Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36924 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 26/11/2021, (ud. 15/07/2021, dep. 26/11/2021), n.36924

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 602/2020 proposto da:

P.A., T.F., L.I.M., C.A.,

tutti elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE ANGELICO N. 38,

presso lo studio dell’avvocato CARLO DE MARCHIS GOMEZ, che li

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

ALMAVIVA CONTACT S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI DUE MACELLI n.

66, presso lo studio dell’avvocato GIAMPIERO FALASCA, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3758/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 22/10/2019 R.G.N. 275/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/07/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIA GARRI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 3758/2019, respingeva il reclamo proposto da B.S., P.A., T.F., L.I.M. e C.A. avverso la sentenza del Tribunale di Roma, resa in sede di opposizione all’ordinanza di reiezione del ricorso proposto ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 48, inteso ad ottenere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento intimato con lettera del 22.12.2016 all’esito di procedura di licenziamento collettivo, con tutte le conseguenze ripristinatorie e risarcitorie.

2. Premesso che il licenziamento collettivo aveva tratto origine della comunicazione di avvio della procedura di riduzione del personale del 5 ottobre 2016 nella quale, descritte le ragioni degli esuberi, concentrati presso le sedi di (OMISSIS), era stato illustrato il progetto di riorganizzazione aziendale che prevedeva la chiusura delle Unità produttive di (OMISSIS) e dell’intero sito di (OMISSIS) la Corte di appello di Roma, in sintesi, ha escluso che fosse stato violato il patto di moratoria sottoscritto dalle parti il 30 maggio 2016 osservando che in quella sede le parti si erano solo impegnate a gestire gli esuberi con un patto di solidarietà difensiva e non avevano assunto alcun impegno a non licenziare ed ha rilevato che comunque i licenziamenti erano successivi alla scadenza degli accordi di solidarietà.

2.1. Ha escluso che fosse ravvisabile una violazione dei criteri di scelta di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5, sollevata da parte reclamante per avere l’azienda delimitato il bacino di comparazione per individuare i dipendenti da licenziare ai soli lavoratori addetti alla sede di (OMISSIS), pur sussistendo fungibilità di mansioni con altri lavoratori addetti ad altre sedi e con carattere discriminatorio della scelta in quanto indirizzata verso lavoratori con maggiore anzianità di servizio e con superminimi non riassorbibili, non riconosciuti in altri siti. Ha accertato che in esito all’accordo del 22/23 dicembre 2016 le parti avevano convenuto con quanto esposto dalla società nella lettera di avvio della procedura e più esattamente la limitazione di dichiarazione di esubero alle sole sedi interessate. Il raggiungimento dell’accordo sindacale aveva comportato, come previsto dalla L. n. 223 del 1991, art. 5 comma 1, la legittima determinazione del criterio di scelta in quello delle esigenze tecnico-produttive ed organizzative riferito alla sola platea degli addetti a tali sedi. Ha inoltre ritenuto che, anche a volere escludere che l’accordo contenesse un impegno delle parti a delimitare, in tal senso la platea dei licenziandi, tale delimitazione sarebbe comunque da ritenere legittima in ragione dell’ambito di ristrutturazione aziendale e delle ragioni tecnico-produttive esposte nella comunicazione iniziale. Una volta identificato il contesto aziendale “in crisi”, le posizioni di lavoro da includere nella scelta dovevano essere quelle ad esso relative, vagliate alla luce delle esigenze tecnico-produttive ed organizzative che, nel caso di specie, risultavano “localizzate”, così determinando platea dei licenziandi. Inoltre, la distanza tra le unità soppresse e quelle non interessate dal processo di riorganizzazione giustificava la scelta datoriale di non ovviare ai licenziamenti con il trasferimento del lavoratore ad altre unità produttive. Ha ritenuto che un indice della infungibilità era rinvenibile proprio nella distanza geografica tra tali unità produttive e che nel caso di specie, nella comunicazione del 5 ottobre 2016 l’Azienda non solo aveva circoscritto il progetto di ridimensionamento e ristrutturazione alle sole unità produttive di (OMISSIS), indicando le ragioni tecnico-produttive di tale scelta (non sindacabile in giudizio), ma aveva anche analiticamente indicato le ragioni che non consentivano di estendere l’ambito della comparazione al personale con mansioni omogenee impiegato presso le unità produttive non toccate dal progetto. Tali ragioni sono state ritenute idonee a giustificare la scelta operata tenuto conto del fatto che l’unità produttiva più vicina a (OMISSIS) era quella di (OMISSIS), distante oltre 500 Km e che la comparazione con i lavoratori addetti ad altre sedi avrebbe comportato il trasferimento collettivo degli addetti alle Divisioni (OMISSIS), con ulteriori esborsi per far fronte agli oneri economici necessari per la formazione, indispensabile per l’adibizione a nuove commesse lavorate presso tali sedi, oltre che tempi in cui la produttività dei medesimi sarebbe stata necessariamente ridotta, risultando incompatibile con la difficile situazione di crisi aziendale e con la necessità di recuperare immediatamente più elevati margini di produttività. Ha sottolineato che l’unico trasferimento collettivo disposto, cui si fa riferimento nella comunicazione del 5.10.2016 è quello dei lavoratori inbound adibiti alla commessa Enel già attiva su (OMISSIS) (trasferimento poi revocato grazie all’assunzione dei lavoratori da parte del nuovo appaltatore). Ha evidenziato inoltre che una comparazione estesa a tutto il complesso aziendale non avrebbe garantito all’operatore romano risultato vittorioso di essere trasferito proprio nella sede in cui era trasferita o concentrata la commessa cui in precedenza era addetto e che la possibilità di trasferire o concentrare le commesse ancora in atto nelle sedi da chiudere presso altre sedi era un’opzione espressamente prevista nella comunicazione di apertura della procedura, come pure l’efficientamento dell’unità produttiva di (OMISSIS), individuata come sede prioritaria.

