Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3678 del 17/02/2014


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 3678 Anno 2014
Presidente: VITRONE UGO
Relatore: MACIOCE LUIGI

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 6089 del R.G. anno 2009
proposto da:
Consorzio

Cooperative

Costruzioni

CCC

società

cooperativa, dom.ta in Roma via Marianna Dionigi 57 presso
l’Avv. Dorangela Di Stefano con l’avv. Domenico Borghesi che la
rappresenta e difende per procura a margine

ricorrente-

contro
Busi Impianti s.p.a. dom.ta in Roma via Cola Di Rienzo 111
presso l’avv. Domenico D’Amato che la rappresenta e difende,
unitamente all’avv. Paolo Biavati, per procura speciale in calce al
controricorso

contro ricorrente-

avverso la sentenza 1699 del 20.10.2008 della Corte di Appello
di Bologna ; udita la relazione della causa svolta nella p.u. del
17.01.2014 dal Consigliere Dott. Luigi MACIOCE; udito l’avv.
D.Borghesi. Presente il P.M., in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. Federico Sorrentino, che ha concluso per
l’accoglimento del primo motivo (e cessazione della contesa sul
ricorso 6088/09).

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Data pubblicazione: 17/02/2014

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Insorta controversia tra la soc. Busi Impianti ed il Consorzio Cooperative Costruzioni – la prima ed il secondo (quale capogruppo)
partecipanti ad un RTI per l’assunzione di lavori di appalto del Polo Ospedaliero di Ferrara – la soc. Busi promosse giudizio arbitrale
sulla base dell’art. 8 della scrittura 3.5.1996 (richiamante il precedente accordo 18.7.1994 contenente analoga clausola compro-

della disposizione invocata. Il Collegio con lodo 26.4.2005 dichiarò
inopponibile al Consorzio la clausola di cui all’art. 8 della scrittura
del 1996 e di contro affermò validità ed efficacia dell’art. 9 della
scrittura del 1994, sulla base della applicazione del quale dispose
il prosieguo, anche per le spese.
Il detto lodo è stato impugnato dal Consorzio innanzi alla Corte di
Bologna e la società Busi ha eccepito l’inammissibilità, stante il
carattere non definitivo della decisione.
La Corte adìta, con sentenza 20.10.2008, esaminato l’art. 827 c.
3 c.p.c. e rammentata la distinzione tra lodo parziale (impugnabile
immediatamente) e lodo non definitivo (impugnabile solo con il
definitivo proprio perché attingente solo questioni pregiudiziali),
nonché ricordato che anche nel regime riformato dalla legge 25
del 1994 non era ammessa riserva di impugnazione del lodo, ha
dichiarato inammissibile l’impugnazione del lodo parziale ed ha
precisato che tale distinzione era stata espressamente fatta propria dalla riforma del 2006 con l’art. 827 c. 3 c.p.c., che criterio
distintivo era quello per il quale il lodo parziale doveva contenere
provvedimenti immediatamente incidenti nella sfera delle parti,

che non militava per la attrazione nell’ambito appena delineato
della decisione arbitrale 26.4.2005 il fatto che essa, in quanto
afferente la competenza arbitrale (esclusa nei confronti del Consorzio), fosse questione “di merito”, che infatti si stagliava come
qualificante il fatto che la pronunzia de qua non attingesse la sfera
dei diritti.
La stessa Corte aveva già esaminato l’impugnazione (principale ed
incidentale) avverso il lodo definitivo 13/14.6.2006 e la aveva re-

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missoria) nel mentre il Consorzio dedusse la inopponibilità ad esso

spinta con sentenza 26.6.2008 (fatta segno a ricorso per cassazione del Consorzio e incidentale di Impresa Busi iscritti al n.
6088/2009 RG e chiamati alla stessa udienza del 17.1.2014 per la
quale è stato fissato il ricorso in disamina).
Per la cassazione della sentenza 20.10.2008, notificata 1’8.1.2009,
il Consorzio ha proposto ricorso il 6.3.2009 con quattro motivi, ai
quali Busi Impianti ha opposto difese con controricorso

