Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3674 del 12/02/2021

Cassazione civile sez. II, 12/02/2021, (ud. 13/10/2020, dep. 12/02/2021), n.3674

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rosanna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7508-2016 proposto da:

M.L.G., in proprio e in qualità di difensore,

elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE MELLINI 24, presso lo

studio dell’avvocato GIOVANNI GIACOBBE, che lo rappresenta e difende

unitamente al medesimo avvocato M.L.G., giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente-

contro

M.M.V., F.M.M., rappresentato e

difeso dall’avvocato LUCA MIRANDA, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

nonchè contro

UNICREDIT S.P.A., M.A.F.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 29/2016 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 18/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/10/2020 dal Consigliere ROSSANA GIANNACCARI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO ALESSANDRO, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione e rigetto di profili non assorbiti;

udito l’Avvocato M.L.G., difensore di sè medesimo,

che ha chiesto sia rimesso alla Corte D’appello la causa in modo che

venga riunita all’altro giudizio per non aver contrasti di

giudicato;

udito l’Avvocato LUCA MIRANDA, difensore delle resistenti, che ha

chiesto l’inammissibilità del ricorso e l’accoglimento del

controricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione notificato il 17.7.1989, A. e M.M. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Foggia il fratello L.G. chiedendo, per quanto ancora rileva nel giudizio di legittimità, lo scioglimento della comunione ereditaria in relazione all’asse paterno e materno.

Con sentenza non definitiva N. 848/2005, passata in giudicato, il Tribunale di Foggia ammise l’intervento della banca UNICREDIT, creditrice degli attori e dichiarò aperta la successione legittima di M.A. e quella testamentaria di D.E..

Con sentenza non definitiva N. 951/2008 il Tribunale di Foggia accertò la non comoda divisibilità degli immobili compresi nell’asse ereditario di M.A. dispose lo scioglimento della relativa comunione mediante vendita all’incanto.

La Corte d’Appello, con sentenza N. 1155/2011 confermò la sentenza relativamente allo scioglimento della comunione ma rimise la causa al Tribunale a seguito della richiesta di attribuzione di un immobile in (OMISSIS) da parte di M.M. e F.M., intervenuto quale successore universale di A., prevedendo un conguaglio in favore di M.L.G..

Infine, il Tribunale di Foggia, con sentenza definitiva N. 72/2012, assegnò detto immobile a M.M. e F.M., determinando un conguaglio in favore di M.L. pari ad Euro 270.000,00.

Proposto appello da M.L.G., resistito da M.M. e F.M., nella contumacia di M.A. e dell’UNICREDIT, la Corte d’Appello di Bari, con sentenza del 18.1.2016, rigettò l’appello e regolò le spese di lite secondo il principio della soccombenza.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso M.L.G. sulla base di nove motivi; hanno resistito con controricorso M.M. e F.M. mentre M.A. e l’UNICREDIT non hanno svolto attività difensiva.

In prossimità dell’udienza di discussione, originariamente fissata in data 5.7.2018, il ricorrente ha depositato memorie difensive e, in data 12.10.2018, ha depositato sentenza di questa Corte del 7-12.4.2017, che aveva accolto il ricorso dal medesimo proposto avverso la sentenza non definitiva N. 1155/2011 per violazione dell’art. 354 c.p.c., in quanto la richiesta di attribuzione dell’intero immobile da parte di M.M. e F.M.M. non costituiva causa di rimessione al primo giudice.

Con ordinanza interlocutoria depositata il 18.11.2019, il collegio ha disposto la rinnovazione della notifica del ricorso nei confronti di M.A.F. e dell’Unicredit s.p.a. ed ha rinviato la causa a nuovo ruolo.

All’udienza del 23.10.2020, il Procuratore Generale ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

M.M.V. e F.M. hanno eccepito l’improcedibilità del ricorso per cassazione per nullità della notifica a mezzo PEC per mancanza di attestazione di conformità delle copie informatiche agli originali e di conversione degli atti in pdf. I controricorrenti lamentano la violazione del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, artt. 16 decies ed undecies convertito nella L. 17 dicembre 2012, n. 221; osservano che il difensore, quando deposita con modalità telematiche la copia informatica di un atto formato su supporto analogico e notificato con modalità telematiche deve attestare la conformità della copia al predetto atto. Nel caso di specie, invece, detti requisiti non sarebbero stati rispettati in quanto la copia su supporto cartaceo, notificata a mezzo posta a M.A., contumace nel giudizio di appello, sarebbe stata trasformata in copia digitale a mezzo scansione, firmata digitalmente e notificata, a mezzo di posta elettronica certificata, alle altri parti del giudizio, priva dell’attestazione di conformità all’originale; inoltre, con posta elettronica certificata, sarebbero stati notificati ai controricorrenti una pluralità di atti – ricorso, procura alle liti e notifica a mezzo posta ad M.A. – senza conversione in formato pdf ed attestazione di veridicità e conformità agli originali.

