Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36733 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 25/11/2021, (ud. 22/09/2021, dep. 25/11/2021), n.36733

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28272-2017 proposto da:

S.M.A. S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA MAZZINI 27, presso lo

STUDIO TRIFIRO’ PARTNERS, rappresentata e difesa dagli avvocati

TRIFIRO’ SALVATORE, ANNA MARIA CORNA, e PAOLO ZUCCHINALI;

– ricorrente –

contro

P.G., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato CHIARA SABATINI;

– controricorrente –

nonché contro

PORTO ALLEGRO S.R.L.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1927/2017 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 28/09/2017 R.G.N. 433/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/09/2021 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di appello di L’Aquila confermava – respingendo il reclamo della società SMA s.p.a., oggi Margherita Distribuzione s.p.a. – la sentenza di primo grado che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato a P.G.E. il 15 giugno 2015 da Porto Allegro s.r.l., originaria datrice di lavoro, e dichiarato la prosecuzione del rapporto di lavoro alle dipendenze della società reclamante a far data dal 9/6/2015, ai sensi dell’art. 2112 c.c., condannando quest’ultima a risarcire il danno subito dalla lavoratrice nella misura dell’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello dell’effettiva reintegra nel posto di lavoro, oltre accessori e regolarizzazione della posizione assistenziale e previdenziale.

2. La ricorrente aveva dedotto che nel novembre 2014 aveva iniziato a lavorare presso il supermercato (OMISSIS), all’interno del Centro Commerciale Porto Allegro di (OMISSIS), ed era stata assunta dalla Porto Allegro s.r.l.; che il 9 giugno 2015 Porto Allegro s.r.l. aveva stipulato con SMA s.p.a. un contratto di affitto di azienda con opzione di acquisto avente decorrenza 10 giugno 2015, relativamente all’attività di vendita nel supermercato in cui lavorava la dipendente; che era stata assente per malattia dal (OMISSIS); che il (OMISSIS) si era presentata al lavoro e aveva trovato il negozio chiuso per ristrutturazione; che, con lettera 15 giugno 2015, Porto Allegro s.r.l. aveva comunicato il licenziamento con decorrenza (OMISSIS), motivato in ragione del mancato rientro dalla malattia senza comunicazione, oltre che dal protrarsi dell’assenza per oltre tre giorni; che il (OMISSIS) la lavoratrice si era recata nuovamente presso il supermercato, nel frattempo riaperto dalla società cessionaria, dove le era stato impedito di riprendere a lavorare perché non annoverata tra i dipendenti del nuovo gestore, sicché il (OMISSIS) aveva scritto alla SMA s.p.a. per offrire nuovamente la prestazione lavorativa; che con lettera 4 agosto, inviata ad entrambe le società, la dipendente aveva impugnato il licenziamento.

3. La Corte territoriale respingeva il motivo d’appello concernente la presunta violazione dell’art. 112 c.p.c., formulato sul rilievo che la ricorrente non aveva mai addotto un licenziamento orale da parte di SMA s.p.a., avendo ella svolto tutte le contestazioni relative al licenziamento esclusivamente nei confronti di Porto Allegro s.r.l. Rilevava che il giudice, come era in suo potere, aveva qualificato sotto il profilo giuridico il fatto indicato dalla parte, osservando come il rifiuto del datore di lavoro di ricevere la prestazione del lavoratore equivaleva a licenziamento orale, tanto più che le domande erano state svolte nei confronti di entrambe le società, con richiesta di reintegra nel posto di lavoro nei confronti di SMA s.p.a. e di risarcimento dei danni nei confronti delle società in solido. La Corte escludeva la fondatezza del motivo di reclamo attinente all’inapplicabilità nel processo del c.d. rito Fornero; respingeva la censura attinente alla violazione della L. n. 183 del 2010, art. 32 applicabile anche alla cessione di azienda, poiché la ricorrente non aveva contestato la cessione ma aveva chiesto la prosecuzione del rapporto con la cessionaria.