difensore ha discusso oralmente.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Primo motivo: esso lamenta la errata interpretazione dell’art.
827 c. 3 c.p.c. avendo la Corte dell’impugnazione erroneamente
ritenuto essere questione meramente pregiudiziale, assimilabile a
quella di competenza e sfuggente ai diritti delle parti, quella relativa alla esclusione dell’efficacia vincolante dell’accordo arbitrale
del 1996: si trattava infatti di una questione posta in via di domanda e negata in sede di eccezione e suscettibile di assumere
caratteri di giudicato proprio perché attinente ad un autonomo
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bene della vita quale quello della validità od efficacia della convenzione. arbitrale.
Secondo motivo: con esso si chiede conseguentemente pronunzia di merito ex art. 384 c.p.c. e si riportano i motivi, costituiti
da censure avverso la decisione degli arbitri 26.4.2005 e tendenti
alla dichiarazione di inopponibilità per disconoscimento della firma di CCC in calce all’accordo del 1996: le quattro censure intitolate a contraddittorietà e grave carenza della motivazione, contestano la disattenzione mostrata nel lodo per il valore non unitario
delle due convenzioni fonte della disciplina, e denunziano la scorretta e contraddittoria interpretazione del testo delle due convenzioni.
La soc. Busi Impianti nel suo controricorso, valutata la assoluta improponibilità di una decisione di merito (come auspicata nel
secondo motivo), dissente dalla censura posta nel primo motivo e
condivide la tesi, fatta propria nell’impugnata sentenza – per la
quale la impugnabilità del lodo parziale è correlata alla sua inci-

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dell’8.4.2009. Il Consorzio ha depositato memoria finale ed il suo

denza sui diritti delle parti e ribadisce che un lodo sulla competenza arbitrale pur essendo attingente il “merito” è comunque decisione interlocutoria: così, ad avviso della contro ricorrente, la decisione sulla efficacia della scrittura del 1994 non avrebbe deciso
su domande e pertanto non sarebbe potuto essere omologata né
eseguita, esattamente come nel caso opposto in cui il Collegio avesse ritenuto di aderire alla tesi del Consorzio e ritenuto opponi-

Ritiene il Collegio che il primo motivo del ricorso sia certamente fondato e che, cassata la sentenza, meriti condivisione anche la sollecitazione contenuta nel secondo motivo per una pronunzia ex, art. 384 c.p.c. (sebbene la sua adozione, contrariamente a quento ritenuto in ricorso, sia strettamente correlata al solo
rilievo di inammissibilità dei motivi di impugnazione avverso il lodo
non definitivo).
Giova rammentare che alla specie debba essere applicata
ratione temporis la previsione dell’art. 827 c. 3 del codice di rito
susseguente alle modifiche di cui alla legge 25 del 1994 e ribadite
in quelle di cui al d.lgs. 40 del 2006, previsione per la quale il lodo
che decide peuzialmente il merito della controversia è immediatamente impugnabile ed il lodo che “risolve” alcune questioni insorte
senza definire il giudizio arbitrale è impugnabile solo con il lodo
defintivo.
Ebbene, in dissenso dalla affermazione della Corte territoriale ed in condivisione del ricorso, ritiene il Collegio di dare seguito
alla più recente pronunzia di questa Corte (Cass. 5634 del 2012
Vd. anche

2715 del 2007 e

16205 del 2004) sulla questione

qui discussa. Il quesito che nel citato precedente questa Corte si
poneva era quello di valutare la immediata impugnabilità o meno
del lodo parziale che aveva escluso la nullità o l’inesistenza della
clausola e cioè se esso potesse assimilarsi, ai fini di rilievo, alle
sentenze non definitive di cui all’art. 279 c. 2 n. 4 c.p.c.. Ebbene
la risposta data, che merita piena condivisione, può essere interamente trascritta:
La risposta non può che essere positiva dovendosi ritenere che il

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bile l’art. 8 della scrittura del 1996.

