Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36925 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 26/11/2021, (ud. 15/07/2021, dep. 26/11/2021), n.36925

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5947/2020 proposto da:

L.M., C.D., F.L.,

M.I., P.V.L., S.M., tutte elettivamente

domiciliate in ROMA, VIA GIUSEPPE FERRARI n. 11, presso lo studio

dell’avvocato VALENTINA CHIANELLO, che le rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

ALMAVIVA CONTACT S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI DUE MACELLI n.

66, presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO FALASCA, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4401/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/11/2019 R.G.N. 727/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/07/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIA GARRI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 4401/2019, respingeva le censure mosse da T.G., Mo.Mo., C.D., L.M., M.I., R.A., P.V.L., F.L. e S.M. avverso la sentenza del Tribunale di Roma, resa in sede di opposizione all’ordinanza di reiezione del ricorso da loro proposto ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 48, intese ad ottenere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento loro intimato con lettera del 22.12.2016 all’esito di procedura di licenziamento collettivo, con tutte le conseguenze ripristinatorie e risarcitorie. Accoglieva solo la censura mossa al capo della decisione relativo alle spese che compensava interamente tra le parti con riguardo alla fase sommaria e di opposizione, compensando anche quelle di appello.

2. La Corte territoriale, nel precisare che alcuni passi dell’ordinanza reclamata erano estranei alla vicenda processuale e che anche il reclamo conteneva passaggi argomentativi non pertinenti, tutti refusi riconducibili a vicende analoghe che non andavano quindi scrutinati, ha poi posto in rilievo che le censure dei reclamanti avevano ad oggetto la ritenuta legittimità della comunicazione preventiva e degli applicati criteri di scelta sotto il profilo del vizio di motivazione, della violazione di legge della omessa valutazione di elementi di prova documentale e della mancata ammissione di prova orale su circostanze decisive.

2.1. La Corte di appello ha quindi richiamato, riportandone la motivazione, suoi precedenti con i quali erano state decise controversie aventi ad oggetto la medesima procedura di licenziamento collettivo e, facendone proprio il ragionamento che aveva determinato la reiezione delle domande dei lavoratori, ha posto in rilevo che l’analisi svolta dava conto della maggiore gravità della situazione delle sedi di (OMISSIS) e giustificava la delimitazione della scelta del personale a quelle sedi appartenente anche con specifico riguardo alla applicazione dei criteri individuati. Ha poi evidenziato che l’istruttoria di altro giudizio, richiamata negli atti e dagli stessi reclamanti, aveva confermato l’esistenza di un accordo limitativo ai lavoratori del call center anche per la sede di (OMISSIS) la cui funzione era da sopprimere evidenziando che, anche mancando tale accordo, e verificata l’infungibilità del personale, la decisione sul punto non poteva che essere confermata. Ha escluso inoltre che avesse incidenza sulla legittimità del licenziamento il superamento dei termini della procedura richiamandosi ad un consolidato orientamento di legittimità. Ha escluso infine che il provvedimento reclamato avesse fatto un malgoverno della prova documentale e che fosse necessaria un’ulteriore prova orale.

3. Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso C.D., L.M., M.I., P.V.L., F.L. e S.M. con quattro motivi ai quali ha opposto difese Almaviva Contact s.p.a. con controricorso. Le ricorrenti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

4.1. Con il primo motivo di ricorso è denunciata la violazione e /o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, commi 2 e 3, in relazione alla ritenuta completezza ed esaustività e conformità al dettato normativo della comunicazione di avvio della procedura di riduzione del personale sul rilievo che tale comunicazione non sarebbe esaustiva, sarebbe illogica, contraddittoria e fuorviante tanto da non consentire alle parti cui era indirizzata di conoscere le situazioni oggettive verificatesi nei periodi antecedenti e concomitanti con la procedura di riduzione del personale ed in contraddizione con il lamentato stato di crisi della società, inidonea a legittimare la mancata applicazione dei criteri legali di scelta dei lavoratori da licenziare.

4.2. Con il secondo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, per avere la sentenza ritenuto corretta l’applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare ai soli lavoratori romani e non all’intero complesso aziendale con l’effetto di licenziare tutti quelli dell’Unità produttiva di (OMISSIS).