2.2. La Corte territoriale ha poi ritenuto che, a fronte della previsione del D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 2, che applica ai collaboratori assunti dal 1 gennaio 2016 in regime di collaborazione con prestazioni personali e continuative la disciplina del lavoro subordinato, non era stato specificatamente dedotto che le modalità di esecuzione erano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi dei singoli collaboratori ed inoltre che la disposizione non trova applicazione nel caso, come quello di specie, in cui tali collaboratori erano stati utilizzati nel rispetto degli accordi collettivi sottoscritti del 1 agosto 2013 e del 30 luglio 2015.

2.3. Ha rigettato il motivo con il quale era stata denunciata la violazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 12, osservando che l’esistenza di posizioni libere non coinvolte dalla procedura non era stata mai celata dalla società e tuttavia le OO.SS. non le presero mai in considerazione. Il giudice di appello ha accertato che nella comunicazione, Almaviva aveva espressamente dichiarato la propria “disponibilità a valutare nel corso dell’esame congiunto l’adozione di tutte le misure organizzative (come ad esempio i trasferimenti, se compatibili con esigenze aziendali)”. Tale manifestazione di disponibilità presupporrebbe l’esistenza di posizioni lavorative presso le altre sedi non coinvolte nella procedura, posizioni che non sono state celate dalla società reclamata, ma sono state poste come oggetto dell’eventuale esame congiunto, salvo essere la loro attuazione subordinata alla compatibilità con le esigenze aziendali. Rese edotte di tali circostanze, le OO.SS, avrebbero potuto verificare la possibilità di pervenire ad una soluzione concordata idonea a ridurre il numero degli esuberi, ma non risulta in atti che la soluzione dei trasferimenti fosse mai stata presa in esame dalle OO.SS. nel corso dei numerosi incontri che seguirono. Per il resto la Corte territoriale ha accertato che la comunicazione iniziale risultava rispondere alle prescrizioni e alle finalità di cui dell’art. 4, comma 3, contenendo l’esposizione analitica dei motivi della crisi, dei risultati negativi registrati nell’ultimo decennio, dei motivi della revoca di una prima procedura di licenziamento, della mancata sottoscrizione dell’accordo da parte delle OO.SS. per la verifica della qualità e quantità e della produttività individuale degli operatori del call center, del mancato finanziamento dei progetti formativi da parte delle Istituzioni locali. La disponibilità espressa dall’Azienda nelle lettere di licenziamento inviate ai lavoratori in servizio presso la sede di (OMISSIS) di valutare un’eventuale richiesta di trasferimento volontario per un numero limitato (75) di posizioni lavorative presso le sedi di (OMISSIS) significativamente accolta soltanto da 17 lavoratori – è stata ritenuta circostanza che non smentisce o contraddice gli esuberi dichiarati, né rende la comunicazione iniziale inveritiera o lacunosa, ma rappresenta attuazione della disponibilità manifestata in quest’ultima.

2.4. Ha ritenuto insussistente l’intento discriminatorio, ritorsivo ed illecito derivato dal rifiuto dei lavoratori romani di sottoscrivere l’accordo del 22 dicembre 2016 osservando che ai sensi della citata L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, non si configura un comportamento discriminatorio e punitivo nella prosecuzione della procedura dopo un esito infruttuoso del confronto in sede sindacale. Ha osservato che i licenziamenti costituivano la conclusione della procedura disciplinata dall’art. 4 citato osservando che peraltro nella specie non era ravvisabile alcuno dei motivi discriminatori indicati dalla legge e dalle norme di diritto Europeo.

2.5. Ancora ha ritenuto generica la censura con la quale era denunciato che il licenziamento collettivo integrava un abuso di diritto evidenziando che, esclusa la ritorsività e la discriminatorietà dello stesso non era ravvisabile alcuna elusione dei canoni di buona fede, lealtà e correttezza.

2.6. Da ultimo ha rigettato la censura relativa alla violazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, con riguardo al divieto di licenziare una percentuale di manodopera femminile superiore a quella occupata con riguardo alle mansioni prese in considerazione osservando in fatto che del personale femminile era stata licenziata una percentuale inferiore a quella di legge.

