Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36762 del 26/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 26/11/2021, (ud. 12/05/2021, dep. 26/11/2021), n.36762

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRUSCHETTA Ernestino – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9975-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENTE RISCOSSIONE RAGUSA SERIT SICILIA SPA;

– intimata –

e contro

ORTOFRUTTICOLA IBLEA SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, Piazza

Cavour presso la cancelleria della Corte di Cassazione,

rappresentata e difesa dall’avvocato CURCIULLO ANGELO;

– ricorrente successivo –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, RISCOSSIONE SICILIA SPA;

– intimate –

avverso la sentenza n. 44/2013 della COMM.TRIB.REG.SICILIA SEZ.DIST.

di CATANIA, depositata il 28/02/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/05/2021 dal Consigliere Dott. SALVATORE SAIJA;

lette le conclusioni scritte del pubblico ministero in persona del

sostituto procuratore generale Dott. BASILE TOMMASO, che ha chiesto

il rigetto di entrambi i ricorsi.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

A seguito di accesso di funzionari dell’Agenzia delle Entrate dapprima presso la sede legale di Ortofrutticola Iblea s.r.l. (risultata inesistente) e poi presso la depositaria delle scritture contabili, in data 22.11.2007 vennero emessi a carico della società due avvisi di accertamento per gli anni 2001 e 2002, con cui si contestava l’inesistenza di un consistente credito IVA indicato nelle dichiarazioni e la conseguente illegittima detrazione, giacché appunto relativa ad operazioni oggettivamente inesistenti. Negli avvisi si precisava anche che, alla richiesta dei funzionari di visionare le fatture relative, la parte aveva opposto l’intervenuta presentazione del condono di cui alla L. n. 289 del 2002, art. 9. La società propose separati ricorsi avverso i due avvisi di accertamento, nonché avverso la cartella di pagamento frattanto emessa per l’iscrizione a ruolo graduale in pendenza di giudizio. La C.T.P. di Ragusa, previa riunione dei ricorsi, con sentenza n. 270/1/09 rigettò quelli concernenti gli avvisi di accertamento, giacché la società non aveva offerto alcuna prova circa l’esistenza del credito IVA vantato, ma accolse quello relativo alla cartella di pagamento, in quanto la società non aveva chiesto a rimborso detto credito, sicché era sufficiente, ai fini della contestazione, la mera declaratoria della sua insussistenza, salva l’applicazione delle sanzioni.

Avverso detta sentenza proposero distinti appelli sia l’Ufficio che la società, ma la C.T.R. della Sicilia, sez. st. di Catania, li rigettò entrambi con sentenza n. 44/18/13 del 28.2.2013, confermando la prima decisione.

Sia l’Agenzia delle Entrate, che Ortofrutticola Iblea s.r.l., hanno proposto distinti ricorsi per cassazione, rispettivamente affidati a due e a quindici motivi; poiché il ricorso della società è stato proposto in epoca successiva a quello dell’Agenzia, esso va considerato come ricorso incidentale. Serit Sicilia s.p.a. (oggi Riscossione Sicilia s.p.a.) è rimasta intimata. Il P.G. ha quindi rassegnato conclusioni scritte, ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8-bis, conv. in L. n. 176 del 2020, chiedendo il rigetto di entrambi i ricorsi.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

RICORSO PRINCIPALE.

1.1 – Con il primo motivo, l’Agenzia denuncia contraddittorietà e insufficienza della motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, laddove da un lato si riconosce la piena legittimità degli avvisi di accertamento, e dall’altro si annulla la cartella di pagamento, omettendo di considerare che il ritenere il credito IVA portato in detrazione inesistente significa che in egual misura il contribuente si è sottratto al pagamento dell’IVA dovuta, in base ai meccanismi di compensazione posti a fondamento del principio di neutralità dell’imposta.

1.2 – Con il secondo motivo, l’Agenzia lamenta la violazione dei principi che regolano l’applicazione dell’IVA ed in particolare del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19,21,26,30 e 60 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. La medesima censura che precede viene proposta sotto il concorrente profilo della violazione di norma di diritto, giacché la C.T.R. non ha neanche tenuto conto del fatto che, ai sensi dell’art. 21 cit., l’esposizione di IVA per fatture inesistenti comporta la debenza dell’imposta da parte del soggetto passivo. Inoltre, la ricorrente evidenzia che la circostanza che la società non avesse chiesto il credito a rimborso è irrilevante, giacché all’indebita detrazione corrisponde un’imposta non versata all’erario, e perché il rimborso non è l’unica modalità di utilizzo dell’eccedenza IVA, ben potendosi appunto portarla in detrazione e quindi sottrarsi al relativo pagamento.