La questione dell’improcedibilità del ricorso, sollevata dai controricorrenti e rilevabile d’ufficio è fondata.

Nel giudizio di cassazione non operano le disposizioni sul deposito telematico degli atti processuali sicchè trovano applicazione gli artt. 365 e 370 c.p.c., che impongono la sottoscrizione autografa (e non digitale) del ricorso e del controricorso ed il suo deposito in originale cartaceo presso la cancelleria della Corte (Sez. 6 – 3, 23 marzo 2017, n. 744360).

Il processo di cassazione è, tuttora, un processo essenzialmente analogico (con la sola eccezione delle comunicazioni e notificazioni da parte delle cancellerie delle sezioni civili) e ciò comporta la necessità di estrarre copie analogiche (cioè cartacee) degli atti digitali, secondo l’espressa disciplina di cui al combinato disposto della L. n. 53 del 1994, artt. 3-bis, 6 e 9 e dell’art. 23, comma 1 C.A.D. Dette disposizioni conferiscono al difensore, in qualità di pubblico ufficiale, il potere di attestare la conformità agli originali digitali delle copie del messaggio di posta elettronica certificata inviato all’avvocato di controparte, delle ricevute di accettazione e di avvenuta consegna, nonchè degli atti allegati, comprensivi dalla relazione di notificazione.

E’ stato quindi ritenuto ammissibile il ricorso per cassazione predisposto in formato analogico e privo di sottoscrizione autografa allorchè l’atto e la procura che ad esso accede, entrambi scansionati e firmati digitalmente, siano stati notificati a mezzo PEC e copia cartacea degli stessi, della relata di notifica, del messaggio di posta elettronica certificata e delle ricevute di accettazione e consegna risultino depositati in cancelleria, unitamente all’attestazione di conformità sottoscritta con firma autografa, formalità che valgono a conferire al ricorso depositato in cancelleria prova della sua autenticità e provenienza dal difensore, attestata sia dalla procura che accede al ricorso sia dalla firma digitale apposta al documento notificato per via telematica (Sez. 6 – 3, 18 luglio 2019, n. 19434).

Questa Corte ha inizialmente propugnato una lettura rigorosa dell’art. 369 c.p.c. nelle ipotesi in cui non fossero state rispettate le disposizioni in materia di regolare formazione e deposito degli atti telematici nel giudizio di cassazione. La Sesta sezione civile, con l’ordinanza del 22 dicembre 2017, n. 30918 aveva dichiarato di ufficio l’improcedibilità di un ricorso predisposto in originale telematico, sottoscritto con firma digitale, notificato a mezzo PEC e depositato in cancelleria in copia analogica priva di firma autografa e di attestazione di conformità, L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, a nulla rilevando la mancata contestazione della controparte ovvero il deposito di copia del ricorso ritualmente autenticata oltre il termine perentorio di cui all’art. 369 c.p.c.

L’officiosità del rilievo, senza che fosse necessaria l’eccezione della controparte, era fondata sull’affermazione che il principio di contestazione si applica quando si tratta di attribuire ad un documento efficacia probatoria, da valere tra le parti, mentre non vale quando si è al di fuori dell’ambito probatorio e si devono operare verifiche, come quelle relative alla procedibilità del ricorso, che hanno implicazioni pubblicistiche e non sono nella disponibilità delle parti (Cass. 1 dicembre 2005, n. 26222; 18 settembre 2012, n. 15624; 8 ottobre 2013, n. 22914; 26 maggio 2015, n. 10784).

Detto orientamento è stato rimeditato dalle Sezioni Unte con la sentenza del 24 settembre 2018, n. 22438, con la quale si è ritenuto di accedere ad un’interpretazione maggiormente improntata a salvaguardare il “diritto fondamentale di azione (e, quindi, anche di impugnazione) e difesa in giudizio (art. 24 Cost.), che guarda come obiettivo al principio dell’effettività della tutela giurisdizionale, in una dimensione complessiva di garanzie che rappresentano patrimonio comune di tradizioni giuridiche condivise a livello sovranazionale (art. 47 della Carta di Nizza, art. 19 del Trattato sull’Unione Europea, art. 6 CEDU). Partendo da tali premesse, le Sezioni Unite hanno ritenuto di dover compiere un ulteriore intervento nomofilattico in applicazione del principio di “strumentalità delle forme” degli atti del processo, siccome prescritte dalla legge non per la realizzazione di un valore in sè o per il perseguimento di un fine proprio ed autonomo, ma in quanto strumento più idoneo per la realizzazione di un certo risultato (in tal senso, Sez. 2, 12 maggio 2016, n. 9772).