3. Per la cassazione di tale sentenza hanno proposto ricorso P.A., T.F., L.I.M. e C.A. con otto motivi ai quali ha opposto difese Almaviva Contact s.p.a. con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

4. Il primo motivo di ricorso – con il quale è denunciata la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., nella parte in cui la Corte d’appello di Roma ha omesso di pronunciarsi rispetto alla specifica doglianza con la quale l’appellante aveva dedotto l’illegittimità del licenziamento per violazione del patto di moratoria in forza del quale Almaviva Contact s.p.a. si era obbligata, per sei mesi dalla sigla dell’accordo di solidarietà sottoscritto il 30 maggio 2016, a non attuare licenziamenti – non può essere accolto.

4.1. Nella sentenza si esamina la specifica questione del patto di moratoria, laddove si precisa che il punto 6 dell’accordo del 30.5.2016 conteneva una previsione programmatica e non un impegno a non licenziare da parte della società e si prosegue con l’osservazione che le condizioni ivi previste non si erano realizzate e che, comunque, i licenziamenti erano stati intimati un mese dopo la fine del periodo di vigenza dell’accordo di solidarietà. Ne segue che nn vi è stata alcuna omissione di pronunzia.

5. Con il secondo motivo di ricorso è denunciata la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 13621363,1366,1367 c.c., nonché dell’art. 1375 c.c. e dell’art. 1218c.c., artt. 1455 e 1460 c.c. e art. 1183 c.c., con riferimento all’obbligo di astenersi dall’adottare licenziamenti collettivi nel periodo di sei mesi dalla stipula del contratto di solidarietà e di fare ricorso alla c.i.g.s. per la gestione di eventuali esuberi successivi contenuto nell’Accordo sindacale del 30 maggio 2016, in particolare evidenziando che l’interpretazione offerta dalla Corte vanifica il significato dell’intero accordo ed in particolare della clausola principale di moratoria sulla quale “ruota” l’intesa, non considerando il correlato vincolo di gestire gli eventuali esuberi dopo il periodo del contratto di solidarietà con il ricorso alla c.i.g.s. specificamente rifinanziata dal Governo per il settore dei call center, attraverso le previsioni della legge di stabilità per il 2017. Si assume che il Collegio abbia adottato un’interpretazione atomistica e non integrata delle premesse e delle clausole così incorrendo nella violazione denunciata.

5.1. Il motivo è infondato e devono essere richiamate e fatte proprie sul punto, ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., le motivazioni già espresse da questa Corte nelle sentenze che hanno esaminato la medesima procedura (cfr. in particolare Cass. 12/05/2021 n. 12636) dove si è ritenuto che “il contratto di solidarietà era funzionale sì ad una riduzione degli eventuali esuberi ed all’adozione di correlati impegni idonei a rendere gestibile la crisi registratasi in termini di incremento dei volumi dei lavoro per le unità interessate e di riduzione delle misure di sostegno al reddito, ma che il successivo accordo, concluso all’esito dell’avvio della procedura di licenziamento collettivo nelle sedi indicate, è stato inteso come conseguenza necessitata della mancata realizzazione del programma prospettato, ciò che non può intendersi nel senso in cui ritiene la difesa delle ricorrenti, ossia in un divieto di dare corso alla procedura di licenziamento collettivo. Quanto alla dedotta violazione dei canoni ermeneutici nei termini in cui risultano richiamati in rubrica non risulta realmente assolto l’onere di specificare quelli di essi che in concreto si assumono violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra” (cfr. Cass. 27.6.2018 n. 16987, Cass. 28.11.2017 n. 28319, Cass. 15.11.2013 n. 25728). Nella specie il riferimento alla possibilità di gestire gli esuberi aziendali al termine del periodo decorrente dalla stipula del contratto di solidarietà attraverso il ricorso alla c.i.g.s. è stato ritenuto espressione di un mero impegno programmatico e non di un impegno vincolante e, rispetto a tale assunto, la doglianza non è idonea ad evidenziare un reale contrasto con i principi che vigono in sede interpretativa dei contratti”. Va rilevato infatti che nel presente giudizio non sono allegate ragioni che inducano a discostarsi da tale pronunciamento al quale quindi va dato seguito.

6. Con il terzo motivo di ricorso, poi, è ascritta alla sentenza impugnata la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, nonché del D.Lgs. n. 148 del 2015, artt. 24 e 25, D.Lgs. n. 216 del 2003, artt. 2 e 3 e degli artt. 1343,1344 e 1345 c.c., in combinato con l’art. 1375 c.c., con riferimento alla illegittima delimitazione del bacino di ballottaggio ai lavoratori addetti alla Divisione (OMISSIS) in ragione del dissenso manifestato dalle RSU, nonostante la fungibilità delle mansioni di tutti gli addetti ai call center delle altre sedi e la comunanza della procedura con la sede di (OMISSIS), sostenendosi che la Corte non abbia correttamente valutato che la discriminazione discendeva dall’avere Almaviva negato la cassa integrazione guadagni ai lavoratori della sede di (OMISSIS) per avere conferito rilievo ad un dissenso delle RSU, espressione di libertà sindacale, con effetto punitivo e condivisione di una logica di abuso negoziale.

