Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36761 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 25/11/2021, (ud. 09/11/2021, dep. 25/11/2021), n.36761

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

POSTE ITALIANE spa, in persona dell’amministratore unico pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, presso lo studio dell’avvocato

Panzolini Mauro, Viale Europa n. 190, sede della società,

rappresentata e difesa dagli Avvocati Cataldi Rossana e Panzolini

Mauro;

– ricorrente –

contro

COOPERATIVA COOPSEMA-SOCIETA’ COOPERATIVA MENSE E AMBIENTE a r.l., in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in Roma, Via Antonio Pollaiolo n. 5, rappresentata e

difesa dall’avvocato Bocchini Roberto;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5753-2019 della CORTE D’APPELLO di Napoli,

depositata il 27.11.2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 9.11.2021 dal Consigliere Relatore Dott. Amatore

Roberto.

 

Fatto

RILEVATO

– che viene proposto da POSTE ITALIANE s.p.a. ricorso avverso la sentenza n. 5753/2019, depositata il 27.11.2019, con cui è stato respinto l’appello proposto da Poste s.p.a. contro la sentenza n. 6637/2015 del 5.5.2015 del Tribunale di Napoli che aveva condannato l’odierna ricorrente al pagamento della complessiva somma pari ad Euro 90.861,14 in favore della predetta società cooperativa, a titolo risDaarltilgóaz6e’1291/2021 negoziazione e il pagamento di assegni di traenza in favore di soggetto non legittimato, M.G.;

la Corte d’Appello – dopo aver ricordato che si era formato il giudicato interno in ordine all’accertamento dell’insussistenza della responsabilità a carico di Poste per il mancato pagamento di due assegni (negoziati il 3.3.2004 e 28.2.2004), per difetto di appello incidentale sul punto – ha, in primo luogo, evidenziato che, sulla base della giurisprudenza, anche di vertice, espressa da questa Corte, la banca negoziatrice, chiamata a rispondere del danno derivato – per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo – dal pagamento dell’assegno bancario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per avere essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’art. 1176 c.c., comma 2, precisando altresì trattarsi di responsabilità di natura contrattuale e non già oggettiva; ha inoltre rilevato che l’asserito inadempimento contrattuale della società cooperativa in ordine alla mancata informazione della banca negoziatrice degli avvicendamenti societari – con violazione dell’obbligo assunto con il contratto di conto corrente (così ingenerando in Poste un affidamento incolpevole sulla rappresentanza della società creditrice) – era stato compiutamente allegato solo in grado di appello da Poste e dunque in modo inammissibile, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., non risultando, peraltro, neanche dimostrata l’esistenza di siffatto obbligo contrattuale la cui violazione non avrebbe, comunque, determinato l’esenzione di responsabilità della banca ai sensi dell’art. 1176 c.c., considerato che la variazione dei poteri di rappresentanza era stata iscritta nel registro delle imprese in data 14 aprile 2004 e dunque risultava opponibile ai terzi; ha inoltre osservato che, con missiva spedita prima del 1.4.2004, la Slendit aveva segnalato all’appellante la mancata riscossione da parte della società ed il probabile smarrimento di un assegno (che risultò, poi, pagato al M.), così che tale segnalazione avrebbe dovuto allertare Poste che, invece, pagò altri assegni anche successivamente e dopo l’iscrizione della variazione societaria nel registro delle imprese;

– che la COOPERATIVA COOPSEMA-SOCIETA’ COOPERATIVA MENSE E AMBIENTE a r.l ha depositato controricorso con il quale ha resistito alle avverse pretese;

– che sono stati ritenuti sussistenti i presupposti ex art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1. che con il primo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione del R.D. n. 1736 del 1933, art. 43, in relazione agli art. 1218 c.c., art. 1176 c.c., comma 2, e art. 1992 c.c., sul rilievo che non potesse essere rintracciata la responsabilità della banca negoziatrice dei titoli in ragione della pacifica esistenza dei poteri di rappresentanza della società creditrice conferiti al giratario per l’incasso, il quale risultava non solo aver rilasciato la sua firma nello specimen ma anche aver rivestito la rappresentanza della società al momento della negoziazione dei titoli;

2. che con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 1227 c.c., in relazione al R.D. n. 1736 del 1933, art. 43, sul rilievo che la difesa di Poste in ordine alla corresponsabilità della società cooperativa nel pagamento dei titoli non rappresentava un’eccezione di merito non rilevabile d’ufficio quanto piuttosto una mera difesa contrapposta all’avversa domanda;

3. che il primo motivo risulta essere inammissibile per come formulato;

3.1 occorre ricordare che – in ordine alla natura giuridica della responsabilità della banca negoziatrice di un assegno dotato di clausola di non trasferibilità – si è espressa la giurisprudenza di vertice di questa Corte (cfr.

