Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36940 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/11/2021, (ud. 08/06/2021, dep. 26/11/2021), n.36940

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5221-2020 proposto da:

R.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE CARSO 77,

presso lo studio dell’avvocato LUCIANO ALBERINI, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato PAOLO BAROZZI;

– ricorrente –

contro

C. SIM SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA CONCILIAZIONE N. 10,

presso lo studio dell’avvocato TOFFOLETTO DE LUCA TAMAJO,

rappresentato e difeso dagli avvocati FRANCO TOFFOLETTO, FEDERICA

PATERNO’, RAFFAELE DE LUCA TAMAJO, CHIARA TORINO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 909/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 10/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’08/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ADRIANO

PIERGIOVANN PATTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza 10 dicembre 2019, la Corte d’appello di Bologna rigettava l’appello di R.L. avverso la sentenza di primo grado, di reiezione della sua domanda nei confronti di C. SIM s.p.a. (cessionaria da Unicredit s.p.a. del ramo d’azienda per la gestione dei clienti più prestigiosi con patrimoni superiori a 5 milioni di Euro, cui egli era addetto e in essa nominato Coordinatore dell’Area Centro Nord) di nullità del patto di non concorrenza ai sensi dell’art. 2125 c.c., sottoscritto con la banca cedente;

2. la Corte territoriale ne riteneva l’avvenuto trasferimento alla cessionaria, per la non interferenza su di esso dell’accordo da questa sottoscritto con le OO.SS. (relativo alla cessazione dei soli accordi e convenzioni generali precedenti) e per essere il contratto funzionalmente collegato con il rapporto di lavoro, cui applicabile il regime (non già dell’art. 2558 c.c., ma) dell’art. 2112 c.c.;

3. essa ne escludeva quindi la nullità per la determinazione attuale o comunque la determinabilità ex ante del corrispettivo pattuito, ritenendolo pure congruo in relazione ai reciproci impegni, alle limitazioni temporali e territoriali (inferiori a quelle stabilite per legge);

4. con atto notificato il 5 febbraio 2020, il lavoratore ricorreva per cassazione con due motivi, cui la società resisteva con controricorso;

5. entrambe le parti hanno comunicato memoria ai sensi dell’art. 380bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2125 c.c., per la nullità del patto di non concorrenza in assenza di un corrispettivo determinato o determinabile ex ante per la variabile del tempo di durata del contratto (essendo previsto un minimo garantito soltanto in caso di cessazione del rapporto entro i primi tre anni dalla sottoscrizione), unilateralmente modificabile dalla banca, cui soltanto era riconosciuta la facoltà di recesso, erroneamente ritenuto congruo in relazione alle limitazioni pattuite (primo motivo);

2. esso è infondato;

3. al fine di valutare la validità del patto di non concorrenza, in riferimento al corrispettivo dovuto, si richiede innanzitutto che, in quanto elemento distinto dalla retribuzione, lo stesso possieda i requisiti previsti in generale per l’oggetto della prestazione dall’art. 1346 c.c.: ciò comportando la verifica della determinatezza o determinabilità della pattuizione, ai sensi dell’art. 2125 c.c., nel senso che esso non sia meramente simbolico né manifestamente iniquo o non proporzionato in rapporto al sacrificio richiesto al lavoratore e alla riduzione delle sue capacità di guadagno; indipendentemente dall’utilità che il comportamento richiesto rappresenti per il datore di lavoro e dal suo ipotetico valore di mercato, conseguendo comunque la nullità dell’intero patto alla eventuale sproporzione economica del regolamento negoziale (Cass. 1 marzo 2021, n. 5540, con richiamo di precedenti in motivazione);

3.1. la valutazione della congruità economica del patto spetta poi al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, per quanto attiene l’interpretazione della sua ampiezza, una volta che sia esclusa la violazione nel procedimento interpretativo dei suddetti canoni ermeneutici legali (Cass. 11 giugno 2018, n. 15097): nel caso di specie, neppure denunciata;