Le Sezioni Unite hanno pertanto escluso la sanzione dell’improcedibilità del ricorso non solo le volte in cui il controricorrente abbia depositato copia dell’atto ricevuto debitamente autenticata ma anche allorchè il controricorrente, ancorchè tardivamente costituito, non abbia disconosciuto la conformità della copia semplice depositata dal ricorrente, ai sensi dell’art. 23, comma 2 del C.A.D. D’altro canto, il tempestivo deposito della sola copia analogica del ricorso notificato come documento informatico nativo digitale è stata reputata idonea a configurare, là dove se ne presenti l’eventualità, “una fattispecie a formazione progressiva”, che si esaurisce in un lasso temporale reputato proporzionato e ragionevole; con la conseguenza che, ove il destinatario della notifica del ricorso rimanga solo intimato (ovvero, nell’ipotesi di più destinatari, anche solo uno rimanga intimato), il ricorrente potrà depositare l’attestazione di conformità sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio, così come il ricorrente sarà tenuto a fare anche nell’ipotesi di disconoscimento della conformità da parte del controricorrente. Pertanto, nelle suddette ipotesi, il ricorrente, per evitare l’improcedibilità dovrà attivarsi e depositare l’attestazione di conformità entro i predetti termini.

Il principio enunciato ha già trovato applicazione anche con riferimento al controricorso, sul rilievo della mancata contestazione da parte del ricorrente (Sez. 6 – 1, 13 dicembre 2018, n. 32231).

Nessuna sanatoria, invece, è ipotizzabile nel caso dell’intimato che non svolga attività difensiva (Sez. 1, 9 luglio 2019, n. 18425, Sez. 6 – 3, 17 luglio 2019, n. 19119, Sez. 2, 2 settembre 2019, n. 21960, Sez. 2, 22 ottobre 2019, n. 2686963, Sez. 6 – 3, 7 settembre 2020, n. 18596) ovvero si costituisca in maniera irrituale con conseguente declaratoria di improcedibilità del ricorso (Sez. 6 – 3, 6 febbraio 2019, n. 3537.

Dall’esame degli atti processuali, consentito in ragione del vizio dedotto, avente natura di error in procedendo risulta che il ricorso per cassazione e la procura sono stati notificati a M.A.F., contumace nel giudizio d’appello, a mezzo posta. Il ricorrente ha poi notificato via PEC “copia conforme dell’antescritto ricorso in cassazione…., copia conforme della relativa procura alle liti del 26.2.2016 e della relata di notifica tramite posta al sig. M.A.F. del 15.3.2016” alle altre parti e, segnatamente a M.M.V., presso i procuratori costituiti Avv. Stefano Valerio Miranda e Avv. Marco Caputi, a M.M.V., presso il procuratore costituito Lu. Mi., ed all’UNICREDIT s.p.a.

Va evidenziato che il ricorso per cassazione e la procura ad esso allegato, notificato a mezzo PEC, è privo dell’attestazione di conformità all’originale nè è condivisibile il rilievo dei controricorrenti secondo cui si tratterebbe di originale, laddove risulta ex actis che si tratta di copia su supporto cartaceo – notificata all’appellato contumace con notifica a mezzo posta – successivamente trasformata in copia digitale e notificata tramite PEC ai sensi della L. n. 53 del 1994. Orbene, mentre M.M.V. e F.M.M. hanno depositato controricorso, l’UNICREDIT s.p.a. è rimasta intimata.

Secondo quanto affermato dalle Sezioni Unite N. 22438/2018, qualora vi siano più destinatari della notificazione a mezzo p.e.c. del ricorso nativo digitale e non tutti depositino controricorso, il ricorrente è onerato di depositare, nei termini sopra precisati, l’asseverazione di cui alla L. n. 53 del 1994, art. 9 posto che il comportamento concludente ex art. 23, comma 2 c.a.d. impegna solo la parte che lo pone in essere.

In difetto, il ricorso, il ricorso va dichiarato improcedibile.

Nel caso di specie, peraltro, l’UNICREDIT s.p.a. è litisconsorte necessario nel giudizio di divisione in quanto creditore di A. e M.M., nè l’attestazione di conformità è stata prodotta all’udienza pubblica del 18.10.2018. Il ricorso va pertanto dichiarato improcedibile.

Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

dichiara improcedibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di cassazione, il 13 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 febbraio 2021

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