Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36874 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. II, 26/11/2021, (ud. 01/07/2021, dep. 26/11/2021), n.36874

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 19656/2016) proposto da:

M.M., (C.F.: (OMISSIS)), rappresentata e difesa, in

virtù di procura speciale apposta in calce al ricorso, dagli Avv.ti

Luigi Manzi, Cesare Glendi, e Graziella Glendi, ed elettivamente

domiciliata presso lo studio del primo, in Roma, v. F. Confalonieri,

n. 5;

– ricorrente –

contro

M.A., (C.F.: (OMISSIS)), e MA.MA., (C.F.:

(OMISSIS)), rappresentati e difesi, in virtù di procura speciale in

calce al controricorso, dall’Avv. Carlo Manescalchi, ed

elettivamente domiciliati presso lo studio dell’Avv. Francesca Luisa

Rivelli, in Roma, viale dei Colli Portuensi, n. 536;

– controricorrenti –

e

m.m., (C.F.: (OMISSIS)), e M.C.,

(C.F.: (OMISSIS)), rappresentati e difesi, in virtù di procura

speciale apposta in calce al controricorso, dagli Avv.ti Gennaro

Velle, e Rosario D’Arrigo, ed elettivamente domiciliato presso lo

studio dell’Avv. Paolo De Matteis, in Roma, V. L. Settembrini, n.

30;

– altri controricorrenti –

nonché

C.G.M., (C.F.: (OMISSIS));

– intimata –

avverso la sentenza della Corte di appello di Genova n. 543/2016

(pubblicata il 18 maggio 2016);

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 1

luglio 2021 dal Consigliere relatore Dott. Aldo Carrato;

viste le conclusioni scritte del P.G., in persona del Sostituto

procuratore generale Dott. PEPE Alessandro, con le quali ha chiesto

il rigetto del ricorso;

lette le memorie depositate ai sensi dell’art. 378 c.p.c., dai

difensori della ricorrente e dei controricorrenti M.A.

e Ma.Ma..

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con atto di citazione notificato il 21 gennaio 1995 M.M. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di Genova i germani Ma.Ma., A. ed An. chiedendo la divisione giudiziale dell’eredità dismessa dai genitori Co.Ma.Fe. (deceduta il (OMISSIS)) e M.N. (deceduto il (OMISSIS)), nonché l’esclusione del rag. T.G. dall’incarico di amministratore di alcuni beni ereditari, avendone contestato la relativa gestione.

Ma.An., costituendosi in giudizio, aderiva alla domanda di scioglimento della comunione con formazione ed attribuzione di lotti; anche M.A. e Ma. si costituivano in giudizio, instando, a loro volta, per la divisione dell’asse ereditarlo con ordine di rendiconto della gestione dei beni e dei relativi frutti, previa collazione dei beni mobili e/o immobili donati agli eredi.

Successivamente veniva disposta la chiamata in giudizio “iussu iudicis” del T. onde rendere il conto della gestione; quest’ultimo, costituendosi in giudizio, si dichiarava disponibile a rendere il conto entro un termine da fissare.

A seguito del decesso di Ma.An. il processo veniva riassunto nei confronti dei suoi eredi C.G., M.C. e m.m.. Il Tribunale adito, con sentenza non definitiva del 19 giugno 2002, disponeva lo scioglimento della comunione ereditaria accertando che la quota di ciascuno dei condividenti era pari ad un quarto, dichiarava la nullità della domanda di collazione formulata dai condividenti M.A., Ma., m. e C., disponeva la divisione dell’asse ereditario sulla base del progetto redatto dal CTU con estrazione a sorte dei lotti nel prosieguo del giudizio, dando, altresì, atto che il T. aveva reso il conto della gestione; dichiarava, infine, inammissibile la domanda di M.M. volta a sostituirlo nell’incarico di amministratore dei beni ereditari.

2. Proposto appello da parte di M.M., cui resistevano m.m., M.C., C.G., T.G., M.A. e Ma.Ma., la Corte di Appello di Genova con sentenza non definitiva n. 313/2005 (depositata il 30 maggio 2005), dato atto della cessazione della materia del contendere relativamente alla divisione dei beni immobili e mobili già disposta tra le parti, in parziale riforma della decisione di primo grado, dichiarava che nell’attivo ereditario del defunto M.N. doveva ricomprendersi anche la somma di Lire 750.000.000, rigettava la domanda di collazione proposta dagli appellanti incidentali e disponeva, come da separata ordinanza, la rinnovazione delle operazioni peritali concernenti la valutazione dell’asse e la formazione dei lotti tra i condividenti, oltre al rendiconto che questi ultimi si sarebbero prestati a fare relativamente ai beni detenuti.