6.1. Sempre ai sensi dell’art. 118 disp. att. c.p.c., va qui ribadito quanto già condivisibilmente affermato da questa Corte, evidenziandosi che non vi sono ragioni per discostarsi da tale pronunciamento (cfr. Cass. n. 12636/2021 cit.). L’onere della prova del carattere ritorsivo del licenziamento grava sul lavoratore e si tratta di prova certamente non agevole, in quanto diretta a dimostrare un atteggiamento della volontà datoriale, connotato da intento ritorsivo, nonché il ruolo determinante dello stesso alla base della decisione di recesso. La prova può essere fornita attraverso presunzioni, a tale riguardo essendo consentito attribuire valore indiziario all’inesistenza della ragione formalmente addotta a giustificazione del recesso ed, in caso di licenziamento collettivo, anche alla violazione dei criteri di scelta. Nel caso in esame, la Corte d’appello ha respinto la domanda di nullità del licenziamento sul presupposto che i lavoratori non avessero allegato i fatti da cui desumere la natura ritorsiva dello stesso e non avessero assolto all’onere di prova del motivo illecito determinante e non risulta censurata la ratio decidendi secondo cui era da escludere che la posizione assunta dalle r.s.u. della sede di (OMISSIS) potesse trovare legittima giustificazione in elementi di fatto relativi alla posizione di compromesso raggiunta dai lavoratori di (OMISSIS) per effetto di accordi relativi alla riduzione del trattamento retributivo, elementi ancora insussistenti al momento del rifiuto della sottoscrizione dell’accordo. Quanto alla addotta discriminatorietà, è stato, poi, motivatamente escluso che ricorresse alcuna delle ipotesi integranti violazione di specifiche norme di diritto interno o di diritto Europeo quali quelle di cui alla Direttiva 76/207/CE. Il motivo dell’appartenenza sindacale è in tale sede per la prima volta ed inammissibilmente dedotto, essendosi nella fase di merito conferito rilievo ad una circostanza che esulava dalla stretta riferibilità del motivo di esclusione dalla CIGS a tale appartenenza o a ragioni sindacali propriamente intese (cfr. Cass. 12636/2021 cit). Si tratta come si è detto di ragionamento che non è in alcun modo scalfito dalla presente censura ed il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsene.

7. Con il quarto motivo di ricorso ci si duole della violazione e/o falsa applicazione della L. 23 luglio 1991, artt. 4 e 5, nonché dell’art. 1375 c.c., con riferimento alla omessa comunicazione della esistenza di 75 posizioni lavorative disponibili per effetto di trasferimenti adottati in forza di una graduatoria.

8. Il quinto motivo di ricorso ha ad oggetto la violazione degli artt. 1362,1363,1366 e 1367 c.c. nonché dell’art. 1375 c.c. e del verbale di incontro del 21/22 dicembre 2016, nella parte in cui la Corte di appello ha ritenuto che le RSU abbiano escluso un accordo di collocazione in CIGS e che il testo del verbale di riunione contenga un accordo sui criteri. Sostiene che ritenere che le RSU abbiano rifiutato la collocazione in CIGS è frutto di una interpretazione del verbale del tutto contraria al testo dell’accordo, come pure è contrario al dato testuale ritenere che le parti sindacali abbiano voluto stipulare un accordo per (OMISSIS) con delimitazione del bacino di ballottaggio.

9. Il sesto motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, artt. 4 e 5, nella parte in cui la sentenza impugnata ha ritenuto consentito alle OO.SS – la stipula di accordi che delimitano il bacino di ballottaggio.

10. Il settimo motivo poi denuncia ancora la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, artt. 4 e 5, nella parte in cui la sentenza ha ritenuto che sussistesse un’esigenza aziendale idonea a limitare l’ambito di ballottaggio alle sole Divisioni (OMISSIS). Deduce che, ai sensi della L. n. 223 del 1991, art. 5, le OO.SS. possono stipulare criteri alternativi a quelli legali, ma non hanno la disponibilità del bacino di riferimento la cui nozione è indisponibile e riguarda le mansioni fungibili del complesso aziendale.

11. Con l’ottavo motivo, infine, i ricorrenti addebitano alla impugnata sentenza violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1362 c.c. e segg., dell’art. 414 c.p.c., con riferimento all’eccezione formulata circa l’irrilevanza di una tipizzazione contrattuale ai fini della nozione di lavoratore, nonché violazione e/o falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, artt. 4, 5 e 24 e della direttiva 98/59/UE e del D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 2, nella parte in cui la sentenza di reclamo ha ritenuto non riconducibili alla nozione di “lavoratore”, rilevante ai fini del licenziamento collettivo, i prestatori di attività lavorativa con rapporto di lavoro parasubordinato presenti negli uffici di (OMISSIS). In subordine, prospetta il rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE alla Corte di Giustizia in ordine alla nozione di lavoratore Eurounitaria ai fini del licenziamento collettivo. In via di ulteriore subordine, si preannuncia anche questione di legittimità costituzionale, della L. n. 223 del 1991, artt. 4,5 e 24, con riferimento agli artt. 3,4,10,34 e 117 Cost., che si riserva di dedurre in sede di note.