RICORSO INCIDENTALE.

1.3 – Con il primo motivo, la società lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60,artt. 137 e 148 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, evidenziando l’illegittimità della decisione d’appello, nella parte in cui la C.T.R. non ha rilevato l’inesistenza della notifica perché eseguita da soggetto privo di abilitazione, per apposizione della relata in testa all’atto da notificare (e non in calce) e per incompletezza degli atti notificati (privi di una pagina).

1.4 – Con il secondo motivo, si lamenta insufficiente e mancata motivazione sul raddoppio dei termini accertativi D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 57, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto la C.T.R. non ha espresso alcuna valutazione dei fatti che hanno dato luogo al raddoppio stesso, senza tener conto che nessuna azione penale era stata esercitata dalla Procura della Repubblica.

1.5 – Con il terzo motivo, si denuncia errata e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ancora in relazione alla questione del raddoppio dei termini, non sussistendo alcun reato e, dunque, non potendo trovare applicazione detta norma.

1.6 – Con il quarto e il quinto motivo, si lamenta omessa motivazione circa la violazione della L. n. 212 del 2000, artt. 6 e 12 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in quanto la C.T.R. non ha motivato né sulla mancata comunicazione da parte dell’Ufficio della sopravvenienza della ordinanza della Corte costituzionale n. 340/2005, né sulla mancata indicazione dei motivi dell’accesso sia nel p.v.c. che nell’ordine di servizio.

1.7 – Con il sesto motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, nonché della L. n. 241 del 1990, artt. 21 septies ed octies in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per aver la C.T.R. ritenuto sufficiente il mero decorso di più di sessanta giorni dall’accesso (in realtà non essendo stato assegnato alcun termine per la produzione documentale) e per non essersi il p.v.c. concluso con alcuna contestazione.

1.8 – Con il settimo motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 4 del 1929, art. 24 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non aver la C.T.R. rilevato che ogni violazione di norme tributarie deve effettuarsi mediante p.v.c.

1.9 – Con l’ottavo motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 10 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto la già citata ordinanza della Corte costituzionale, che denega la condonabilità dell’IVA, è intervenuta dopo l’accesso al condono da parte di essa contribuente, con conseguente violazione del principio di affidamento.

1.10 – Con il nono motivo, si lamenta “falsa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, comma 9 e art. 54 e preclusione agli accessi L. n. 282 del 2009, ex art. 9, comma 13”, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per aver la C.T.R. erroneamente ritenuto che, in sede di accesso, non siano state esibite le fatture in contestazione.

1.11 – Con il decimo motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 10 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, anche sotto il profilo della non irrogabilità delle sanzioni.

1.12 – Con l’undicesimo e il dodicesimo motivo, si lamenta erronea e falsa applicazione del D.Lgs. n. 300 del 1999, art. 68 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non aver la C.T.R. esaminato l’eccezione circa la carenza del potere di firma da parte del firmatario degli avvisi impugnati, e per essere il giudice d’appello incorso in contraddizione, laddove ha dapprima annullato la cartella, e poi non ha accolto l’eccezione sulla non debenza degli interessi, previsti negli avvisi.

1.13 – Con il tredicesimo motivo, si lamenta “falsa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, difetto di motivazione ed incomprensibilità dell’iscrizione a ruolo”, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non aver la C.T.R. esaminato la relativa eccezione, stante lo scostamento tra gli importi di cui agli avvisi e quello della cartella.

1.14 – Con il quattordicesimo motivo, si lamenta “omessa e falsa applicazione su un punto decisivo della controversia, falsa applicazione degli artt. 137 e 148 c.p.c. ed al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26 inesistenza della notifica della cartella”, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non aver la C.T.R. esaminato l’eccezione di inesistenza della notifica stessa.