Sez. U, Sentenza n. 12477 del 21/05/2018) che, in seguito ad un annoso dibattito giurisprudenziale dispiegatosi dal 1958, ha fissato il principio secondo cui – ai sensi del R.D. n. 1736 del 1933, art. 43, comma 2, (c.d. legge assegni) – la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo dal pagamento dell’assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità a persona diversa dall’effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’art. 1176 c.c., comma 2; nel percorso che ha portato alla decisione delle S.U. ora ricordata non può, tuttavia, essere dimenticato altro fondamentale arresto giurisprudenziale rappresentato sempre dalla sentenza espressa, nel massimo consesso di questa Corte, nel pronunciamento n. 14712 del 2007, che è intervenuto a comporre un precedente contrasto di giurisprudenza sorto circa la natura (contrattuale, extracontrattuale o ex lege) della responsabilità derivante dal pagamento dell’assegno non trasferibile a persona diversa dal prenditore ed alla conseguente durata – decennale o quinquennale – del termine di prescrizione dell’azione di risarcimento proposta dal danneggiato. Con tale pronuncia le Sezioni Unite – ribadito preliminarmente che l’espressione “colui che paga”, adoperata dall’art. 43, 2 comma, I.a., va intesa in senso ampio, sì da riferirsi non solo alla banca negoziatrice (che è l’unica concretamente in grado di operare controlli sull’autenticità dell’assegno e sull’identità del soggetto che, girandolo per l’incasso, lo immette nel circuito di pagamento) – hanno riconosciuto natura contrattuale alla responsabilità cui si espone il banchiere che abbia negoziato un assegno munito della clausola di non trasferibilità in favore di persona non legittimata. E’ necessario ricordare che la conclusione non trova fondamento nel consueto argomento utilizzato dalla tesi contrattualistica (secondo la quale la banca girataria per l’incasso, oltre ad essere mandataria del girante, sarebbe sostituta della trattaria nell’esplicazione del servizio bancario per quanto attiene all’identificazione del presentatore ed al conseguente pagamento), ma nella c.d. teoria del contatto sociale qualificato, ravvisabile ogni qualvolta l’ordinamento imponga ad un soggetto di tenere un determinato comportamento, idoneo a tutelare l’affidamento riposto da altri soggetti sul corretto espletamento da parte sua di preesistenti, specifici doveri di protezione che egli abbia volontariamente assunto; ed è proprio sulla scorta di queste considerazioni, che le S.U. del 2018 hanno ribadito il principio secondo cui la responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dal R.D. 21 dicembre 1933, n. 1736, art. 43 (legge assegni), l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha – nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno – natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di far sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso; così, una volta ricondotta la responsabilità della banca negoziatrice nell’alveo di quella contrattuale derivante da contatto qualificato, inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni ex art. 1173 c.c. e dal quale derivano i doveri di correttezza e buona fede enucleati dagli artt. 1175 e 1375 c.c. – non risulta più sostenibile la tesi secondo cui detta banca risponde del pagamento dell’assegno non trasferibile effettuato in favore di chi non è legittimato, a prescindere dalla sussistenza dell’elemento della colpa nell’errore sull’identificazione del prenditore, con la conseguenza che, sulla base dei suesposti principi, nell’azione promossa dal danneggiato, la banca negoziatrice che ha pagato l’assegno non trasferibile a persona diversa dall’effettivo prenditore è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza dovuta, che è quella nascente, ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2, dalla sua qualità di operatore professionale, tenuto a rispondere del danno anche in ipotesi di colpa lieve. 3.2 che la sentenza impugnata non si e’, invero, discostata dai principi di diritto affermati nell’ultimo arresto delle S.U. sopra ricordato (e qui riaffermati) e ha correttamente ricondotto il profilo dell’eventuale responsabilità della banca negoziatrice del titolo nell’alveo della responsabilità contrattuale;

3.3 che le doglianze proposte dal ricorrente – oltre che richiedere un irricevibile riesame di merito della questio facti, invece inibito a questo giudice di legittimità – non censurano neanche le ulteriori rationes decidendi poste a sostegno dell’accertamento della responsabilità della banca negoziatrice dei titoli, e cioè, da un lato, la tardività ex art. 345 c.p.c. dell’eccezione sollevata sul profilo della corresponsabilità della società creditrice nella negoziazione degli assegni (sulla base del rilievo che la questione sarebbe stata sollevata solo nel giudizio di appello) e, dall’altro, l’assenza comunque di un obbligo contrattuale in ordine alla comunicazione alla banca delle variazioni societarie nei poteri di rappresentanza della società, oltre che l’intervenuta pubblicazione nel registro delle imprese del nuovo legale rappresentante della società stessa; che, pertanto, la mancata impugnazione delle predette rationes rende superfluo l’esame delle ulteriori doglianze;

3.4 che anche il secondo motivo di censura è inammissibile per come formulato perché volto, di nuovo, ad una rivisitazione della questio facti e perché la dedotta violazione dell’art. 1227 c.c. risulta essere prospettata, nei termini di violazione di legge, solo in questo giudizio di legittimità;

3.5 che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

condanna la ricorrente al pagamento delle spese delle spese di lite che liquida in Euro 7.600 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso per cassazione, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, della Sesta Sezione civile il 9 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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