Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36938 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/11/2021, (ud. 08/06/2021, dep. 26/11/2021), n.36938

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2528-2020 proposto da:

ISPETTORATO TERRITORIALE DEL LAVORO DI (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

S.S., elettivamente domiciliata in ROMA, P.LE CLODIO,

8, presso lo studio dell’avvocato SERGIO FALCONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato SALVATORE DE FRANCO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 602/2019 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 02/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata dell’08/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ADRIANO

PIERGIOVANNI PATTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza 2 luglio 2019, la Corte d’appello di Lecce confermava l’ordinanza ingiunzione n. (OMISSIS) del 13 febbraio 2014 dell’Ispettorato del Lavoro (I.T.L.) di (OMISSIS) limitatamente alle sanzioni amministrative e alle spese di procedura afferenti la violazione della L. n. 33 del 1980, art. 1, comma 1; nel resto, rigetta l’appello del Ministero del Lavoro e dell’I.T.L. di (OMISSIS) avverso la sentenza di primo grado, che aveva invece accolto le due opposizioni riunite di S.S., e, pertanto, annullato le ordinanze ingiunzione n. (OMISSIS) e n. (OMISSIS) del 13 febbraio 2014 della D.T.L., relative a sanzioni per violazioni di suoi obblighi datoriali nei confronti della lavoratrice R.N., in difetto di prova dell’esistenza di un rapporto di subordinazione nei periodi contestati;

2. la Corte territoriale riteneva invece che fosse fondata la suindicata violazione (per omessa corresponsione alla lavoratrice dell’intero importo dell’indennità di maternità che le sarebbe spettata per il periodo da agosto 2009 ad aprile 2010), maturata nel periodo di formale subordinazione della predetta (dal 25 marzo 2009 al 27 aprile 2010);

3. con atto notificato il 2 gennaio 2020, I’I.T.L. di (OMISSIS) ricorreva per cassazione con tre motivi, cui l’ingiunta resisteva con controricorso e memoria ai sensi dell’art. 380bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. il ricorrente deduce violazione degli artt. 112,324,342 c.p.c., dell’art. 2909 c.c., per omessa pronuncia sul motivo d’appello, ritenuto non (o comunque mal) formulato, relativo alla totale pretermissione dal Tribunale del valore delle dichiarazioni della lavoratrice denunciante (rese in sede di accertamento ispettivo e versate nel relativo verbale), in favore della concludenza della prova orale esperita in giudizio (primo motivo);

2. esso è infondato;

3. non sussiste l’omissione di pronuncia denunciata (che ricorre, non già qualora, pur non essendovi un’espressa statuizione da parte del giudice in ordine ad un motivo di impugnazione, tuttavia la decisione adottata ne comporti necessariamente la reiezione, ma solo nel caso in cui sia stata completamente omessa una decisione su di un punto che si manifesti indispensabile per la soluzione del caso concreto: Cass. 4 giugno 2019, n. 15255; Cass. 9 maggio 2007, n. 10636; Cass. 29 gennaio 2021, n. 2151), avendo la Corte d’appello comunque valutato, sia pur nel senso dell’irrilevanza e quindi rigettato, il contenuto delle “ulteriori censure formulate… peraltro neanche strutturate in un autonomo motivo d’appello”(p.to 3 di pg. 5 della sentenza);

4. il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2697,2699,2700 c.c., per inspiegabile conferma della decisione del Tribunale in ordine alla ritenuta preponderanza probatoria delle dichiarazioni testimoniali assunte in giudizio rispetto a quelle assunte dagli agenti accertatori, analiticamente riportate nell’atto di appello trascritto, in violazione del principio della loro concorrente valutazione nell’unitario compendio probatorio raccolto (secondo motivo); violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 36, 61, dell’art. 118 disp. att. c.p.c., per assoluta mancanza di motivazione sulla prevalenza del livello di attendibilità delle dichiarazioni testimoniali assunte in giudizio rispetto a quelle rese dai lavoratori e dai clienti nell’immediatezza dell’accertamento ispettivo (terzo motivo);