4.3. Il terzo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 4 commi 6, 7, 9 e 12, ed investe la ritenuta legittimità delle comunicazioni di cui al comma 9 ivi compresa quella di recesso e la violazione della procedura prescritta.

4.4. L’ultimo motivo di ricorso ha ad oggetto l’omesso esame di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sulla mancata ammissione delle prove ed al mancato esame di documenti allegati e ritenuti utili.

5. I motivi, che vanno esaminati congiuntamente, sono infondati in continuità con numerose altre decisioni di questa Corte sulla medesima vicenda che qui si richiamano ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c. (cfr. Cass. 06/05/2021 n. 12040, 12041, 12042, 12043 e 12044, 26/05/2021 n. 14674, 14675, 14676 e 14677, 31/05/2021 n. 15123 e 15124).

5.1. Come già evidenziato in quelle decisioni, nella verifica di legittimità del licenziamento collettivo attuato da Almaviva Contact s.p.a., in esito alla comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016, con intimazione di recesso ai singoli lavoratori delle Divisioni (OMISSIS) con lettere del 22 dicembre 2016 e decorrenza dal 30 dicembre 2016, ritenuta dalla sentenza della Corte d’appello di (OMISSIS) e variamente impugnata con plurimi motivi, giova muovere da un principio orientativo unanimemente condiviso: la cessazione dell’attività è scelta dell’imprenditore, che costituisce esercizio incensurabile della libertà di impresa garantita dall’art. 41 Cost. e la procedimentalizzazione dei licenziamenti collettivi che ne derivino, secondo le regole dettate per il collocamento dei lavoratori in mobilità dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, applicabili per effetto dell’art. 24 della stessa Legge, ha la sola funzione di consentire il controllo sindacale sulla effettività di tale scelta. La previsione degli artt. 4 e 5 della Legge citata di una puntuale, completa e cadenzata procedimentalizzazione del provvedimento datoriale di messa in mobilità, ha introdotto un significativo elemento innovativo consistente nel passaggio dal controllo giurisdizionale, esercitato ex post nel precedente assetto ordinamentale, ad un controllo dell’iniziativa imprenditoriale concernente il ridimensionamento dell’impresa, devoluto ex ante alle organizzazioni sindacali, destinatarie di incisivi poteri di informazione e consultazione secondo una metodica già collaudata in materia di trasferimenti di azienda. Gli spazi di controllo devoluti al giudice in sede contenziosa non riguardano gli specifici motivi di riduzione del personale, ma la correttezza procedurale dell’operazione con conseguente inammissibilità, in sede giudiziaria, di censure intese a contestare specifiche violazioni delle prescrizioni dettate dai citati artt. 4 e 5, senza che sia stata fornita la prova di maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e delle procedure di mobilità al fine di operare discriminazioni tra i lavoratori, che investano l’autorità giudiziaria di un’indagine sulla presenza di “effettive” esigenze di riduzione o trasformazione dell’attività produttiva.

5.2. Nel caso in esame la Corte di merito si è attenuta a tali principi, richiamando e facendo propri suoi specifici precedenti, ed accertando che la società aveva aperto la procedura in esame, a seguito di un peggioramento della crisi nei siti di (OMISSIS) illustrando le ragioni dei licenziamenti con la comunicazione del 5 ottobre 2016 nella quale era stato chiarito l’ambito di incidenza della procedura ed i criteri di scelta adottati per la comparazione del personale operante con profilo equivalente all’interno di ciascuno dei siti interessati dagli esuberi, così limitando la platea alle due divisioni romane e all’unità produttiva partenopea.

5.3. Correttamente il giudice di appello ha rammentato che le ragioni tecniche, organizzative e produttive nella specie non potevano essere sindacate tanto che non erano state neppure oggetto di contestazione. 5.4. Le questioni all’attenzione di questa Corte attengono alla completezza informativa della comunicazione di apertura; alla legittimità di individuazione della platea degli esuberi limitatamente a singole unità produttive (per quel che qui interessa: le due divisioni romane), anziché in riferimento all’intero complesso aziendale; all’individuazione e applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori, anche in correlazione con la fungibilità o meno delle loro mansioni.