lodo parziale in esame, avendo riconosciuto il potere di decidere
degli arbitri in virtù della esistenza di una clausola compromissoria intercorsa tra le parti, ha deciso una questione preliminare di
merito ai sensi dell’art. 279 c.p.c., comma 2, n. 4, in riferimento
alla ipotesi di cui allo stesso art. 279, comma 2, n. 2.In questo
senso la giurisprudenza di questa Corte, nel vigore della normativa arbitrale conseguente alla riforma introdotta dalla L. n. 25 del

cipio secondo cui, “gli arbitri, anche nell’arbitrato rituale, non
svolgono comunque una forma sostitutiva della giurisdizione ne`
sono qualificabili come organi giurisdizionali dello Stato per cui la
questione relativa alla loro potestas iudicandi in ragione della esistenza di una clausola compromissoria attiene al merito e non alla
giurisdizione o alla competenza in quanto i rapporti tra giudici ed
arbitri non si pongono sul piano della ripartizione del potere giurisdizionale tra giudici, ed il valore della clausola compromissoria
consiste proprio nella rinuncia alla giurisdizione ed all’azione giudiziaria; ne deriva che, ancorché formulata nei termini di decisione di accoglimento o rigetto di un’eccezione d’incompetenza, la
decisione con cui il giudice, in presenza di un’eccezione di compromesso, risolvendo la questione così posta, chiude o non chiude
il processo davanti a sè va riguardata come decisione pronunziata
su questione preliminare di merito perché inerente alla validità o
all’interpretazione del compromesso o della clausola compromissoria”
Nel caso che occupa, ancor più chiaramente che in quello deciso dalla sentenza del 2012, non si pone alcun problema di rapporto tra potestas judicandi arbitrale e competenza del giudice
ordinario (che farebbe venire in rilievo la più recente giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte, inaugurata dalla recente ord. 24153 del 2013) ma viene in rilievo la sola questione della applicabilità di una convenzione del 1994 (contenente clausola
compromissoria) al soggetto (il CCC) al quale era stata ritenuta
dal Collegio non opponibile (per disconoscimento della sottoscrizione) la clausola contenuta nella convenzione del 1996, e quindi

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1994, applicabile al caso di specie, aveva ritenuto pacifico il prin-

una questione di determinazione della sfera di applicabilità soggettiva ed oggettiva di atti negoziali. E che tal contesa vedesse su
una questione assolutamente “di merito”,pur se non immediatamente ma sol mediatamente incidente sul bene della vita rivendicato dalla domanda, non pare in alcun modo revocabile in dubbio,
con la conseguenza per la quale la Corte di merito devesi ritenere
abbia erroneamente dichiarato la inammissibilità ex art. 827 c. 3

censure essa avrebbe dovuto esaminare.
Sussistono, poi, come in premessa cennato, cassata la detta
pronunzia, le condizioni di una pronunzia sui motivi di impugnazione (in atti, e riportati per intero nel ricorso del Consorzio) per
rendere adottabile una pronunzia ex art. 384 c.p.c. di dichiarazione di nullità del lodo: cfr. Cass. 20742 del 2011: nessun accertamento va operato né vanno spesi poteri cognitivi diversi da
quelli della Corte di impugnazione che sia stata chiamata, come
nella specie, a conoscere di quattro motivi di impugnazione invocanti contraddittorietà o difetto di motivazione ai sensi degli artt.
829 c. 1 n. 5 ed 823 n. 5 c.p.c.
Ebbene, ad avviso del Collegio, siffatto giudizio deve essere
concluso non con la chiesta declaratoria di nullità ma con la decisione di inammissibilità dei quattro motivi.
L’itinerario argomentativo seguito sulla questione dal Collegio arbitrale si dispiega con chiarezza (come viene percepito del
resto hinc et inde) ma – ovviamente – con approdi contestati o
condivisi dal Consorzio e da Busi Impianti. I punti attraverso i
quali si snoda l’argomentare possono sintetizzarsi nel senso che
l’accordo del 18.7.1994 (sottoscritto da CCC) doveva ritenersi
vincolante ed applicabile anche al RTI costituito ed individuato
nell’atto 21.7.1994, che la sostanziale identità delle imprese sottoscriventi il primo con quelle parte del secondo faceva ritenere
efficace e non risolubile il primo,e quindi efficace anche la clausola
compromissoria di cui all’ad. 9,

che l’accordo del 1996, la sotto-

scrizione in calce al quale era stata disconosciuta dal Consorzio,
era stato ex actis applicato e comunque mai disconosciuto dal

