Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36877 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 26/11/2021, (ud. 10/06/2021, dep. 26/11/2021), n.36877

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Lucia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3513-2020 proposto da:

G.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE CORTINA

D’AMPEZZO, 217, presso lo studio dell’avvocato IRENE DELLA ROCCA,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

BNL – BANCA NAZIONALE DEL LAVORO SPA, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PO 25-B, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO PESSI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCESCO GIAMMARIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2503/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 09/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 10/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIO

AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’Appello di Roma, con la sentenza impugnata, ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva respinto la domanda proposta da G.C. nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro Spa diretta ad accertare la violazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, ed a dichiarare l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con la banca sin dal 16 luglio 2007, in luogo di quello solo formalmente intercorso con la società appaltatrice B. spa;

2. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso il soccombente con 3 motivi; ha resistito con controricorso la società;

3. la proposta del relatore ex art. 380 bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale; entrambe le parti hanno comunicato memorie.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo del ricorso si denuncia, espressamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “erronea valutazione e interpretazione delle risultanze istruttorie – invalidità della sentenza impugnata”;

il motivo è in radice inammissibile perché viene denunciato il vizio della sentenza impugnata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in presenza di una c.d. “doppia conforme”, ex art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5 (cfr. Cass. n. 23021 del 2014; Cass. n. 30646 del 2019);

2. il secondo motivo lamenta “violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29”, in particolare avuto riguardo ai “poteri di gestione”, sostenendo che “dalle escussioni testimoniali è emerso chiaramente che le direzioni tecniche venivano impartite dai dipendenti BNL”;

la censura è inammissibile perché solo formalmente denuncia il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, il quale ricorre o non ricorre per l’esclusivo rilievo che, in relazione al fatto accertato, la norma non sia stata applicata quando doveva esserlo, ovvero che lo sia stata quando non si doveva applicarla, ovvero che sia stata “male” applicata, e cioè applicata a fattispecie non esattamente comprensibile nella norma (tra le molteplici, Cass. n. 26307 del 2014; Cass. n. 22348 del 2007); sicché il sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata perché è quella che è stata operata dai giudici del merito; al contrario, laddove si critichi la ricostruzione della vicenda storica quale risultante dalla sentenza impugnata, si è fuori dall’ambito di operatività dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, e la censura è attratta inevitabilmente nei confini del sindacabile esclusivamente ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione tempo per tempo vigente, vizio che appunto postula un fatto ancora oggetto di contestazione tra le parti; nella specie le censure tendono ad una rivalutazione di merito in ordine all’apprezzamento dei fatti come è reso palese dal riferimento nel motivo alle risultanze istruttorie;

3. per la stessa ragione è inammissibile il terzo mezzo con cui si lamenta ancora la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, avuto riguardo alla “qualità della società appaltatrice” ed alla “erronea valutazione delle prove”; nell’illustrazione del motivo si censura anche la “mancata deduzione di fonti di prova – violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. – art. 360 c.p.c., n. 5”;

infatti, non viene identificato adeguatamente l’errore di diritto in cui sarebbero incorsi i giudici del merito, ma piuttosto si propone una diversa ricostruzione della vicenda storica, anche con esplicito riferimento alla valutazione delle prove; ancora di recente le Sezioni unite hanno ribadito l’inammissibilità di censure che “sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione e falsa applicazione di legge, di mancanza assoluta di motivazione e di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, degradano in realtà verso l’inammissibile richiesta a questa Corte di una rivalutazione dei fatti storici da cui è originata l’azione”, così travalicando “dal modello legale di denuncia di un vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., perché pone a suo presupposto una diversa ricostruzione del merito degli accadimenti” (cfr. Cass. SS.UU. n. 34476 del 2019);

4. conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con spese liquidate secondo soccombenza come da dispositivo;

occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese liquidate in complessivi Euro 3.500,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, spese generali nella misura del 15 % e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 10 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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