5.5. Orbene, come accertato dalla Corte di merito, la comunicazione di apertura della procedura – con la quale l’impresa ha manifestato la volontà di esercitare la facoltà di procedere ad una riduzione del personale alle organizzazioni sindacali aziendali e alle rispettive associazioni di categoria – contiene le indicazioni prescritte dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3 e nello specifico i motivi che determinano la situazione di eccedenza; i motivi tecnici, organizzativi e produttivi per i quali non risultino possibili rimedi alternativi ai licenziamenti; il numero, la collocazione aziendale e i profili professionali del personale eccedente e di quello abitualmente impiegato; i tempi di attuazione del programma di riduzione del personale e delle eventuali misure programmate per fronteggiare le conseguenze sul piano sociale dei licenziamenti e adempie compiutamente l’obbligo di fornire le informazioni specificate dal citato art. 4, comma 3, così da consentire all’interlocutore sindacale di esercitare in maniera trasparente e consapevole un effettivo controllo sulla programmata riduzione di personale, valutando anche la possibilità di misure alternative al programma di esubero.

5.6. Il controllo dell’iniziativa imprenditoriale concernente il ridimensionamento dell’impresa è esercitato ex ante dalle organizzazioni sindacali e la Corte ha nel merito verificato l’idoneità in concreto della comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016 a renderle effettivamente edotte degli aspetti individuati nel citato art. 4, comma 3 ed ha escluso maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali. Tale accertamento non risulta censurato con indicazione dei canoni interpretativi violati, né tanto meno sono specificate le ragioni ed il modo in cui si sarebbe realizzata l’asserita violazione. Ciò che è censurato è il risultato interpretativo in sé che, invece, non è sindacabile in sede di legittimità. Almaviva Contact s.p.a. ha specificamente circoscritto il progetto di ristrutturazione e ridimensionamento aziendale alle unità produttive di (OMISSIS), indicando analiticamente le ragioni ostative ad un’estensione della comparazione al personale impiegato presso le unità produttive non toccate da tale progetto ((OMISSIS)). In particolare nella comunicazione si legge che “la società ritiene incompatibile con l’attuale situazione di grave criticità aziendale l’applicazione dei criteri di scelta all’intero organico aziendale”; e ciò per “la distanza geografica di queste due unità produttive dagli altri siti aziendali”, che renderebbe “insostenibile sul piano economico, produttivo e organizzativo l’applicazione dei criteri di scelta sull’intero organico aziendale, richiedendo tempi di attuazione e delle modifiche organizzative talmente complesse da compromettere il regolare svolgimento dei servizi… finendo per aggravare ulteriormente la situazione di squilibrio strutturale in cui versa l’azienda…”. Inoltre, l’impossibilità di una comparazione del personale a livello dell’intera azienda è giustificata dall’avere “ciascun sito produttivo… caratteristiche tali da rendere infungibili le risorse ivi presenti con il personale collocato presso le altre sedi, in quanto le commesse… non possono essere agevolmente spostate da un sito all’altro (e quindi da una popolazione professionale all’altra) senza l’attuazione di interventi formativi, organizzativi e logistici incompatibili con la situazione economica in cui versa l’azienda”.

