astratto dei motivi stessi a giustificare la pronuncia e della adeguatezza delle argomentazioni svolte al riguardo.

E nel caso di specie la Corte territoriale, nel disporre la suddetta compensazione delle spese, ha fatto riferimento alla (indubbia) particolare complessità delle questioni trattate dando quindi esplicita contezza delle proprie determinazioni.

Alla stregua di quanto sopra il proposto gravame non può trovare accoglimento.

Ritiene il Collegio, avuto riguardo all’esito della controversia che ha registrato il rigetto di entrambi i ricorsi (principale ed incidentale) proposti, e valutata altresì l’incidenza della reciproca soccombenza, di dover condannare il ricorrente principale al pagamento di due terzi delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nell’intero come da dispositivo, compensando tra le parti il rimanente terzo. Deve essere autorizzata la distrazione delle spese, come sopra liquidate, in favore del difensore antistatario.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi; condanna il ricorrente principale al pagamento di due terzi delle spese del presente giudizio di cassazione che liquida, nell’intero, in Euro 30,00 oltre Euro 2.000,00 (duemila) per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge; compensa tra le parti il rimanente terzo. Autorizza la distrazione delle spese, come sopra liquidate, in favore dell’avv. Giovannantonio Fasano, dichiaratosi antistatario.

Così deciso in Roma, il 22 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2010

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA