Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36875 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 30/09/2021, dep. 26/11/2021), n.36875

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al NRG 6274/2017 proposto da:

G.V., rappresentata e difesa dall’Avvocato Andrea

Pennesi, con domicilio eletto presso lo studio dell’Avvocato Gino

Bazzani, in Roma, via Monte Aceto, n. 2/A;

– ricorrente –

contro

V.M., e P.M., rappresentati e difesi dagli

Avvocati Raimondo Putzolu, e Giammaria Camici, con domicilio eletto

presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via Monte Zebio, n. 30;

– controricorrenti –

per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Bologna n.

1453/2016 pubblicata l’11 agosto 2016.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30 settembre 2021 dal Consigliere Dott. Alberto Giusti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – V.M. e P.M., con atto ai rogiti del notaio R. del 3 maggio 2002, acquistarono da F.R. e da T.R. una porzione di fabbricato urbano, pari al 47% dell’intero, censito al catasto del Comune di Minerbio al foglio (OMISSIS), mappale (OMISSIS).

G.V. acquistò la residua porzione di fabbricato, pari al 53% dell’intero, piano terra e primo, in forza di decreto di trasferimento del Tribunale di Bologna all’esito di esecuzione immobiliare.

Poiché l’intero fabbricato era interessato da una sofferenza statica con cedimenti riguardanti il coperto ed il primo solaio, i coniugi V. e P. chiesero alla signora G. di contribuire alle spese occorrenti per il risanamento dell’edificio.

Stante il rifiuto della G. ed il ritenuto pericolo di crollo, i signori V. e P. proponevano ricorso per denuncia di danno temuto, ex art. 1172 c.c. e art. 688 c.p.c., avanti al Tribunale di Bologna.

L’adito Tribunale, con provvedimento del 5-8 giugno 2004, ordinava alla signora G. di provvedere alle opere di risanamento delle parti strutturali dell’edificio in questione come analiticamente indicate dal c.t.u. geom. N.E. alle pagine 14 e 15 della relazione.

In data 25 giugno 2004 i coniugi V. – P. notificavano atto di citazione per l’instaurazione del giudizio di merito.

I medesimi coniugi proponevano il 20 aprile 2005 ricorso ex art. 669-duodecies c.p.c., per l’attuazione dell’ordinanza del 5-8 giugno 2004. Nell’ambito del procedimento di attuazione veniva nominato c.t.u. il geom. N.E.. Il V. e la P. depositavano un secondo ricorso ex art. 669-duodecies c.p.c. e in questo nuovo procedimento di attuazione veniva nominata c.t.u. la geom. B.C..

2. – Il Tribunale di Bologna, con sentenza n. 3516/2009, confermava il provvedimento cautelare del 5-8 giugno 2004 limitatamente agli interventi di rimozione inerenti ai solai e alle componenti murarie dell’immobile, dando atto della loro già intervenuta esecuzione, rigettava la domanda attorea di risarcimento dei danni e condannava la convenuta alla rifusione delle spese di giudizio, compresa la fase cautelare.

Il Tribunale considerava il pericolo di crollo non controverso; giudicava irrilevante la questione della regolarità edilizia degli interventi, avendo il V. e la P. richiesto una tutela possessoria e non petitoria; riteneva opportuno confermare l’ordinanza cautelare solo per le opere di rimozione già eseguite, e non anche per i rifacimenti non realizzati.

3. – Avverso la sentenza del Tribunale proponevano appello principale la G. e appello incidentale il V. e la P..

4. – La Corte d’appello di Bologna, con sentenza resa pubblica mediante deposito in cancelleria l’11 agosto 2016, in parziale riforma della pronuncia del Tribunale, ha così provveduto: ha confermato integralmente il provvedimento cautelare del 5-8 giugno 2004; ha condannato la G. a rifondere le spese dei procedimenti ex art. 669-duode-cies c.p.c.; ha posto le spese di c.t.u. (geom. N. e geom. B.) integralmente a carico della G.; ha rigettato per il resto l’appello della G. e dei V. – P.; ha condannato la G. a rifondere al V. e alla P. le spese dei due gradi di giudizio.

In particolare, la Corte d’appello ha ritenuto di dover confermare la valutazione del giudice cautelare, fondata sugli esiti della relazione del geom. N.E., in ordine alla necessità di provvedere alle opere di risanamento delle parti strutturali dell’edificio, come analiticamente indicate dal c.t.u. alle pagine 14 e 15 della relazione. A tale riguardo, la Corte territoriale, richiamando la c.t.u., ha sottolineato che gli interventi da realizzare strettamente necessari per consentire il risanamento dell’immobile comportassero dopo la rimozione di parti specificamente indicate anche il successivo rifacimento delle porzioni crollate o rimosse. La Corte di Bologna ha considerato anche che le parti hanno concordato l’esecuzione di tali lavori in sede di procedimento ex art. 669-duodecies c.p.c. e hanno sottoscritto il contratto di appalto, non risultando provata l’affermazione della appellante G. di essere stata costretta a compiere tali attività.

5. – Per la cassazione della sentenza della Corte d’appello la signora G. ha proposto ricorso, con atto notificato il 1 marzo 2017, sulla base di tre motivi.

Hanno resistito, con controricorso, il signor V. e la signora P..

6. – Il ricorso è stato avviato alla trattazione camerale ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

7. – In prossimità della Camera di consiglio la ricorrente e i contro-ricorrenti hanno depositato una memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione dell’art. 1172 c.c.; omesso esame del fatto decisivo e controverso inter partes dell’adesione al contratto di appalto 25 gennaio 2006 da parte della G. “per quanto di mia competenza in adempimento ordinanza 5 giugno 2004 – RG 15027/03 Tribunale civile Bologna” e relativa DIA 20 agosto 2004, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) la ricorrente sostiene che la Corte d’appello avrebbe dovuto delimitare le opere nei ristretti ambiti dell’art. 1172 c.c., non legittimando opere di ricostruzione esulanti dalla messa in sicurezza e dalla mera rimozione dello stato di pericolo. La ricorrente osserva che il rimedio del danno temuto ex art. 1172 c.c., è dato per ovviare al pericolo, non per effettuare un’attività edificatoria oltre lo strettamente necessario. Rileva inoltre che risulta documentato che in fase esecutiva i lavori hanno assunto una vera e propria veste di ristrutturazione avanzata. E sottolinea che la Corte distrettuale avrebbe totalmente ignorato quanto accertato dal Tribunale di Bologna in sede penale (sentenza n. 1843 del 5 maggio 2004, passata in giudicato), da cui risulta, per un verso, che gli imputati V. e P. volevano, in sede di effettuazione dei lavori disposti dal giudice, porre le basi per rendere la porzione di loro pertinenza abitabile e poterla successivamente completare in ogni sua parte, e, per l’altro verso, che le opere effettuate avrebbero dovuto più correttamente essere qualificate come di risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia. La ricorrente sostiene altresì di essersi dissociata da qualsivoglia esecuzione di lavori che non fosse strettamente correlata alla finalità di messa in sicurezza dell’immobile ordinata dal giudice civile.

1.1. – La censura è infondata.

1.2. – Va premesso che, riguardo alla conferma del provvedimento cautelare del 5-8 giugno 2004, non è in contestazione l’accertata sussistenza di un pericolo di crollo dell’edificio in questione, composto da due porzioni immobiliari solo catastalmente distinte, di proprietà, l’una, dei coniugi V. – P., l’altra, della signora G..

Il motivo di doglianza investe, infatti, l’ampiezza degli interventi per realizzare la finalità dell’azione nunciatoria di danno temuto esperita dal V. e della P.: se, cioè, ci si debba limitare agli interventi di rimozione dello stato di pericolo con la messa in sicurezza del fabbricato o se sia possibile includere il rifacimento delle parti rimosse o crollate.

1.3. – Risulta dagli atti di causa che, con il citato provvedimento cautelare del giugno 2004, il giudice del Tribunale, accertata l’esistenza di un danno grave al fabbricato dei ricorrenti, ha ordinato di provvedere alle opere di risanamento delle parti strutturali del fabbricato, come analiticamente indicate dal c.t.u. geom. N. alle pagine 14 e 15 della relazione, sottolineando anche l’impossibilità, in concreto, di effettuare interventi sulle singole porzioni delle due proprietà. In detta relazione, il perito dell’ufficio aveva descritto gli interventi da realizzare strettamente necessari per consentire il risanamento dell’immobile nelle parti strutturali, interventi consistenti sia nella rimozione della parte che permane del coperto, delle parti residue del solaio intermedio nonché di corsi di mattoni alla sommità delle murature portanti, sia nel rifacimento delle porzioni crollate o rimosse. Nella medesima relazione, il consulente tecnico aveva altresì indicato che il risanamento, finalizzato al mantenimento dell’originaria situazione planivolumetrica-compositiva dell’edificio, investiva le porzioni delle due proprietà, non essendo consentita la ricostruzione parziale (solo di una porzione), peraltro pressoché irrealizzabile per la complementarietà degli appoggi e dei sostegni su parte delle due proprietà.

Con la sentenza del 10 agosto 2009, il Tribunale di Bologna, dopo avere dato atto che le opere di rifacimento delle parti rimosse o crollate non erano state ancora realizzate, ha reputato “opportuno soprassedere alla conferma della citata ordinanza cautelare” là dove impone detto rifacimento (“l’incertezza circa la soluzione urbanistica, non risolvibile nel presente giudizio e ribadita dalla c.t.u. del geom. U. (cfr. pag. 5 della sua relazione), induce a considerare come preferibile la scelta di confermare l’ordinanza cautelare solo con riferimento alle opere di demolizione già eseguite; in tal modo, sia le parti, sia le autorità amministrative non saranno vincolate nella individuazione della soluzione da dare all’annosa vicenda”). Nel dispositivo della sentenza di primo grado, al riguardo, si legge: “conferma il provvedimento cautelare dell’8 giugno 2004 RG 15207/03 limitatamente agli interventi di rimozione inerenti ai solai e alle componenti murarie dell’immobile…, dando atto della loro già intervenuta esecuzione”.

Accogliendo il primo motivo dell’appello incidentale V. – P., la Corte felsinea ha parzialmente riformato la pronuncia del Tribunale e ha integralmente confermato il provvedimento cautelare, dando atto che lo stesso è stato integralmente eseguito con riferimento sia alla messa in sicurezza del fabbricato che al rifacimento delle parti rimosse o crollate.

La Corte d’appello ha innanzitutto affrontato la questione dei lavori edilizi eseguibili sul fabbricato sotto il profilo del titolo abilitativo a tal fine necessario. Ha rilevato, al riguardo, che alla tesi dell’ufficio tecnico del Comune di Minerbio e della geom. B., nominata c.t.u. nel procedimento ex art. 669-duodecies c.p.c., secondo i quali era sufficiente una DIA trattandosi di manutenzione straordinaria, si è contrapposta quella dell’autorità inquirente penale (fondata su consulenza del pubblico ministero eseguita dal geom. U.), secondo cui era necessario un permesso di costruire trattandosi di risanamento conservativo o ristrutturazione edilizia; e ha sottolineato che la tesi del pubblico ministero non è stata accolta dal giudice penale, che ha assolto il V. e la P., il direttore dei lavori e l’impresa esecutrice per i reati in materia edilizia, nei confronti dei quali era stata esercitata l’azione penale.

La Corte distrettuale, richiamando e condividendo la valutazione del giudice della fase cautelare, “convincentemente fondata sugli esiti della relazione del geom. N.E.”, ha quindi ritenuto che gli interventi da realizzare, strettamente necessari per consentire il risanamento dell’immobile, comportassero, dopo la rimozione di parti specificamente indicate, anche il successivo rifacimento delle porzioni crollate e/o rimosse.

Infine, sul punto, la Corte d’appello di Bologna ha considerato che le parti V. – P. e G. avevano non solo concordato l’esecuzione di tali lavori in sede di procedimento ex art. 669-duodecies c.p.c., ma anche sottoscritto il relativo contratto di appalto, non essendo stata provata l’affermazione della G. di essere stata costretta dal c.t.u. a compiere tali attività.

Preme, inoltre, precisare – trattandosi di aspetto strettamente connesso – che, quanto alla natura della tutela richiesta dai ricorrenti V. e P., la Corte distrettuale ha altresì affermato (confermando la statuizione resa dal Tribunale e rigettando il motivo di censura dell’appellante principale G.) che i coniugi “hanno agito con ricorso ex art. 1172 c.c. e poi nel giudizio di merito in funzione della tutela del possesso del bene immobile in questione, la cui realizzazione necessitava del compimento di opere di rifacimento e consolidamento volte ad evitare il pericolo e/o i danni conseguenti a crolli”.

1.4. – Tanto premesso, va esclusa la denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 1172 c.c..

Dalla accertata ricorrenza dei presupposti di diritto sostanziale dell’azione nunciatoria di danno temuto discende la possibilità per il giudice di adottare i provvedimenti ritenuti più idonei ad ovviare al pericolo “secondo le circostanze” (art. 1172 c.c.), cosicché tali provvedimenti sono necessariamente indeterminati nel loro contenuto in quanto collegati funzionalmente alla concreta situazione di fatto che, di volta in volta, ha legittimato il denunciante ad esperire l’azione di nunciazione suddetta (Cass., Sez. I, 20 novembre 2001, n. 14561).

Nella fattispecie risulta espressamente dalla sentenza impugnata che l’azione proposta dinanzi al Tribunale di Bologna aveva natura possessoria, cosicché una volta verificata la ricorrenza dei presupposti sostanziali dell’azione di danno temuto, è evidente che i provvedimenti da adottare con sentenza a chiusura del giudizio di merito vanno individuati in funzione della effettiva e piena tutela della situazione di possesso invocata.

Orbene, con un accertamento di fatto congruamente motivato il giudice del merito ha ritenuto che tale finalità non avrebbe potuto realizzarsi se non con la individuazione e l’adozione delle opere non solo di rimozione delle parti pericolanti, ma anche di ricostruzione delle stesse e di quelle che erano crollate spontaneamente, essendo il rifacimento indispensabile a consentire l’effettivo ripristino della relazione di possesso intercorrente tra i denuncianti e la loro porzione di immobile.

In questa prospettiva sono state quindi disposte, confermandosi integralmente il provvedimento cautelare, anche opere di rifacimento delle parti rimosse o crollate come necessarie a garantire la tutela possessoria invocata attraverso il risanamento dell’immobile. La Corte d’appello ha cioè confermato la valutazione del giudice della fase cautelare, “convincentemente” fondata sugli esiti della relazione del c.t.u. in ordine alla necessità di provvedere, altresì, alle opere, di risanamento delle parti strutturali dell’edificio, analiticamente indicate dal consulente nell’elaborato peritale.

Pertanto la sentenza impugnata, che ha correttamente applicato il principio di diritto sopra esposto, non merita le censure sollevate in proposito dalla ricorrente, la quale muove dal presupposto, erroneo, secondo cui nel giudizio di merito non potessero disporsi le opere di rifacimento delle parti strutturali dell’edificio, nonostante la loro ritenuta necessità per consentire il risanamento dell’immobile.

1.5. – In questo contesto, non è configurabile neppure il denunciato omesso esame di fatto decisivo e controverso.

In primo luogo, non appare decisiva la riserva che è stata apposta sul contratto di appalto e sulla relativa denuncia di inizio di attività da parte della G. là dove la stessa ha firmato con postilla “in adempimento ordinanza 05/06/04 – RG 15207/03 Tribunale civile Bologna”. Tale riserva, infatti, non interferisce con il potere-dovere del giudice di disporre, dopo il crollo, la demolizione e la rimozione, l’esecuzione, a tutela del possesso, di opere rifacimento delle parti crollate o rimosse.

Ne’ è configurabile il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per il fatto che la Corte d’appello avrebbe omesso di considerare se le opere ordinate potessero essere licenziate con una mera d.i.a. per lavori di manutenzione straordinaria o se dovessero essere più correttamente qualificate come di risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia, necessitanti di un permesso di costruire.

E’ assorbente, sotto questo profilo, la considerazione che del fatto non è stato omesso l’esame, avendo la Corte di Bologna esaminato la questione del titolo abilitativo necessario per l’esecuzione delle opere, a tal fine considerando l’esito del giudizio penale svoltosi a carico del V. e della P.. In sostanza, la Corte d’appello, proprio alla luce della sentenza penale del Tribunale di Bologna in data 19 luglio 2014, ha affermato che la tesi dell’autorità inquirente – secondo cui sarebbe stato necessario munirsi di un permesso di costruire sul presupposto che si versava in fattispecie di risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia anziché di manutenzione straordinaria – non è stata accolta dal giudice penale, che ha assolto il V. e la P. perché il fatto non sussiste.

2. – Il secondo mezzo (violazione dell’art. 669-novies c.p.c., comma 3; omesso esame del fatto decisivo dell’effettuazione di opere ulteriori anche rispetto all’ordinanza cautelare del 5-8 giugno 2004) lamenta che la sentenza impugnata abbia disatteso senza motivazione alcuna la richiesta di condannare gli appellati alla rimessione in pristino della loro porzione ricostruita. Logico corollario della esorbitanza delle opere eseguite, rispetto ai limiti di cui all’art. 1172 c.c., erano “le domande redibitorie ritualmente svolte”; altrettanto coerenti, e per nulla innovativi, erano i capi delle conclusioni con cui si chiedeva di valutare “i conti esuberanti da quelli relativi alla mera rimozione”. Ad avviso della ricorrente, la produzione di tutti i documenti contabili “costituiva mera attualizzazione degli esborsi patiti dalla signora G. e, secondo la formulazione dell’art. 345 c.p.c., applicabile ratione temporis, evidentemente “indispensabili ai fini della decisione della causa”. Sostiene inoltre la ricorrente che i provvedimenti restitutori ex art. 669-novies c.p.c., vanno pronunciati d’ufficio dal giudice che all’esito del giudizio di merito abbia accertato l’insussistenza del diritto oggetto di cautela.

2.1. – La censura è infondata.

2.2. – La Corte d’appello ha “integralmente confermato il provvedimento cautelare, dando atto che lo stesso è stato integralmente eseguito”. Su questa base, la Corte territoriale ha giudicato infondate le domande, proposte dalla G. all’udienza di precisazione delle conclusioni, di condanna dei V. – P. alla rimessione in pristino della loro porzione ricostruita.

2.3. – L’art. 669-novies c.p.c., è rubricato “inefficacia del provvedimento cautelare”.

Il comma 3, di tale disposizione prevede che il provvedimento cautelare perde efficacia “… se con sentenza, anche non passata in giudicato, è dichiarato inesistente il diritto a cautela del quale era stato concesso”; in tal caso, nella stessa sentenza il giudice dà le disposizioni necessarie per ripristinare la situazione precedente.

2.4. – E’ bensì esatto il principio di diritto, richiamato dalla ricorrente a pagina 15 del ricorso (invocando Cass., Sez. lav., 4 settembre 2014, n. 18676), secondo cui la corte d’appello deve disporre, anche d’ufficio, le restituzioni ex art. 669-novies c.p.c., ove non abbia provveduto il tribunale all’esito dell’accertamento nel merito dell’insussistenza del diritto oggetto di cautela, dovendosi escludere che l’eventuale istanza proposta dalla parte abbia natura di domanda riconvenzionale ovvero che sia configurabile un giudicato sull’irripetibilità in caso di omessa pronuncia del primo giudice, tanto più che l’art. 669-novies c.p.c., comma 3, ultimo periodo, dispone che, in tale evenienza, è ammissibile il ricorso al giudice che ha emesso il provvedimento perché provveda ad adottare le relative misure.

Sennonché tale precedente non si attaglia alla fattispecie.

Infatti, nella presente controversia la Corte d’appello, accogliendo il primo motivo dell’appello incidentale dei coniugi V. – P. e in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha confermato integralmente il provvedimento cautelare del giugno 2004 emesso dal Tribunale: non solo, dunque, “limitatamente agli interventi di rimozione inerenti ai solai e alle componenti murarie dell’immobile”, come aveva disposto il Tribunale con la gravata sentenza in data 10 agosto 2009, ma, appunto, integralmente, anche nella parte in cui il provvedimento cautelare ordinava di eseguire il rifacimento delle porzioni crollate o rimosse, secondo quanto analiticamente indicato dalla più volte citata consulenza tecnica d’ufficio.

E poiché la censura articolata con il primo motivo di ricorso avverso la statuizione di integrale conferma del provvedimento cautelare è stata rigettata, non è configurabile il presupposto perché si abbia una pronuncia ripristinatoria della situazione precedente alla emissione del provvedimento cautelare stesso.

La ricorrente per cassazione sostiene che il giudice a quo avrebbe dovuto pronunciare ex officio la distruzione di tutte le opere ricostruttive esulanti dalla mera rimozione, tenuto conto del fatto che la sentenza di primo grado era limitata alle sole demolizioni.

Ma si tratta di una conclusione priva di fondamento in diritto, giacché non vi è spazio per l’emissione, da parte del giudice d’appello, dei provvedimenti ripristinatori della situazione precedente, ai sensi dell’art. 669-novies c.p.c., comma 3, ove lo stesso giudice d’appello, riformando la pronuncia di primo grado, abbia integralmente confermato il provvedimento cautelare adottato per ovviare al pericolo di danno temuto.

2.5. – Generica è poi la deduzione della ricorrente là dove ipotizza che nella specie siano state realizzate opere ricostruttive esorbitanti rispetto a quelle stabilite dal giudice della fase cautelare. Si afferma infatti nel motivo di ricorso che “lo stato di fatto creatosi nelle more del giudizio di merito… non è affatto conforme… all’ordinanza cautelare”: ma tale affermazione non è accompagnata dalla indicazione specifica delle emergenze processuali dalle quali la denunciata esorbitanza risulterebbe acclarata.

2.6. – Avendo la Corte d’appello giudicato nel merito infondata la domanda della signora G. di condanna degli appellati alla rimessione in pristino della loro porzione ricostruita, viene meno la necessità di scrutinare la parte del motivo che contesta la novità, in ordine alla domanda di condanna al ripristino, delle conclusioni rassegnate il 12 gennaio 2016.

Non rileva, al riguardo, neppure prendere posizione sul se la novità della domanda è affermata dalla sentenza impugnata con una mera argomentazione ad abundantiam o con una seconda ratio decidendi.

3. – Con il terzo motivo (violazione dell’art. 91 c.p.c.; omesso esame di fatto decisivo e controverso inter partes che il Tribunale di Bologna aveva confermato il provvedimento cautelare “limitatamente agli interventi di rimozione inerenti ai solai e alle componenti murarie dell’immobile”) la ricorrente censura, in relazione alla graduazione della soccombenza, che la Corte felsinea non abbia valutato che il Tribunale aveva sostanzialmente aderito, nella sentenza n. 3516/2009, alla eliminazione dall’ordinanza cautelare delle opere esulanti dall’art. 1172 c.c.. Sarebbe illegittima la condanna alle spese anche per la fase attuativa, a fronte della prevalente soccombenza attorea e della liceità, ignorata in appello, della resistenza della signora G. rispetto alle opere di ristrutturazione edilizia volute esclusivamente dai signori V. – P. ab initio.

3.1. – Il motivo, con il quale ci si duole della ritenuta soccombenza della G. in sede attuativa, nei procedimenti ex art. 669-duodecies c.p.c., è infondato.

3.2. – Occorre premettere che la Corte d’appello ha accolto il quarto motivo di appello incidentale dei V. – P.: laddove il Tribunale, con la pronuncia gravata, aveva stabilito che le spese della fase di attuazione del provvedimento cautelare andassero liquidate nell’ambito del procedimento ex art. 669-duodecies c.p.c., la Corte d’appello ha affermato che nell’ambito del presente procedimento non si applica, ratione temporis, la disciplina, novellata dalla L. n. 8 del 2005, art. 669-octies c.p.c., comma 7, operante nei procedimenti instaurati successivamente al 1 marzo 2006, e che, pertanto, la liquidazione delle spese dei procedimenti ex art. 669-duo-decies, era di competenza del Tribunale in sede di merito. Su questa base, la Corte felsinea ha riformato la sentenza appellata “con liquidazione, come da dispositivo (conformemente alla nota depositata dall’avv. Potzolu), delle spese a favore di V. – P. dei procedimenti ex art. 669-duodecies c.p.c.”.

3.3. – La ricorrente non contesta la ritenuta, da parte della Corte d’appello, competenza del giudice di merito a liquidare le spese della fase attuativa. La difesa della ricorrente afferma infatti che “la Corte territoriale – in rito – ha correttamente postulato che la liquidazione dovesse essere effettuata dal Tribunale, in sede di merito”. E richiama, al riguardo, il precedente di questa Sezione (Cass., Sez. II, 21 luglio 2016, n. 15069), secondo cui “poiché… l’attuazione delle misure cautelari dà luogo ad un’ulteriore fase dell’unico procedimento cautelare, e la regolamentazione delle relative spese non può che avvenire con la sentenza che definisce il giudizio di merito, non può che concludersi nel senso che tali spese partecipino del regime delle spese di cui all’art. 91 c.p.c., attenendo ai costi sostenuti dalla parte per agire o resistere in giudizio”.

Oggetto della censura è “la violazione della norma di rito in riferimento alla “presunta” soccombenza della signora G. in sede attuativa”. Secondo la ricorrente, nella graduazione della soccombenza, la Corte era tenuta a valutare “che il Tribunale aveva sostanzialmente aderito – nella sentenza 3516/2009 – alla eliminazione dall’ordinanza cautelare delle opere esulanti dall’art. 1172 c.c.”.

3.4. – Tanto premesso, la statuizione della Corte d’appello si sottrae alle censure articolate dalla ricorrente.

Non c’e’ alcuna violazione dell’art. 91 c.p.c. e alcun omesso esame di fatto decisivo e controverso, perché il provvedimento di condanna della G. alle spese dei procedimenti di attuazione si appalesa quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, alla stregua dell’esito finale della lite. Infatti, la sentenza della Corte d’appello ha confermato integralmente il provvedimento cautelare dell’8 giugno 2004 emesso nel procedimento n. 15207/2003 dal Tribunale di Bologna, riformando, sul punto, la sentenza del Tribunale, che invece ha confermato il provvedimento cautelare limitatamente agli interventi di rimozione inerenti ai solai e alle componenti murarie dell’immobile.

4. – Il ricorso è rigettato.

Le spese processuali, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

5. – Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, ricorrono i presupposti processuali per dare atto ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dai controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 5.500, di cui Euro 5.300 per compensi, oltre a spese generali nella misura del 15% e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 30 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

 

 

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