3. Avverso la suddetta sentenza proponevano distintamente ricorso per cassazione, da un lato, m.m. e M.C. e, dall’altro, M.A. e Ma.Ma. in base rispettivamente ad otto e a tre motivi. Al primo ricorso resisteva con controricorso il T. ed al secondo ricorso, sempre con controricorso, M.M..

4. Questa Corte, con sentenza n. 18336/2012, accoglieva, per quanto di ragione, i primi quattro motivi del ricorso principale ed i primi due motivi del ricorso incidentale, nonché il settimo e l’ottavo dello stesso ricorso principale ed il terzo del ricorso incidentale, dichiarando assorbito il quinto motivo e rigettando il sesto del ricorso principale. Cassava, pertanto, l’impugnata sentenza in relazione ai motivi accolti, condannando i ricorrenti principali al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente T.G..

In particolare, con la ritenuta fondatezza dei primi quattro motivi del ricorso principale, si rilevava l’erroneità dell’impugnata sentenza nella parte in cui aveva quantificato in Lire 750.000.000 l’importo che doveva essere ricompreso nell’asse ereditario a seguito delle statuizioni contenute nella sentenza (passata in giudicato) n. 424/2000 della stessa Corte di appello di Genova relativa alla sottrazione, da parte di Ma.An., del contenuto della cassetta di sicurezza intestata al padre, disponendo, perciò, che nel giudizio di rinvio si sarebbe dovuto procedere ad una nuova determinazione di detto contenuto, tenendo conto che, con la citata sentenza n. 424/2000, era stata operata la compensazione tra il credito per Lire 250.000.000 vantato da Ma.An.e.Mazzucchelli Marisa n.c.d.Mazzucchelli Anna e. M.M..

Inoltre, con la ricordata sentenza di annullamento, questa Corte accoglieva il settimo ed ottavo motivo del ricorso principale nonché il terzo del ricorso incidentale, ritenendo non convincenti, dal punto di vista logico-giuridico, le argomentazioni motivazionali sulla base delle quali la Corte genovese, con l’impugnata sentenza, aveva respinto la domanda riguardante la collazione dell’appartamento di (OMISSIS) acquistato da M.M. in data 9 dicembre 1985, acquisto che avrebbe potuto configurare, in realtà, una donazione indiretta effettuata da M.N. in favore della figlia M..

5. A seguito della menzionata sentenza di questa Corte, M.A.M. e Ma.Ma. riassumevano la causa dinanzi ad altra Sezione della Corte di appello di Genova. Nel giudizio di rinvio si costituivano i soli M.M., da una lato, e m.m. e C., dall’altro, mentre rimaneva contumace l’altra intimata C.G.M..

Con sentenza n. 543/2016 (pubblicata il 18 maggio 2016) la Corte di appello di Genova, decidendo in sede di rinvio, in accoglimento degli appelli incidentali di M.A.M. e M.A. nonché di m.m. e C. ed in parziale riforma della pronuncia di primo grado, disponeva la collazione dell’indicato immobile sito in Genova, alla (OMISSIS), regolando le complessive spese giudiziali conseguenti.

A sostegno dell’adottata decisione il giudice di rinvio rilevava, in primo luogo, l’inammissibilità della deduzione della M.M. circa la riconducibilità della contestata compravendita ad un’ipotesi di simulazione (sul presupposto dell’addotta configurabilità di una donazione con interposizione fittizia), con la conseguente necessità dell’allegazione della conferente controdichiarazione, siccome nuova (e, quindi, tardiva) e, in ogni caso, priva di fondamento, alla stregua del principio statuito dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui nel caso di acquisto di un immobile da parte di un soggetto, con denaro fornito da un terzo per spirito di liberalità, si configura una donazione indiretta, che si differenzia dalla simulazione giacché l’attribuzione gratuita viene attuata, quale effetto indiretto, con il negozio oneroso che corrisponde alla reale intenzione delle parti ed alla quale, pertanto, non si applicano i limiti alla prova testimoniale – in materia di contratti e simulazione – che valgono, invece, per il negozio tipico utilizzato allo scopo.