5.7. Va qui ribadito che l’individuazione dei lavoratori da licenziare deve avvenire in relazione alle esigenze tecnico-produttive ed organizzative del complesso aziendale, nel rispetto dei criteri previsti da contratti collettivi o con accordi sindacali, ovvero, in mancanza, dei criteri, tra loro concorrenti, dei carichi di famiglia, di anzianità e (nuovamente) delle esigenze tecnico-produttive ed organizzative (L. n. 223 del 1991, art. 5). Conseguentemente è legittima la delimitazione della platea, qualora il progetto di ristrutturazione si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva, ben potendo le esigenze tecnico-produttive ed organizzative costituire criterio esclusivo nella determinazione della platea dei lavoratori da licenziare, purché il datore indichi nella comunicazione prevista dall’art. 4, comma 3 citato sia le ragioni che limitino i licenziamenti ai dipendenti dell’unità o settore in questione, sia le ragioni per cui non ritenga di ovviarvi con il trasferimento ad unità produttive vicine, al fine di consentire alle organizzazioni sindacali di verificare l’effettiva necessità dei programmati licenziamenti; la funzione dell’accordo sindacale di determinazione negoziale dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare, nella regolamentazione delegata dalla legge (come evidenziato dalla sentenza Corte Cost. 22 giugno 1994, n. 268), deve rispettare non solo il principio di non discriminazione (L. n. 300 del 1970, art. 15), ma anche il principio di razionalità, sicché i criteri concordati devono avere caratteri di obiettività e di generalità, oltre che di coerenza con il fine dell’istituto della mobilità dei lavoratori; la limitazione della platea dei lavoratori interessati è legittima qualora il progetto di ristrutturazione aziendale si riferisca in modo esclusivo ad un’unità produttiva o ad uno specifico settore dell’azienda, agli addetti ad essi sulla base soltanto di oggettive esigenze aziendali, purché siano dotati di professionalità specifiche, infungibili rispetto alle altre.

5.8. Nella specie la Corte territoriale si è attenuta, con argomentazione congrua, articolata e attenta ad ogni sviluppo della fase negoziale e la sua interpretazione ne risulta insindacabile in sede di legittimità. Ha accertato che l’accordo della società datrice con le organizzazioni sindacali aveva ad oggetto la limitazione dell’applicazione dei criteri legali alle sole sedi da sopprimere di (OMISSIS). Ha evidenziato che i criteri di scelta definiti dalle parti con la lettera di apertura davano rilievo soltanto alle esigenze tecnico produttive ed organizzative del complesso aziendale limitando la scelta ad un solo settore o ad una sola o più sedi e non con riferimento a tutti i dipendenti in servizio nell’azienda accordando prevalenza, in conformità della L. n. 223 del 1991, artt. 5 e 24, alle esigenze tecnico produttive, essendo questo il criterio più coerente con le finalità perseguite attraverso la riduzione del personale trovando tale scelta una giustificazione in fattori obiettivi, la cui esistenza è stata provata in concreto dal datore di lavoro e non è risultata sottendere intenti elusivi o ragioni discriminatorie.

5.9. Il giudice di appello, nel riportarsi a suoi precedenti, si è comunque fatto carico di rispondere alla doglianza di non ragionevolezza della limitazione della platea dei lavoratori da licenziare e con argomentazioni adeguate e coerenti con la fattispecie in esame e con i principi di diritto regolanti la materia, sul ravvisato presupposto della distanza geografica (oltre cinquecento chilometri) di queste due unità produttive dagli altri siti aziendali combinato con quello della infungibilità delle mansioni in adesione ai principi dettati dal giudice di legittimità al riguardo e non senza aver verificato l’effettività delle ragioni tecnico-produttive e organizzative che avevano determinato, come si è ricordato, la legittima delimitazione della platea dei lavoratori da licenziare; l’infungibilità delle mansioni; l’impossibilità di un loro agevole spostamento dall’uno all’altro sito (e quindi da una popolazione professionale all’altra), senza l’attuazione di interventi formativi, organizzativi e logistici incompatibili con la situazione economica dell’azienda peraltro tra sedi aventi regimi di orario molto diversificati. Correttamente si è ritenuto che l’esigenza formativa di ogni lavoratore comporta, da una parte, un costo indubbio per l’azienda ed induce, dall’altra, per il lavoratore l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze e di esperienze nuovo, che ne diversifica e incrementa la professionalità, così rendendolo idoneo a mansioni che non sono più omogenee alle precedenti svolte di tal che l’equivalenza delle mansioni, tale da configurare un mero passaggio indifferenziato tra lavoratori su diverse commesse, neppure risponde a un dato di realtà e comunque costituisce accertamento in fatto, che il giudice di merito, cui è riservato in via esclusiva, ha compiuto dandone adeguato conto, in esatta applicazione dei principi di diritto enunciati: pertanto, esso è insindacabile in sede di legittimità.