4.Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione SMA s.p.a. sulla base di sette motivi, illustrati con memoria.

6.Ha resistito P.G.E. con controricorso.

7. Porto Allegro s.r.l. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione dell’art. 112 c.p.c. per avere la sentenza attribuito ai fatti una qualificazione erronea nell’interpretare le domande: la lavoratrice non aveva addotto un licenziamento orale, ma aveva allegato la circostanza che “le veniva impedito di tornare a lavorare in quanto non annoverata tra i dipendenti del nuovo gestore” al solo fine di dimostrare la messa in mora di SMA s.p.a. per il pagamento delle retribuzioni perdute e costituiva inammissibile domanda nuova la prospettazione nel corso del giudizio di primo grado e a maggior ragione in sede di impugnazione, di un profilo di illegittimità del licenziamento non tempestivamente dedotto.

2.Con il secondo motivo la ricorrente deduce ancora violazione e falsa applicazione degli art. 115 e 116 c.p.c., e dell’art. 2697 c.c. per avere la sentenza gravata basato il preteso licenziamento orale su elementi di fatto in alcun modo risultanti dagli atti di giudizio.

3. Deduce con il terzo motivo violazione e falsa applicazione della L. n. 92 del 2012, art. 1, commi 47 e ss. per erronea applicazione del rito Fornero, osservando che la lavoratrice aveva chiesto in primo luogo e come domanda principale l’accertamento della prosecuzione del rapporto di lavoro con SMA s.p.a. ex art. 2112 c.c. e che tale domanda era necessariamente autonoma, avendo diversa causa petendi, rispetto a quella di licenziamento, evidenziando la distinzione cronologica e logica tra le due azioni.

4. Con il quarto motivo lamenta violazione e falsa applicazione degli art. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2103 c.c., osservando che dalle prove in atti risultava che, prima della cessione di ramo di azienda, era stata comunicata alla lavoratrice l’assegnazione ad altra struttura organizzativa rispetto al supermercato (OMISSIS), sicché ella non poteva considerarsi addetta al ramo di azienda al momento della cessione.

5. Con il quinto motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2112 c.c., nonché della L. n. 300 del 1970, art. 18, osservando che era dato pacifico che l’affitto del ramo di azienda fosse antecedente rispetto al licenziamento, il quale era tamquam non esset per SMA s.p.a., sicché la Corte territoriale avrebbe dovuto ritenere applicabile il solo art. 2112 c.c. e non l’art. 18 S.L., mentre, invertendone l’ordine di applicazione, li ha di fatto violati entrambi: violato l’art. 18 S.L., applicandolo a un’ipotesi di cessione di ramo d’azienda, violato l’art. 2112 c.c. non applicandolo direttamente e in via principale alla fattispecie.

6. Con il sesto motivo deduce violazione degli art. 115 e 116 c.p.c. e della L. n. 183 del 2010, art. 32: sulla premessa che la L. n. 183 del 2010, art. 32 postula la necessità di impugnare autonomamente il trasferimento di azienda rispetto al licenziamento, assume che l’impugnativa del trasferimento sarebbe stata proposta con lettera 22/6/2015 ed imputa alla sentenza di avere negato il carattere impugnatorio di detta missiva, erroneamente ritenendo che la lettera del 3/6/2015 fosse al tempo stesso impugnativa di trasferimento e del licenziamento.

7. Con il settimo motivo la ricorrente rileva, sul presupposto che la L. n. 183 del 2010, art. 32 postula la necessità di impugnare autonomamente il trasferimento di azienda, che la Corte avrebbe omesso di pronunciare la decadenza per mancata osservanza del termine di 180 giorni (ricorso del 29/1/2016), essendo erroneamente qualificate le lettere di 12/6/2015 e del 22/6/2015 come missive con cui il lavoratore avrebbe posto la prestazione lavorativa a disposizione di entrambe le società con la prima e della cessionaria con la seconda.