La Corte di rinvio riteneva, quindi, che, alla luce di plurime circostanze idonee a fondare un convincimento di tipo presuntivo, la compravendita dell’immobile oggetto di contestazione era, in effetti, da ricondurre ad una donazione indiretta da parte del M.N. in favore della figlia M., ragion per cui, ai sensi dell’art. 737 c.c., avrebbe dovuto essere conferito in collazione ai coeredi.

In particolare, nella ricostruzione dei documenti acquisiti in proposito e delle condotte tenute dalle parti, si potevano ritenere sufficientemente idonei a provare la donazione indiretta gli assegni di Lire 115.000.000 e di Lire 10.840.000 pacificamente incassati dalla parte venditrice e dal notaio il giorno successivo al rogito, evidenziandosi che anche gli altri assegni prodotti dagli impugnanti rafforzavano ulteriormente il convincimento che il M.N. aveva inteso procurare alla figlia M. l’acquisto del suddetto immobile, siccome emessi in favore di soggetti ed in date del tutto compatibili con le fasi che in genere caratterizzano le compravendite immobiliari. Peraltro, il giudice di rinvio osservava che la M.M. non aveva fornito alcuna prova di aver effettuato con provviste proprie il pagamento del corrispettivo dell’immobile e delle relative spese notarili (circostanza di fatto, oltretutto, nemmeno dalla stessa allegata). Quanto, infine, all’assunto della stessa M.M. per il quale l’immobile in questione sarebbe stato da ritenersi per metà appartenente al marito, essendo l’acquisto avvenuto in regime di comunione legale, la Corte di rinvio si richiamava all’indirizzo della giurisprudenza di legittimità ad avviso del quale, in ipotesi di donazione indiretta, quando il donatario sia coniugato per l’appunto in regime di comunione legale il bene acquistato è escluso da detto regime ai sensi dell’art. 179 c.c., lett. b).

6. Avverso la suddetta sentenza resa all’esito del giudizio di rinvio ha proposto ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, M.M..

Hanno resistito con un congiunto controricorso m.m. e M.C. e, con altro comune controricorso, M.A. e Ma.Ma.. L’altra intimata C.G.M. non ha svolto attività difensiva in questa sede.

I difensori della ricorrente e dei controricorrenti M.A. e Ma. hanno rispettivamente depositato memoria difensiva ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo la ricorrente ha denunciato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 – la violazione o falsa applicazione degli artt. 737,809 c.c., art. 2697 c.c., comma 1, art. 2727 c.c. e art. 2729 c.c., comma 1, nonché la violazione degli artt. 115,116 c.p.c. e art. 384 c.p.c., comma 2.

Dopo aver riportato alcuni stralci dell’impugnata sentenza, la ricorrente, dando atto che con quest’ultima era stata affrontata la portata dell’art. 737 c.c., deduceva che con la stessa il giudice di rinvio non si era uniformato alla sentenza di questa Corte n. 18336/2012 nel provvedere ai necessari accertamenti sotto gli essenziali profili dell’individuazione dell’oggetto e della prova della donazione indiretta, non essendo stato tenuto presente che, nel caso di acquisto di un immobile da parte di un figlio al quale siano state fornite somme da parte di uno o di entrambi i genitori, per integrare la fattispecie di siffatta donazione del bene acquistato, non può bastare che sia provato, in base ad una presunzione basata su elementi oggettivi e concordanti, la provenienza della somma di denaro impiegato nell’acquisto dell’immobile, occorrendo, invece, la prova del fatto che il denaro in questione sia stato elargito da uno o entrambi i genitori all’unico scopo di rendere possibile l’acquisto.

Sulla base di tale impostazione, la ricorrente ha inteso sostenere che la Corte di rinvio sarebbe incorsa nelle denunciate violazioni laddove non aveva tenuto conto dell’effettivo contenuto dell’atto per notar Siri del 9 dicembre 1985, nel quale si attestava che l’acquisto dell’immobile da parte della stessa (in comunione legale con il coniuge) era avvenuto con il versamento del prezzo fatto direttamente da essa compratrice alla venditrice, che ne aveva rilasciato quietanza a saldo, ragion per cui, al fine di confutare tale circostanza, l’onere probatorio della contraria circostanza doveva considerarsi imposto a coloro che avevano agito per il conferimento in collazione allo scopo di dimostrare che essa M.M. non avesse la disponibilità di risorse economiche sufficienti per far fronte all’acquisto in discorso (pur non potendosi escludere “ex actis” che ella aveva ricevuto delle parziali liberalità).