12. Il quarto il sesto ed il settimo motivo, da esaminare congiuntamente, non sono accoglibili, per le considerazioni già fatte proprie da questa Corte in casi sovrapponibili con motivazioni che ancora una volta il Collegio fa proprie ex art. 118 disp att. c.p.c., non essendo state prospettate ragioni che inducano a discostarsene (cfr. oltre a Cass. 12632 del 2021 cit. anche Cass. n. 12040, 12041, 12042, 12043, 12044, 12634, 12635, 12636, 12637, 14673, 14674, 14675, 14676, 14677, 14804, 14805, 14806, 14807, 15123 e 15124 del 2021 decise all’udienza del 13 gennaio 2021) che hanno accertato che nell’ambito di un licenziamento collettivo è legittima l’adozione concordata tra le parti sociali di criteri di scelta dei lavoratori da licenziare anche difformi da quelli legali, purché rispondenti a requisiti di obiettività e razionalità (nello specifico ritenendo conforme ai predetti requisiti l’accordo che circoscriveva l’ambito dei dipendenti coinvolti dalla procedura alla sola platea dei lavoratori “inbound” di una determinata area locale per la verificata infungibilità delle mansioni svolte dai predetti rispetto a quelle del personale “inbound” delle altre sedi, in ragione delle commesse trattate, ognuna esigente una diversa e specifica formazione). Inoltre è del pari legittima la scelta di escludere dalla comparazione i lavoratori di equivalente professionalità che siano però addetti ad unità produttive non soppresse dislocate sul territorio nazionale in quanto la circostanza, da accertarsi in concreto e nello specifico verificata, che il mantenimento in servizio dei dipendenti appartenenti all’unità soppressa esigerebbe il loro trasferimento in altra sede, con aggravio di costi per l’azienda e interferenza sull’assetto organizzativo può assumere rilievo ed essere un criterio legittimo che esclude la necessità di comparazione ove, come nella specie, il numero dei lavoratori coinvolti – oltre milleseicento – sia tale da configurare un trasferimento collettivo, che avrebbe implicato la necessità di concordare in sede sindacale la formazione di graduatorie redatte in base a criteri predeterminati.

12.1. Nella verifica di legittimità del licenziamento collettivo attuato da Almaviva Contact s.p.a., in esito alla comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016, con intimazione di recesso ai singoli lavoratori delle Divisioni (OMISSIS) con lettere del 22 dicembre 2016 e decorrenza dal 30 dicembre 2016, la Corte d’appello di Roma ha tenuto conto del fatto che la cessazione dell’attività è scelta dell’imprenditore, che costituisce esercizio incensurabile della libertà di impresa garantita dall’art. 41 Cost.. Ha considerato che la procedimentalizzazione dei licenziamenti collettivi che ne derivino, secondo le regole dettate per il collocamento dei lavoratori in mobilità dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, applicabili per effetto dell’art. 24 della stessa legge, ha la sola funzione di consentire il controllo sindacale sulla effettività di tale scelta atteso che la previsione della L. n. 223 del 1991 cit., artt. 4 e 5, di una puntuale, completa e cadenzata procedimentalizzazione del provvedimento datoriale di messa in mobilità, ha introdotto un significativo elemento innovativo consistente nel passaggio dal controllo giurisdizionale, esercitato ex post nel precedente assetto ordinamentale, ad un controllo dell’iniziativa imprenditoriale concernente il ridimensionamento dell’impresa, devoluto ex ante alle organizzazioni sindacali, destinatarie di incisivi poteri di informazione e consultazione secondo una metodica già collaudata in materia di trasferimenti di azienda. Il giudice di appello ha correttamente ritenuto che i residui spazi di controllo devoluti al giudice in sede contenziosa non riguardano più gli specifici motivi di riduzione del personale, ma la correttezza procedurale dell’operazione (compresa la sussistenza dell’imprescindibile nesso causale tra il progettato ridimensionamento e i singoli provvedimenti di recesso). Conseguentemente risulta inammissibile la censura che, in sede giudiziaria, sia intesa a contestare specifiche violazioni delle prescrizioni dettate dai citati artt. 4 e 5, senza fornire la prova di maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e delle procedure di mobilità al fine di operare discriminazioni tra i lavoratori, ed investano piuttosto l’autorità giudiziaria di un’indagine sulla presenza di “effettive” esigenze di riduzione o trasformazione dell’attività produttiva.