5. i due motivi, congiuntamente esaminabili, sono inammissibili;

6. non si configura la violazione delle norme di diritto denunciate: né per erronea ripartizione dell’onere probatorio tra le parti, in violazione dell’art. 2697 c.c., censurabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, soltanto nell’ipotesi, in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne fosse onerata secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni e non invece laddove, come appunto nel caso di specie, oggetto di censura sia la valutazione che il giudice abbia svolto delle prove proposte dalle parti (Cass. 17 giugno 2013, n. 15107; Cass. 29 maggio 2018, n. 13395; Cass. 3 dicembre 2018, n. 31158); né per non corretta valutazione di efficacia dell’atto pubblico, costituendo i verbali redatti dai funzionari degli enti previdenziali e assistenziali o dell’Ispettorato del lavoro, come è noto, piena prova dei fatti che i funzionari stessi attestino avvenuti in loro presenza o da loro compiuti, mentre per le altre circostanze di fatto che i verbalizzanti segnalino di avere accertato (in particolare, per le dichiarazioni provenienti da terzi, quali i lavoratori, rese agli ispettori) il materiale probatorio è liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, unitamente alle altre risultanze istruttorie raccolte o richieste dalle parti;

6.1. la Corte territoriale ha piuttosto operato (al p.to 3 di pg. 5 della sentenza) una valutazione del materiale probatorio acquisito, sicché la censura si risolve in una contestazione, in via di mera contrapposizione della parte, dell’accertamento e della valutazione probatoria della Corte medesima, sulla base di una diversa ricostruzione del fatto tendente ad una sostanziale rivisitazione del merito (Cass. 14 febbraio 2017, n. 3965; Cass. 13 marzo 2018, n. 6035);

6.2. né un tale accertamento, in esito a valutazione di prevalenza del livello di attendibilità delle fonti probatorie raccolte, è assolutamente carente di motivazione, al punto da integrare neppure il “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, che si converte in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, dando luogo a nullità della sentenza (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 12 ottobre 2017, n. 2390; Cass. 11 febbraio 2021, n. 3572);

6.3. seppure in modo conciso, ma sufficiente (ribadita qui l’incensurabilità di una motivazione insufficiente, alla stregua del novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053), la Corte territoriale, infatti, ha dato adeguato conto delle ragioni di valorizzazione, per relationem alla sentenza del Tribunale con sintetica ragione della conferma, e pertanto prestandovi piena adesione (Cass. 5 novembre 2018, n. 28139; Cass. 6 dicembre 2018, n. 31549; Cass. 5 agosto 2019, n. 20883), della “concludenza probatoria, ritenuta decisiva, della espletata prova orale ò a mezzo i testi con passaggio motivazionale non investito da alcun rilievo critico da parte dell’appellante” (ancora al p.to 3 di pg. 5 della sentenza): in effetti, non specificamente censurato (nella trascrizione della parte motiva d’interesse della sentenza del Tribunale, al primo capoverso di pg. 3 del ricorso) dalle doglianze formulate con l’atto d’appello (come trascritte dall’ultimo capoverso di pg. 6 all’ultimo di pg. 7 del ricorso) e con le note autorizzate del 27 settembre 2018 (dal secondo al penultimo capoverso di pg. 8 del ricorso), in una prospettiva meramente contrappositiva, poi reiterata, come detto, nell’odierno ricorso nei confronti della sentenza d’appello;

7. pertanto il ricorso deve essere rigettato e le spese del giudizio regolate secondo il regime di soccombenza e raddoppio del contributo unificato, ove spettante nella ricorrenza dei presupposti processuali (Cass. s.u. 20 settembre 2019, n. 23535).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna l’I.T.L. di Taranto alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 8 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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