2. Con la seconda censura la ricorrente ha dedotto – con riguardo all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 – la violazione o falsa applicazione dell’art. 171 c.c., lett. a) e art. 179 c.c., comma 1, lett. b), oltre che dell’art. 102 c.p.c..

Nello specifico, la ricorrente ha lamentato che la Corte di rinvio non aveva considerato l’espressa denuncia dell’impossibilità giuridica di una decisione menomativa del diritto di proprietà acquisito dal suo coniuge ( V.G.) con l’atto notarile del 9 dicembre 1985, siccome in regime di comunione ai sensi dell’art. 177 c.c., lett. a), non potendosi considerare l’immobile acquistato come bene personale della sola ricorrente ex art. 179 c.c., comma 1, lett. b), negando al citato suo coniuge l’acquisito diritto di proprietà sull’immobile, senza neppure garantire la partecipazione dello stesso – in tal senso violandosi l’art. 102 c.p.c. – in giudizio, dal quale sarebbe potuta derivare la sottrazione della comproprietà in suo danno del bene controverso.

3. Con la terza doglianza la ricorrente ha prospettato – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., contestando la legittimità della sua condanna alle spese statuita con la sentenza di rinvio per effetto della sua ritenuta totale soccombenza, non corrispondente, invece, all’esito del giudizio, dovendosi ravvisare la sussistenza di una soccombenza reciproca, che si verifica – come avvenuto nel caso di specie – quando su plurime domande proposte (ricomprensione nell’asse ereditario del denaro sottratto da Ma.An. e dell’immobile di M.M. di cui era stata chiesta la collazione) vi sia stata una soccombenza per entrambe le parti (con l’accoglimento e il rigetto speculare delle stesse).

4. Con il quarto ed ultimo mezzo la ricorrente ha lamentato – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – la violazione o falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e del D.M. Giustizia 10 marzo 2014, n. 55, artt. 4 e 5, avuto riguardo all’erroneo riferimento agli scaglioni tariffari e alle concrete attività giudiziali svolte ai fini della liquidazione delle spese in favore, da una parte, di M.A. e Ma.Ma. e, dall’altra parte, di m.m. e M.C..

5. Occorre, innanzitutto, premettere che, diversamente da quanto eccepito dalle parti controricorrenti, il ricorso risponde sufficientemente ai requisiti prescritti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, dal momento che contiene un’esposizione compiuta dei fatti di causa e la prospettazione specifica dei vizi – con l’indicazione dei relativi percorsi argomentativi logico-giuridici a loro sostegno – addotti per confutare l’impugnata sentenza correttamente ricondotti a quelli enucleati nell’art. 360 c.p.c..

Pertanto, da un punto di vista generale, il ricorso è ammissibile.

6. Ciò chiarito, rileva il collegio che il primo motivo è infondato e deve, perciò, essere rigettato.

Va, innanzitutto, premesso che la Corte di appello di Genova, quale giudice di rinvio a seguito della sentenza di questa Corte n. 18336/2012, avrebbe dovuto rivalutare il quadro complessivo degli elementi probatori di natura presuntiva indicati nella citata sentenza di annullamento, al fine di verificare la configurabilità o meno di una donazione indiretta dell’immobile oggetto di controversia, e, quindi, se lo stesso fosse stato acquistato, o meno, dalla ricorrente con denaro del padre.

A tale ragione di rinvio la Corte ligure si è propriamente uniformata con l’esplicazione della motivazione posta a fondamento della sentenza qui impugnata, dirimendo la questione – previa valutazione di tutte le circostanze fattuali del caso – sulla configurabilità o meno dell’acquisto dell’appartamento di (OMISSIS) da parte della M.M. in data 9 dicembre 1985 come donazione indiretta ad opera del padre e, quindi, sulla conseguente necessità o meno del suo conferimento in collazione in funzione della realizzazione della divisione tra i coeredi (secondo quanto statuito dalle SU di questa Corte con la sentenza n. 9282/1992, il cui principio si è poi consolidato nella successiva giurisprudenza: cfr., da ultimo, Cass. n. 13619/2017).