1.15 – Con il quindicesimo motivo, infine, si lamenta “omessa e falsa applicazione su un punto decisivo della controversia, omessa motivazione e falsa applicazione degli art. 137 e 148 c.p.c. ed al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26 inesistenza della copia della cartella”, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per non aver la C.T.R. esaminato l’eccezione circa l’inesistenza della copia della cartella.

2.1 – Nell’ordine logico delle questioni, vanno dapprima esaminati i motivi del ricorso incidentale inerenti agli avvisi di accertamento; all’esito del loro rigetto, per le ragioni che si diranno tra breve, si procederà all’esame dei motivi del ricorso principale e, stante la fondatezza del secondo motivo, si tornerà ad esaminare i restanti motivi del ricorso incidentale inerenti alla cartella di pagamento.

3.1 – Ciò posto, è appena il caso di precisare che il giudizio di cassazione è un giudizio impugnatorio a critica vincolata, in cui il ricorrente deve rivolgersi alla Corte individuando uno specifico vizio di legittimità – che, in tesi, affligge la decisione impugnata – scegliendolo dal novero di quelli elencati dall’art. 360 c.p.c., comma 1, e nel rispetto, tra l’altro, dei requisiti di contenuto-forma di cui agli artt. 365 e 366 c.p.c..

Nella specie, la società ricorrente incidentale si induce a proporre cumulativamente plurime censure anche di natura diversa, spesso indicando in rubrica l’inesistente (perché non previsto da alcuna norma processuale) vizio di “omessa e falsa applicazione su un punto decisivo della controversia” (ciò avviene nei motivi quattordicesimo e quindicesimo), se non anche di “falsa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia”, in ogni caso con modalità ridondanti e certamente eccentriche rispetto all’impianto codicistico, spingendosi talvolta ai limiti della stessa comprensibilità della censura.

Vale allora la pena qui ribadire che “In tema di ricorso per cassazione, il principio di specificità di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 richiede per ogni motivo l’indicazione della rubrica, la puntuale esposizione delle ragioni per cui è proposto nonché l’illustrazione degli argomenti posti a sostegno della sentenza impugnata e l’analitica precisazione delle considerazioni che, in relazione al motivo, come espressamente indicato nella rubrica, giustificano la cassazione della pronunzia” (da ultimo, Cass. n. 17224/2020). E ancora, con specifico riferimento al preteso vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, non può che richiamarsi il principio, ancor più di recente affermato da Cass., Sez. Un., n. 23745/2020, secondo cui “In tema di ricorso per cassazione, l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), a pena d’inammissibilità della censura, di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione, di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandare alla Corte il compito di individuare – con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa”. Ed infine (per quanto qui interessa), va ribadito l’ulteriore principio secondo cui “Le espressioni violazione o falsa applicazione di legge, di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, descrivono i due momenti in cui si articola il giudizio di diritto: a) quello concernente la ricerca e l’interpretazione della norma ritenuta regolatrice del caso concreto; b) quello afferente l’applicazione della norma stessa una volta correttamente individuata ed interpretata. Il vizio di violazione di legge investe immediatamente la regola di diritto, risolvendosi nella negazione o affermazione erronea della esistenza o inesistenza di una norma, ovvero nell’attribuzione ad essa di un contenuto che non possiede, avuto riguardo alla fattispecie in essa delineata; il vizio di falsa applicazione di legge consiste, o nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perché la fattispecie astratta da essa prevista – pur rettamente individuata e interpretata – non è idonea a regolarla, o nel trarre dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione. Non rientra nell’ambito applicativo dell’art. 360, comma 1, n. 3, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa che e’, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta perciò al sindacato di legittimità” (Cass. n. 640/2019).

Sulla base di queste premesse, si procederà di seguito allo scrutinio di ciascun mezzo proposto dalla società, emendato ove possibile (cioè, ove esso non dovesse risultare del tutto inammissibile, per effetto delle descritte modalità espositive) da quanto di ridondante verrà riscontrato, nei termini di cui supra. 4.1 – Il primo motivo del ricorso incidentale è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

E’ noto, infatti, che “In tema di ricorso per cassazione, ove sia denunciato il vizio di una relata di notifica, il principio di autosufficienza del ricorso esige la trascrizione integrale di quest’ultima, che, se omessa, determina l’inammissibilità del motivo” (Cass. n. 5185/2017). Nella specie, in relazione all’ampiezza del vizio per come denunciato, non può infatti trovare applicazione il principio mediano affermato da Cass. n. 1150/2019, proprio perché l’esame della relata si rende necessario per l’esatta comprensione delle doglianze.