12.2. Sulla base di queste premesse condivise è stata scrutinata la legittimità dell’operazione compiuta da Almaviva Contact s.p.a. senza che siano censurabili evidentemente le ragioni tecniche, organizzative e produttive che l’abbiano determinata se non nei limitati spazi che attengono alla completezza informativa della comunicazione di apertura; alla legittimità di individuazione della platea degli esuberi limitatamente a singole unità produttive (per quel che qui interessa: le due divisioni romane), anziché in riferimento all’intero complesso aziendale;

all’individuazione e applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori, anche in correlazione con la fungibilità o meno delle loro mansioni. La comunicazione di apertura della procedura, con la quale l’impresa manifesti la volontà di esercitare la facoltà di procedere ad una riduzione del personale alle organizzazioni sindacali aziendali e alle rispettive associazioni di categoria (L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 2), deve contenere le indicazioni prescritte dall’art. 4, comma 3 della Legge citata e specificatamente i motivi che determinano la situazione di eccedenza; i motivi tecnici, organizzativi e produttivi per i quali non risultino possibili rimedi alternativi ai licenziamenti; il numero, la collocazione aziendale e i profili professionali del personale eccedente e di quello abitualmente impiegato; i tempi di attuazione del programma di riduzione del personale e delle eventuali misure programmate per fronteggiare le conseguenze sul piano sociale dei licenziamenti.

12.3. La Corte ha quindi verificato che con essa si è adempiuto all’obbligo di fornire le informazioni specificate dal citato art. 4, comma 3, così da consentire all’interlocutore sindacale di esercitare in maniera trasparente e consapevole un effettivo controllo sulla programmata riduzione di personale, valutando anche la possibilità di misure alternative al programma di esubero. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha accertato la completezza della comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016, ritenendola esaustiva per la sua ampia articolazione nei punti specificamente enumerati, sviluppati in numerosi passaggi della sentenza, sulla scorta di argomentazione congrua, a sostegno di un’interpretazione, riservata esclusivamente al giudice di merito, assolutamente plausibile cui i ricorrenti hanno opposto un’interpretazione propria di parte a quella della Corte territoriale, così censurando il risultato interpretativo in sé pertanto insindacabile in sede di legittimità. E ciò, come già detto, ad onta del riferimento a singoli canoni ermeneutici dei quali non viene indicata la precisa intervenuta violazione, se non nell’ambito di una valutazione che strumentalmente viene ancorata alla relativa deduzione, senza una specifica censura di applicazione erronea del criterio ermeneutico esaminato, con indicazione del modo in cui il giudice se ne sia discostato.

12.4. La Corte capitolina, con argomentazione congrua, articolata e attenta ad ogni sviluppo della fase negoziale (così risultando la sua interpretazione insindacabile in sede di legittimità, per le ragioni più sopra illustrate in riferimento alla comunicazione di apertura), ha accertato che con la conclusione di un accordo da parte della società datrice con le organizzazioni sindacali si è limitata l'”applicazione dei criteri legali alle sole sedi da sopprimere di (OMISSIS), meglio specificandolo come connesso all’adempimento da parte del datore dell’obbligo di esporre “le ragioni tecnico-produttive di tale scelta”… avendo “anche analiticamente indicato le ragioni che non consentivano di estendere l’ambito di comparazione al personale con mansioni omogenee impiegato presso le unità produttive non toccate da tale progetto…” (…) in corrispondenza con quanto comunicato nella lettera di apertura precisandosi le ragioni della limitazione alle sole divisioni romane applicando la regola ricordata secondo cui il principio previsto dalla L. n. 223 del 1991, artt. 5 e 24 (in base ai quali i criteri di selezione del personale da licenziare, ove non predeterminati secondo uno specifico ordine stabilito da accordi collettivi, devono essere osservati in concorso tra loro), se impone al datore di lavoro una loro valutazione globale, non esclude tuttavia che il risultato comparativo possa essere quello di accordare prevalenza ad uno e, in particolare, alle esigenze tecnico-produttive, essendo questo il criterio più coerente con le finalità perseguite attraverso la riduzione del personale: sempre che naturalmente una scelta siffatta trovi giustificazione in fattori obiettivi, la cui esistenza sia provata in concreto dal datore di lavoro e non sottenda intenti elusivi o ragioni discriminatorie.

12.5. Inoltre, la Corte d’appello ha ritenuto che tale accordo non fosse discriminatorio, né contrario a ragionevolezza e non risultava corretto il riferimento, pure adombrato, ad una sorta di identificazione “fotografica” dei dipendenti prescelti, posto che essa si configura nell’ipotesi, qui non ricorrente, di una comunicazione datoriale contenente soltanto i nomi dei licenziandi e le relative qualifiche, un semplice cenno a precedenti incontri con le organizzazioni sindacali, solo marginalmente relativi ai motivi tecnici della necessaria riduzione, in violazione delle dettagliate prescrizioni, funzionali alla valutazione da parte sindacale dell’opportunità di chiedere l’esame congiunto della situazione e dei possibili rimedi.