Con questa censura la ricorrente tende, in effetti, proprio a mettere in discussione l’apprezzamento di merito – sollecitando, però inammissibilmente, questa Corte a rivalutarlo – compiuto dal giudice di rinvio sull’esistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti riscontranti la ritenuta sussistenza di una donazione indiretta.

Va rilevato che questo apprezzamento è stato operato dalla Corte di rinvio con motivazione assolutamente adeguata, facendo riferimento ad una pluralità di elementi univocamente indiziari idonei a far ritenere che nella fattispecie ricorressero i presupposti per la configurazione di una donazione indiretta. E ciò soprattutto tenendo conto dell’emergenza di erogazioni quasi contestuali al rogito ed avvenuti anche in favore del notaio e del mediatore (oltre che della venditrice per somme ovviamente ben più rilevanti), mediante plurimi assegni – riferiti a diversi importi – tratti dal padre della ricorrente a favore di differenti soggetti intervenuti nella complessiva operazione di compravendita (v. pag. 5 della motivazione), da ciò desumendosi la manifestazione di un inequivoco “animus donandi” in favore della figlia M..

Questo esito del convincimento raggiunto dal giudice di rinvio è rimasto poi ulteriormente avallato dal mancato riscontro – la cui prova contraria incombeva alla stessa M.M. – della disponibilità effettiva, in capo alla stessa, di fondi sufficienti a far fronte all’acquisto dell’immobile dedotto in controversia (per contrapporre giuste ragioni deponenti come fatto ostativo alla richiesta collazione: cfr. Cass. n. 15131/2005 e Cass. n. 18625/2010), non avendo alcuna decisiva rilevanza, al fine di superare l’univoco ragionamento presuntivo della Corte genovese conducente alla rilevata configurazione di una donazione indiretta, la non coincidenza dell’importo degli assegni emessi dal M.N. in favore della venditrice con il prezzo di acquisto formalmente dichiarato nell’atto notarile (la cui attestazione, da parte dell’acquirente, non è dotata di alcuna fidefacienza), in cui era stato indicato in misura inferiore rispetto a quello effettivo, corrispondendo, invero, all’epoca questa mancata coincidenza ad una prassi spesso utilizzata nei rogiti di vendita in funzione della riduzione dell’imposizione fiscale (ancor più favorevole in epoca antecedente all’entrata in vigore della L. n. 266 del 2005).

7. Il secondo motivo si profila inammissibile dal momento che la prospettata questione relativa alla violazione dell’art. 102 c.p.c., correlata al mancato rispetto del litisconsorzio necessario nei confronti del coniuge della ricorrente (con il quale si trovava in regime di comunione legale dei beni al momento dell’acquisto dell’immobile da conferire in collazione), è nuova, non essendo stata mai sollevata nei gradi del giudizio antecedenti alla sentenza della cassazione con rinvio (e nel ricorso non si specifica alcunché al riguardo), ragion per cui – stante il carattere “chiuso” del giudizio di rinvio – essa deve intendersi preclusa.

Al riguardo trova, infatti, applicazione il principio generale (cfr., per tutte, Cass. n. 21096/2017) secondo cui, nel giudizio di rinvio dalla Corte di cassazione, non può essere eccepita o rilevata di ufficio la non integrità del contraddittorio a causa di un’esigenza originaria di litisconsorzio (art. 102 c.p.c.) quando tale questione non sia stata dedotta con il ricorso per cassazione e rilevata dal giudice di legittimità, dovendosi presumere che il contraddittorio sia stato ritenuto integro in quella sede, con la conseguenza che nel giudizio di rinvio e nel successivo giudizio di legittimità possono e devono partecipare, in veste di litisconsorti necessari, soltanto coloro che furono parti nel primo giudizio davanti alla Corte di cassazione.

E con riferimento al caso di specie dalla sentenza di cassazione, con rinvio, n. 18336/2012, non emerge che fu dedotta la suddetta questione processuale.

8. Il terzo motivo è destituito di fondamento e deve, quindi, anch’esso essere respinto.

In primo luogo va chiarito che la censura attiene alla sola confutazione della regolazione delle spese fatta dal giudice di rinvio rispetto al giudizio di cassazione, al cui esito – si badi – era stata rimessa la relativa pronuncia in ordine ai rapporti processuali tra i M. alla stessa Corte di rinvio, avendo la sentenza di cassazione statuito solo sul rapporto (da considerarsi definito) instauratosi tra i ricorrenti principali ed il T..