5.10. Quanto all’irrilevanza dei costi aggiuntivi connessi al trasferimento del personale già assegnato alle sedi soppresse si tratta di argomento estraneo al tenore testuale della L. n. 223 del 1991, art. 5, ed inoltre nella specie, non si tratta di singoli e ben individuati trasferimenti personali, bensì di 1.666 lavoratori, e quindi di un trasferimento collettivo, il quale presuppone una procedura concordata in sede sindacale con formazione di graduatorie redatte in base a criteri predeterminati e le organizzazioni sindacali neppure si sono mostrate interessate alle misure organizzative (anche trasferimenti, se compatibili con le esigenze aziendali), per le quali la società aveva dichiarato la propria disponibilità (al punto V della comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016), non raccolta dalle prime. L’alternativa prospettata (anche se poi non concretamente praticata dai lavoratori neppure nella limitata forma proposta dall’impresa di disponibilità, comunicata con la lettera di recesso, di revocare, in via collaborativa per ridurre sia pure minimamente l’impatto sociale, fino a settantacinque licenziamenti nei confronti dei lavoratori richiedenti per iscritto di essere trasferiti presso i siti di (OMISSIS): risultati soltanto diciassette) è stata rappresentata, per l’entità della sua dimensione, fin dalla comunicazione di apertura della procedura, come insostenibile sul piano economico, produttivo e organizzativo, siccome esigente tempi di attuazione e modifiche organizzative talmente complesse da compromettere il regolare svolgimento dei servizi, con aggravamento ulteriormente della situazione di squilibrio strutturale dell’azienda. Di fronte ad una situazione, comunicata in modo esplicito ed esauriente alle organizzazioni sindacali e con le stesse negoziata, talmente grave da pregiudicare la stessa sostenibilità dell’attività d’impresa e quindi da comportarne la cessazione, qualora diversamente affrontata, risulta allora inammissibile ogni censura intesa ad investire l’autorità giudiziaria di un’indagine sulla presenza di “effettive” esigenze di riduzione o trasformazione dell’attività produttiva e di ragioni per una diversa allocazione delle commesse nell’ambito della propria organizzazione territoriale, senza che sia stata fornita la prova di una maliziosa elusione dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e di un’adozione discriminatoria dei lavoratori delle procedure.

6. In conclusione risulta corretta l’individuazione ed applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori e la limitazione alla sola platea dei lavoratori inbound delle due divisioni romane, per accordo sindacale e comunque per ragionevole misura in riferimento alla verificata infungibilità delle mansioni svolte dai predetti e con quelle del personale inbound delle altre sedi. L’adozione, comunicata sia in sede di apertura che di chiusura della procedura di mobilità, a norma della L. n. 223 del 1991, art. 4, commi 3 e 9, di un criterio puntualmente indicato anche nelle modalità applicative, oltre che nell’individuazione dei criteri di selezione del personale, anche nella specificazione del suo concreto modo di operare, diverso da quelli legali operanti sull’intero complesso aziendale, consistente nelle esigenze tecnico-produttive e organizzative, legittimo, ancorché difforme da quelli, perché rispondente a requisiti di obiettività e razionalità. Esso ne assorbe ogni altro, posto che, per effetto della deliberata chiusura delle due divisioni romane, tutti i lavoratori addetti ad esse sono stati licenziati, ad eccezione di quarantaquattro lavoratrici madri, per il divieto posto dal D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 54.

7. Quanto all’ultimo motivo di ricorso che ha ad oggetto l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in relazione al mancato accoglimento delle istanze istruttorie avanzate con riguardo alla professionalità dei lavoratori licenziati ed alla loro fungibilità, ritiene il Collegio che la censura sia inammissibile atteso che da un canto con la censura viene contestata la ricostruzione dei fatti piuttosto che denunciato l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio. A ciò si aggiunga che nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti ed il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purché, come nella specie, risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati (cfr. Cass. 08/05/2017 n. 11176).

8. In conclusione, per le ragioni esposte, il ricorso deve essere rigettato, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo. Va poi dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.000,00 per compensi e in Euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per spese generali e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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