5.1 – I motivi secondo, quarto, quinto e nono sono inammissibili perché proposti ai sensi del previgente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (in disparte ogni considerazione circa la pur denunciata “falsa e contraddittoria motivazione”).

In proposito, è noto che, a seguito della riforma introdotta dalla L. n. 54 del 2012, il vizio denunciabile ai sensi della citata norma processuale concerne l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti. Il vizio motivazionale, per vero, può ancora denunciarsi, ma ove si assuma che la motivazione sia stata resa in violazione del c.d. “minimo motivazionale” (v. Cass., Sez. Un., n. 8053/2014); tuttavia, il dato semantico utilizzato nella specie dalla società non assurge al superiore piano costituzionale, sicché deve ritenersi che essa abbia inteso dolersi di un vizio (quello relativo alla mera omissione, insufficienza o contraddittorietà della motivazione) oramai non più proponibile.

6.1 – Il terzo motivo è inammissibile per difetto di specificità ed è comunque infondato.

La ricorrente incidentale si dilunga, infatti, in una dissertazione sui presupposti del raddoppio dei termini di decadenza, D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 57 senza tuttavia individuare, con la necessaria analiticità, in cosa la decisione della C.T.R. si discosti dall’esatta interpretazione della norma.

Non senza dire che comunque, come correttamente osservato dal P.G., è ormai ricevuto il principio per cui “In tema di accertamento tributario, il raddoppio dei termini previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57, comma 3, nei testi applicabili “ratione temporis”, presuppone unicamente l’obbligo di denuncia penale, ai sensi dell’art. 331 c.p.p., per uno dei reati previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, e non anche la sua effettiva presentazione, come chiarito dalla Corte Cost. nella sentenza n. 247 del 2011, sicché, ove il contribuente denunci il superamento dei termini di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria, deve contestare la carenza dei presupposti dell’obbligo di denuncia, non potendo mettere in discussione la sussistenza del reato il cui accertamento è precluso al giudice tributario” (Cass. n. 13481/2020). Pertanto, la circostanza che nella specie non fosse stata avviata alcuna azione penale è del tutto irrilevante, tanto più che la stessa C.T.R. ha accertato che l’Agenzia delle Entrate aveva inoltrato alla Procura della Repubblica la denuncia di reato ex art. 331 c.p.p..

7.1 – Il sesto motivo è inammissibile per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 6, ed è comunque infondato.

Infatti, con detto mezzo, ci si lamenta di presunte manchevolezze del processo verbale redatto in sede di accesso in data 22.6.2007, ma si omette di riprodurne il contenuto, né si indica quando esso sia stato prodotto in giudizio, né infine dove esso si trovi, in tal modo non consentendo alla Corte di vagliare la potenziale decisività della questione dalla mera lettura del ricorso. Del pari inammissibile è la censura sulla pretesa violazione della L. n. 241 del 1990, artt. 21 septies ed octies profili minimamente approfonditi col mezzo in esame.

In ogni caso, questo è anche destituito di fondamento nel merito, giacché la C.T.R. ha accertato che gli avvisi sono stati emessi decorsi 60 giorni dall’accesso, id est dalla chiusura delle operazioni presso la sede, il che è decisamente in linea col disposto dell’art. 12, comma 7, St. contr..

8.1 – Parimenti inammissibile è il settimo motivo, anche qui per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 6, in relazione al contenuto del processo verbale di accesso (sul punto, si rinvia al par. precedente per brevità).

9.1 – Stessa sorte segue anche l’ottavo motivo, ma per difetto di specificità, giacché con esso la ricorrente incidentale non muove alcuna analitica censura al decisum della C.T.R., neanche preso in considerazione.

10.1 – Anche il decimo motivo è inammissibile.

Sotto le spoglie di una pretesa violazione di norma di diritto, la società si duole in realtà di un preteso mancato esame dell’eccezione relativa all’irrogazione delle sanzioni, ossia di una nullità processuale, in guisa tale da non consentire il “recupero” del motivo erroneamente proposto, non essendosi doluta esplicitamente della nullità della sentenza (così, Cass., Sez. Un., n. 17931/2013: “Il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 con riguardo all’art. 112 c.p.c., purché il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge”; conf. più di recente, Cass. n. 10862/2018).