In tal senso, quindi, la ricorrente ipotizza una valutazione “atomistica” della soccombenza nei diversi gradi e nelle differenti fasi del giudizio (obliterando la rilevanza dell’esito finale complessivo della controversia da eseguire sulla base di un criterio unitario e globale) e contesta – come detto – unicamente la legittimità della disposta condanna a suo carico al pagamento delle spese del pregresso giudizio di cassazione.

Senonché, nella fattispecie, emerge all’evidenza che l’odierna ricorrente è risultata totalmente soccombente nel giudizio di rinvio, nel quale l’unico oggetto era costituito dalla domanda di collazione, per l’appunto accolta all’esito di detto giudizio (ferma restando, pertanto, la regolazione delle spese già compiuta nei precedenti gradi di merito, le cui statuizioni non risultano essere state attinte da specifici motivi di impugnazione), ragion per cui ella è stata legittimamente condannata al pagamento delle spese del giudizio di cassazione (rimesse, per l’appunto, al giudice di rinvio), in cui erano stati accolti i motivi proprio inerenti alla collazione, e delle spese di quello di rinvio.

9. Anche il quarto ed ultimo motivo non coglie nel segno e va disatteso.

Pur essendo sufficientemente specifico (nella rappresentazione dei parametri e dei valori asseriti come applicabili nella fattispecie), esso è infondato perché la Corte di appello si è attenuta, nella liquidazione delle spese del giudizio di rinvio, ai parametri tariffari previsti dal D.M. Giustizia n. 55 del 2014, avuto riguardo all’effettivo valore della controversia, alla natura della causa (ai sensi dell’art. 4 del citato D.M.) e alle specifiche attività processuali svolte (mettendo anche in risalto il mancato espletamento di una fase istruttoria e l’omesso deposito di memorie conclusionali da parte della difesa di m.m. e C., così differenziando le correlate quantificazioni dei compensi in favore delle parti vittoriose).

La liquidazione delle spese complessive è stata legittimamente effettuata prendendo in considerazione lo scaglione tra Euro 260.000,00 e 520.000,00 (con l’abbattimento del 30%), tenuto conto che nel giudizio di rinvio (per il quale era stato indicato dai riassumenti un valore della causa in Euro 304.709,57, non contestato da alcuna delle parti e, quindi, nemmeno dall’odierna ricorrente) veniva in rilievo la sola questione sulla collazione riguardante il bene (e non il denaro), per cui il valore dello stesso è quello riferito all’acquisto all’attualità e non, quindi, al prezzo di Lire 95.000.000 apparentemente indicato nel rogito, ragion per cui è da considerarsi attendibile la ricostruzione del prezzo attuale dell’immobile ai fini della ricomprensione del valore della causa nella predetta forbice dell’indicato scaglione. E ciò – come detto – appare tanto più giustificabile sulla base della circostanza che l’importo del contributo unificato versato dai riassumenti era stato rapportato proprio a tale scaglione, senza che sul punto sia insorta contestazione nel corso dello stesso giudizio di rinvio (così potendosi desumere da tale elemento e dal comportamento di non contestazione della M.M. la conferma ulteriore del valore presunto del “disputandum”).

Ad ogni modo – come giustamente fatto presente dal P.G. nella sua conclusioni – il ricorrente, con il motivo in esame, pur contestando l’applicazione del suddetto scaglione, invoca quella relativa al valore indeterminabile della causa; ma, ove anche si ipotizzasse un valore indeterminabile a complessità bassa, operando la riduzione del 30% agli importi massimi di tale scaglione, non si perverrebbe a cifre inferiori a quelle liquidate rispettivamente a favore di M.A. e Ma. e m. e C..

10. In definitiva, alla stregua delle argomentazioni complessivamente svolte, il ricorso deve essere integralmente respinto, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento, in modo distinto (tenuto conto delle relative attività processuali effettivamente svolte in questa sede), delle spese del presente giudizio in favore delle parti controricorrenti, così come suddivise in due gruppi, liquidate nei termini di cui in dispositivo.

Infine, va dato atto della sussistenza, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, in favore dei controricorrenti M.A. e Ma.Ma., in solido, che si liquidano in complessivi Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre contributo forfettario, iva e cpa nella misura e sulle voci come per legge, nonché in favore dei controricorrenti m.m. e M.C., in solido, liquidate in complessivi Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre contributo forfettario, iva e cpa nella misura e sulle voci come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 1 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

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