4. il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2558 c.c., per la natura personale del patto di non concorrenza, pertanto non trasferibile alla cessionaria del ramo d’azienda e comunque da ritenere cessato, come ogni accordo ed intesa di qualunque natura, per effetto dell’accordo di C. Sim s.p.a. con le OO.SS. (secondo motivo);

5. anch’esso è infondato;

6. dal punto di vista strutturale, il patto di non concorrenza costituisce una fattispecie negoziale autonoma, dotata di una causa distinta (Cass. 15 luglio 2009, n. 16489), configurando un contratto a titolo oneroso ed a prestazioni corrispettive, in virtù del quale il datore di lavoro si obbliga a corrispondere una somma di danaro o altra utilità al lavoratore e questi a non svolgere, per il tempo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, attività concorrenziale con quella del datore (Cass. 1 marzo 2021, n. 5540); peraltro, è evidente il collegamento funzionale del patto con il contratto di lavoro, cui accede con finalità integrativa del sinallagma contrattuale, realizzando le parti un meccanismo attraverso il quale perseguono un risultato economico unitario e complesso, non per mezzo di un singolo negozio ma attraverso una pluralità coordinata di contratti, che conservano una loro causa autonoma, ancorché ciascuno sia finalizzato ad un’unica regolamentazione dei reciproci interessi (nel caso di specie: da una parte, la fidelizzazione del dipendente e, dall’altra, la conservazione del patrimonio di clientela al datore di lavoro), sicché il vincolo di reciproca dipendenza non esclude che ciascuno di essi si caratterizzi in funzione di una propria causa e conservi una distinta individualità giuridica, spettando i relativi accertamenti su natura, entità, modalità e conseguenze del collegamento negoziale al giudice di merito, il cui apprezzamento in sede di legittimità non è sindacabile, se sorretto (come nel caso di specie, agli ultimi tre capoversi di pg. 3 della sentenza) da motivazione congrua ed immune da vizi logici e giuridici (Cass. 12 luglio 2005, n. 14611; Cass. 22 settembre 2016, n. 18585);

6.1. da ciò consegue l’inapplicabilità, nell’ipotesi di trasferimento di azienda, della regola stabilita dall’art. 2558 c.c., di automatico subentro del cessionario in tutti i rapporti contrattuali a prestazioni corrispettive non aventi carattere personale, siccome riguardante i cosiddetti “contratti di azienda” (aventi ad oggetto il godimento di beni aziendali non appartenenti all’imprenditore e da lui acquisiti per lo svolgimento dell’attività imprenditoriale) e i cosiddetti “contratti di impresa” (non aventi ad oggetto diretto beni aziendali, ma attinenti alla organizzazione dell’impresa stessa, come i contratti di somministrazione con i fornitori, i contratti di assicurazione, i contratti di appalto e simili), sempreché non siano soggetti a specifica diversa disciplina, come in particolare i contratti di lavoro, cui pertanto si applica la regola dell’art. 2112 c.c. (Cass. 29 marzo 2010, n. 7517; Cass. 11 giugno 2018, n. 15065);

6.2. l’interpretazione, riservata in via esclusiva al giudice di merito, dell’accordo sindacale così come di ogni atto negoziale, non è poi censurabile in sede di legittimità, se non nell’ipotesi di violazione dei canoni ermeneutici (neppure prospettata) e di inadeguata argomentazione: qui non ricorrente (per le ragioni al sesto e settimo capoverso di pg. 3 della sentenza), in quanto si risolve nella proposta di una diversa interpretazione (Cass. 26 ottobre 2007, n. 22536; Cass. 11 giugno 2018, n. 15065);

7. pertanto il ricorso deve essere rigettato e le spese del giudizio regolate secondo il regime di soccombenza e raddoppio del contributo unificato, ove spettante nella ricorrenza dei presupposti processuali (Cass. s.u. 20 settembre 2019, n. 23535).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il lavoratore alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, Adunanza camerale, il 8 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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