Per completezza, peraltro, va soggiunto che la C.T.R. ha senz’altro pronunciato sulla questione, ritenendola infondata.

11.1 – L’undicesimo motivo è inammissibile per novità.

Dall’esposizione dei fatti contenuta nel ricorso incidentale, infatti, non risulta che la questione del difetto del potere di firma degli atti di accertamento sia stata mai sollevata dalla società, né nel primo, né tantomeno nel secondo grado di giudizio.

12.1 – Il dodicesimo motivo coglie, in effetti, un elemento di contraddittorietà della decisione, ma senza adeguatamente censurarlo, donde la sua inammissibilità.

Infatti, è senz’altro vero che la C.T.R. sembra contraddirsi nel momento in cui ritiene fondata la doglianza della società circa la cartella, ritenendo quindi la non debenza tout court dell’imposta, senza però estendere la pronuncia anche agli interessi pretesi con gli avvisi. Tuttavia, la società insiste nel corpo del motivo circa un preteso deficit strutturale dell’atto impositivo (la sua pretesa indeterminatezza), su cui la C.T.R. non ha affatto pronunciato.

13.1 – A questo punto, può passarsi allo scrutinio del ricorso dell’Agenzia delle Entrate. Il primo motivo è inammissibile, perché anch’esso proposto ai sensi del previgente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (si rinvia, per brevità, alle considerazioni di cui al par. 5.1).

14.1 – Il secondo motivo del ricorso principale è invece fondato.

La C.T.R. ha rilevato che, ferma la non sussistenza del credito IVA in discorso (poiché la società non ne aveva chiesto il rimborso), ne era sufficiente l’elisione, con la rettifica delle dichiarazioni, fatte salve le sanzioni.

Tuttavia, la decisione non tiene conto del meccanismo di operatività dell’IVA e della sua neutralità. Infatti, nella specie si tratta di IVA che la società avrebbe assolto sui propri acquisti, a seguito di operazioni inesistenti, ed in ogni caso la stessa C.T.R. ha accertato che, anche nel corso del giudizio, essa società non aveva dato prova del credito stesso.

E’ quindi evidente che la stessa esposizione di un credito IVA insussistente nella dichiarazione presuppone l’esercizio del diritto di detrazione dell’IVA stessa, D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 19 che però è senz’altro da escludere in relazione ad operazioni oggettivamente inesistenti. In altre parole, l’esposizione del credito IVA in dichiarazione comporta certamente un minor corrispondente versamento da parte del soggetto passivo, donde l’attualità del credito vantato dall’erario e, quindi, la correttezza della stessa riscossione preannunciata in corso di causa con l’iscrizione a ruolo graduale e la conseguente cartella di pagamento.

15.1 – A questo punto, possono anche esaminarsi i restanti motivi del ricorso incidentale, ossia dal tredicesimo al quindicesimo.

Anch’essi sono inammissibili, perché proposti ai sensi del previgente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (v. supra), e anche per l’indebita commistione con profili di pretesa violazione di norma di diritto, di evidente incompatibilità logica, il vizio motivazionale attenendo al fatto, il secondo alla norma (v. Cass. n. 26874/2018).

16.1 – In definitiva, il primo motivo del ricorso principale è inammissibile, il secondo è accolto, mentre il ricorso incidentale è inammissibile. La sentenza impugnata è dunque cassata in relazione e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, può procedersi alla decisione di merito, ex art. 384 c.p.c., comma 2, col rigetto del ricorso della società avverso la cartella di pagamento.

Le spese del giudizio di merito possono integralmente compensarsi, mentre quelle del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza della società.

In relazione alla data di proposizione del ricorso incidentale (successiva al 30 gennaio 2013), può darsi atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

la Corte accoglie il secondo motivo del ricorso principale, rigetta il primo e dichiara inammissibile il ricorso incidentale; cassa in relazione e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso della società inerente alla cartella di pagamento. Compensa integralmente le spese del giudizio di merito, condannando la società alla rifusione di quelle del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 10.000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente incidentale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 12 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2021

 

 

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