12.6. A ciò si aggiunga che sebbene la questione in esame potesse già ritenersi risolta, la Corte capitolina si è tuttavia onerata di rispondere alla doglianza di non ragionevolezza della limitazione della platea dei lavoratori da licenziare. E ciò ha fatto, sempre con argomentazioni adeguate e coerenti con la fattispecie in esame ed i principi di diritto regolanti la materia, sul ravvisato presupposto della distanza geografica (oltre cinquecento chilometri) di queste due unità produttive dagli altri siti aziendali, combinato con quello della infungibilità delle mansioni. Qualora la ricorrenza delle effettive ragioni tecnico produttive e organizzative sia stata giustificata (e comunicata), la delimitazione della platea è legittima, ove appunto non sia trascurato, nella scelta dei lavoratori impiegati nel sito soppresso o ridotto, “possesso di professionalità equivalente a quella di addetti ad altre realtà organizzative” evidenziando che nel caso di specie, l’infungibilità delle mansioni è stata individuata nella peculiarità di ogni sito produttivo, in ragione delle commesse trattate (in particolare: Trenitalia, Eni), ognuna esigente una diversa e specifica formazione: dovendo il personale inbound avere una conoscenza della committente, tale da porlo in grado di rispondere alle domande della clientela telefonica, specificamente calibrate sul servizio reso, né consistendo l’attività di addetti al settore interno, appunto inbound, in una omogenea e neutrale ricezione di telefonate. E ciò per l’impossibilità di un loro agevole spostamento dall’uno all’altro sito (e quindi da una popolazione professionale all’altra), senza l’attuazione di interventi formativi, organizzativi e logistici incompatibili con la situazione economica dell’azienda, in quanto ritenuta insostenibile sul piano economico, produttivo e organizzativo, richiedendo tempi di attuazione e delle modifiche organizzative talmente complesse da compromettere il regolare svolgimento dei servizi e finendo, in tal modo, per aggravare ulteriormente la situazione di squilibrio strutturale in cui versa l’azienda: per giunta, da quattro a sei ore, al tempo pieno.

12.7. Ha poi osservato, condivisibilmente, che l’esigenza formativa di ogni lavoratore, se comporta, da una parte, un costo indubbio per l’azienda, induce, dall’altra, per il primo l’acquisizione di un bagaglio di conoscenze e di esperienze nuovo, che ne diversifica e incrementa la professionalità, così rendendolo idoneo a mansioni che non sono più omogenee alle precedenti svolte. Sicché, l’equivalenza delle mansioni, tale da configurare un mero passaggio indifferenziato tra lavoratori su diverse commesse, neppure risponde a un dato di realtà. In ogni caso, esso costituisce accertamento in fatto, che il giudice di merito, cui è riservato in via esclusiva, ha compiuto dandone adeguato conto, in esatta applicazione dei principi di diritto enunciati: pertanto, esso è insindacabile in sede di legittimità. Infine, neppure calza il riferimento, sempre nel caso in cui sia mancato l’accordo con i sindacati sui criteri di scelta, all’irrilevanza dei costi aggiuntivi connessi al trasferimento del personale già assegnato alle sedi soppresse siccome argomento estraneo al tenore testuale della L. n. 223 del 1991, art. 5.

12.8. Va qui rilevato che nel caso di specie, non si tratta di singoli e ben individuati trasferimenti personali, bensì di 1.666 lavoratori, e quindi di un trasferimento collettivo, il quale presuppone una procedura concordata in sede sindacale con formazione di graduatorie redatte in base a criteri predeterminati. Si aggiunga che la Corte ha accertato che le organizzazioni sindacali neppure si erano mostrate interessate alle misure organizzative (anche trasferimenti, se compatibili con le esigenze aziendali), per le quali la società aveva dichiarato la propria disponibilità (al punto V della comunicazione di apertura del 5 ottobre 2016), non raccolta dalle prime. L’alternativa prospettata (anche se poi non concretamente praticata dai lavoratori neppure nella limitata forma proposta dall’impresa di disponibilità, comunicata con la lettera di recesso, di revocare, in via collaborativa per ridurre sia pure minimamente l’impatto sociale, fino a settantacinque licenziamenti nei confronti dei lavoratori richiedenti per iscritto di essere trasferiti presso i siti di (OMISSIS): risultati soltanto diciassette) è stata rappresentata, per l’entità della sua dimensione, fin dalla comunicazione di apertura della procedura, come insostenibile sul piano economico, produttivo e organizzativo, siccome esigente tempi di attuazione e modifiche organizzative talmente complesse da compromettere il regolare svolgimento dei servizi, con aggravamento ulteriormente della situazione di squilibrio strutturale dell’azienda. Di fronte ad una situazione, comunicata in modo esplicito ed esauriente alle organizzazioni sindacali e con le stesse negoziata, talmente grave da pregiudicare la stessa sostenibilità dell’attività d’impresa e quindi da comportarne la cessazione, qualora diversamente affrontata, risulta inammissibile allora ogni censura intesa ad investire l’autorità giudiziaria di un’indagine sulla presenza di “effettive” esigenze di riduzione o trasformazione dell’attività produttiva senza fornire la prova di maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e di un’adozione discriminatoria dei lavoratori delle procedure. Una tale indagine finisce per impingere direttamente sulla libertà di iniziativa di impresa, garantita dall’art. 41 Cost..