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c.p.c. della impugnazione del lodo parziale 26.4.2005, lodo le cui

Consorzio, sì da consentire di ritenere essersi avverata una fonte
unitaria di regolamentazioni (ove le clausole del primo si integravano con quelle del secondo) con la previsione di clausola compromissoria originaria (il detto art. 9) ed inapplicabilità, per diniego di sottoscrizione, della successiva.
Le ragioni impugnatorie esposti nei motivi, tutti diretti ad evidenziare una contraddizione insanabile tra le sintetizzate propo-

premesse e conseguenze tratte (quali la asserita non riferibilità
del documento convenzione del 1996 e poi la sua applicazione
quanto a premesse e clausola) ma devono poi attaccare – evidenziando la irrilevanza oggettiva dei dati – le valutazioni afferenti la
scelta di recepire nei fatti la convenzione che il Collegio indica come “chiusura” della propria linea logica. E gli argomenti per minare la persuasività (più che la tenuta logica) della scelta di attestare l’applicazione della clausola compromissoria del 1994 sulla esistenza di una disciplina integrata, con eccettuazione della clausola
compromissoria della convenzione del 1996 (essa certamente non
sottoscritta né….recepibile con comportamenti attivi od omissivi),
sono precisati ribadendo gli argomenti dell’arbitro dissenziente
appuntati anche sulla differenza di regime delle due clausole. Ed
ancora, si addita a gravemente contraddittorio l’argomento afferente il riferimento all’accordo del 1996 nell’atto di nomina da parte del Consorzio del proprio arbitro, proponendosi spiegazioni logiche del richiamo, così come si afferma essere illogica la valutazione che il Collegio ha tratto della dichiarazione del procuratore di
CCC in interrogatorio.
Ebbene, in tal guisa giustapposte la decisione arbitrale e le
ragioni impugnatorie del Consorzio, appare evidente che,
quand’anche esse ragioni siano dirette ad evidenziare una ageig

contraddizione logica tra premesse e conseguenze del lodo

impugnato, riesce possibile (anche se con esiti non certi) ricondurre le prospettate contraddizioni e le asserite gravi omissioni al
vizio di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c. (ante novellazione ex lege 134
del 2012) ma certamente è escluso che emerga nel lodo, per la

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sizioni, mirano a portare ad emersione contraddizioni logiche tra

parte riportata e contestata, un quadro di

evidente, grave ed in-

sanabile incomprensibilità dell’argomentazione sviluppata dal collegio arbitrale, quella incomprensibilità che, secondo costante giurisprudenza di questa Corte (da SU 24785 del 2008 a Cass.
20555 del 2009 e 7573 del 2011, 26673 del 2013) è la soglia
che deve attingere la patologia argomentativa del lodo stesso per
poter essere denunziata ex artt. 829 ed 823 c.p.c.: quel che ha

pretazione dei fatti e dei comportamenti, in una con la lettura delle convenzioni, interpretazione discutibile, forse opinabile, ma
nondimeno chiarissima nelle premesse e nelle conseguenze tratte.
Conclusivamente, accolto il ricorso e decidendosi ex art. 384
c.p.c., si dichiara inammissibile l’impugnazione proposta avverso il
lodo “parziale” del 26.4.2005.
La fondatezza della impugnazione in sede di legittimità e la
inammissibilità della impugnazione proposta innanzi alla Corte di
merito sono ragioni per disporre la compensazione delle spese dei
due gradi di giudizio.
P.Q.M.
Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e decidendo ex
art. 384 c.p.c. dichiara inammissibile l’impugnazione proposta avverso il lodo del 26.4.2005; compensa tra le parti le spese del
giudizio di impugnazione e quelle del giudizio di legittimità.
Così deciso nella c.d.c. del 17.01.2014.
Il C s.est.
Il Presidente

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Depositato in Cancelleria

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1 7 FEB 04
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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Si attesta la registrazione presso

inteso affermare il collegio arbitrale è infatti frutto di una inter-

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