8. Il primo motivo è inammissibile poiché la ricorrente non allega e trascrive, né documenta adeguatamente i termini in cui la domanda è stata formulata, così da poter cogliere la dedotta estraneità della decisione rispetto alla pretesa fatta valere. Si deve, inoltre, rilevare, a fondamento del giudizio di inammissibilità della censura, che l’interpretazione della domanda e l’individuazione del suo contenuto integrano un tipico accertamento di fatto riservato al giudice del merito (ex multis Cass. 30684 del 21/12/2017, Cass. n. 7322 del 14/03/2019), da compiersi mediante indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, sulla scorta non già del tenore meramente letterale degli atti, ma del reale contenuto della pretesa fatta valere in giudizio.

9. Allo stesso modo si rivela inammissibile il secondo motivo, sia per le ragioni già evidenziate con riferimento alla censura che precede, sia perché con esso si propone un non consentito apprezzamento delle prove raccolte nel giudizio di merito.

10. In ordine al terzo motivo si osserva, oltre al contrasto con la qualificazione operata dal Giudice del merito di cui sub 1, che la ricorrente neppure evidenzia che il rito applicato le abbia in qualche modo arrecato pregiudizio sotto il profilo dell’esplicazione del diritto di difesa (ex multis Cass. n. 23682 del 10/10/2017), sicché ogni eventuale errore attinente al rito adottato resta priva di rilevanza.

11. Il quarto motivo è inammissibile. Esso poggia su una premessa errata, poiché la Corte, sulla scorta del compiuto accertamento in fatto, ha acclarato che la società cessionaria non gestiva all’interno del centro commerciale altri punti vendita di generi alimentari o casalinghi oltre quello cui era addetto la lavoratrice, così escludendo che il presunto cambio di mansioni comunicato dalla cedente potesse qualificarsi come trasferimento della medesima a diversa unità produttiva. Ne discende che la censura, pur formulata sub specie violazione di legge, tende in realtà a una inammissibile rivalutazione dei fatti e delle prove non consentita in sede di legittimità (Cass. n. 8758 del 04/04/2017, SU 34476 del 27/12/2019).

12. In ordine al quinto motivo, risulta del tutto coerente la sequenza logica della sentenza impugnata: l’avvenuta cessione di azienda è tenuta in considerazione ai fini della valutazione circa l’illegittimità del licenziamento intimato da Porto Allegro s.r.l., soggetto che al momento della intimazione non rivestiva più la qualità di datore di lavoro, mentre la stessa cessione costituisce presupposto per la ritenuta prosecuzione del rapporto nei confronti della cessionaria e, va tenuta in considerazione, quindi, per l’intervenuto licenziamento orale.

13. Possono essere trattate congiuntamente le censure di cui ai motivi sub 6 e sub 7, stante l’intima connessione. Al riguardo si osserva che sul punto relativo alla ritenuta confluenza in un’unica missiva di due manifestazioni di volontà si palesa l’evidente illogicità della censura, ben potendo un unico atto contenere due manifestazioni di volontà differenti. Quanto all’interpretazione del contenuto delle missive, poi, va rilevato che la stessa è rimessa, come questione di fatto, al sindacato del Giudice del merito. In ogni caso occorre osservare che i due motivi di ricorso sono infondati sulla base del rilievo che l’impugnativa stragiudiziale deve ritenersi necessaria solo con riferimento al licenziamento e correttamente è stata effettuata nei confronti della datrice di lavoro originaria, mentre non era necessaria in relazione ad una azione di richiesta di applicazione (e non di impugnazione) dell’operatività dell’art. 2112 c.c. La lavoratrice, infatti, non si è opposta al trasferimento, anzi ha fatto istanza per il riconoscimento dell’operatività del medesimo, rispetto alla quale era funzionale la messa a disposizione della propria prestazione nei confronti del novo datore di lavoro (cfr. Cass. n. 28750 del 07/11/2019).

14. Il ricorso, conclusivamente, deve essere rigettato, con liquidazione delle spese secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 5.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 22 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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