12.9. Il ragionamento argomentativo svolto ha il suo coerente sviluppo finale nella conclusione di una corretta individuazione ed applicazione dei criteri di scelta dei lavoratori. Infatti, la limitazione alla sola platea dei lavoratori inbound delle due divisioni romane, per accordo sindacale e comunque per ragionevole misura in riferimento alla verificata infungibilità delle mansioni svolte dai predetti e con quelle del personale inbound delle altre sedi, ha comportato l’adozione, comunicata sia in sede di apertura che di chiusura della procedura di mobilità, a norma della L. n. 223 del 1991, art. 4, commi 3 e 9, di un criterio puntualmente indicato anche nelle modalità applicative, oltre che nell’individuazione dei criteri di selezione del personale, anche nella specificazione del suo concreto modo di operare, diverso da quelli legali operanti sull’intero complesso aziendale, consistente nelle esigenze tecnico-produttive e organizzative, legittimo, ancorché difforme da quelli, perché rispondente a requisiti di obiettività e razionalità. Si tratta di criterio che ne assorbe ogni altro, posto che, per effetto della deliberata chiusura delle due divisioni romane, tutti i lavoratori addetti ad esse sono stati licenziati, ad eccezione di quarantaquattro lavoratrici madri, per il divieto posto dal D.Lgs. n. 151 del 2001, art. 54″.

13. Il quinto motivo che verte sulla violazione dei canoni di ermeneutica negoziale, è inammissibile poiché non si argomenta in modo puntuale sulla avvenuta violazione dei canoni ermeneutici richiamati. Giova ribadire che la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non può limitarsi a richiamare le regole di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., avendo invece l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (cfr. Cass. 31/05/2021 n. 15124).

14. Quanto all’ultimo motivo è sufficiente rilevare che lo stesso non si confronta con la motivazione della sentenza, che ha valorizzato, per escludere la dedotta assimilazione, sia la mancanza di ogni prova delle modalità della prestazione resa dai richiamati collaboratori, sia l’applicazione da parte dell’impresa di discipline specifiche previste dalla contrattazione collettiva in conformità alla previsione di cui al D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 2, comma 1. La sentenza della CGUE C-413/13, richiamata dai ricorrenti, ha concluso nel senso che l’esigenza di parificazione si pone solo qualora tali prestatori siano “falsi autonomi”, ossia prestatori che si trovano in una situazione paragonabile a quella di detti lavoratori. Anche la pronuncia C-422/14 orienta nel senso che la nozione di lavoratore debba essere ricostruita avuto riguardo alle caratteristiche dell’etorodirezione dell’attività in concreto svolta, ciò che spetta al giudice nazionale verificare (cfr. punto 29 della cit. pronuncia). Non sussistono, pertanto, al cospetto di una pacifica linea interpretativa, i presupposti per dare corso al rinvio, il relativo obbligo imponendosi soltanto dopo che venga constatato “alternativamente” che: 1) la questione esegetica è rilevante ai fini della decisione del caso concreto;

2) la disposizione di diritto UE di cui è causa non ha già costituito oggetto di interpretazione da parte della CGUE; 3) la soluzione della questione non è ricavabile “da una costante giurisprudenza della Corte che, indipendentemente, dalla natura dei procedimenti da cui sia stata prodotta, risolva il punto di diritto litigioso, anche in mancanza di stretta identità fra le materie del contendere”; 4) la corretta applicazione del diritto Europeo non è tale da imporsi “con tale evidenza da non lasciar adito ad alcun ragionevole dubbio sulla soluzione da dare alla questione sollevata”, con l’avvertenza che la configurabilità di tale ultima eventualità deve essere valutata in funzione delle caratteristiche proprie del diritto dell’Unione, delle particolari difficoltà che la sua interpretazione presenta e del rischio di divergenze di giurisprudenza (vedi Corte giust., 17 maggio de 2001, causa C340/99, TNT Traco, punto 35; 30 settembre 2003, causa C224/01, Kiibler, punto 118; 4 giugno 2002, causa C-99/00, Kenny Roland Lyckeskog). Non ricorre nella specie alcuna questione interpretativa che imponga le valutazioni alternative previste e le osservazioni della ricorrente si rivelano apodittiche e prive di riferibilità alle questioni oggetto di causa. Quanto alla questione di illegittimità costituzionale, non ne vengono specificate le ragioni a sostegno della generica formulazione, così come da riserva espressa nel motivo, con rinvio a note che non sono state depositate (cfr. Cass. 31/05/2021 n. 15124).

15. In conclusione, per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere respinto, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo per esborsi e compensi professionali, oltre spese forfettarie nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione, ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 2. Va poi dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (v. Cass. S.U. n. 23535 del 2019).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.600,00 per compensi e in Euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per spese generali e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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