Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36720 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. III, 25/11/2021, (ud. 25/06/2021, dep. 25/11/2021), n.36720

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 16166 del ruolo generale dell’anno

2019, proposto da:

C.G., (C.F.: (OMISSIS));

A.R., (C.F.: (OMISSIS));

C.E., (C.F.: (OMISSIS));

rappresentati e difesi, in virtù di procure allegate in calce al

ricorso, dall’avvocato Gianfranco Nasuti, (C.F.: NST GFR 53B16

A166L);

-ricorrenti-

e da:

P.A., (C.F.: (OMISSIS)), titolare dell’Azienda Agricola

Il Verde di P.A., rappresentata e difesa, giusta

procura allegata in calce al ricorso, dall’avvocato Abbondio Causa,

(C.F.: CSA BND 61L30 A859N A166L);

nei confronti di:

GENERALI ITALIA S.p.A., (C.F.: (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimata –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Genova n.

679/2018, pubblicata in data 19 aprile 2018;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 25 giugno

2021 dal consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.E. e A.R., quali genitori legali rappresentanti del minore C.G. (che ha raggiunto la maggiore età nel corso del giudizio, proponendo in proprio il ricorso per cassazione), hanno agito in giudizio nei confronti di P.A., titolare dell’Azienda Agricola Il Verde, per ottenere il risarcimento dei danni subiti dal piccolo G. (all’epoca dei fatti dell’età di soli quindici mesi) scivolando in un locale della predetta azienda.

La convenuta P. ha chiamato in causa la propria compagnia di assicurazione della responsabilità civile, Generali Assicurazioni S.p.A., per essere garantita.

Il Tribunale di Savona ha accolto la domanda di parte attrice, condannando la P. a pagare l’importo di Euro 18.244,38, oltre accessori, nonché quella di garanzia svolta da quest’ultima, condannando Generali Assicurazioni S.p.A. a tenerla indenne di quanto versato in virtù della sentenza.

La Corte di Appello di Genova, in accoglimento dell’appello di Generali Assicurazioni S.p.A. ed in riforma della decisione di primo grado, ha invece rigettato la domanda risarcitoria dell’attore C., condannando quest’ultimo e la P. a restituire quanto percepito in virtù della decisione di primo grado.

Ricorrono, con due distinti ricorsi successivi, C.G. (unitamente ai genitori C.E. e A.R.), nonché P.A., rispettivamente sulla base di sei e di tre motivi.

Non ha svolto attività difensiva in questa sede la società intimata.

E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Questioni preliminari.

1.1 I due ricorsi proposti successivamente, dapprima da C.G., C.E. e A.R.C. e poi da P.A., avverso la medesima sentenza, vanno riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

1.2 L’attore C.G., minore rappresentato dai genitori esercenti la relativa potestà nei gradi di merito, è peraltro divenuto maggiorenne nel corso del giudizio ed ha proposto personalmente il presente ricorso per cassazione.

Ne consegue l’inammissibilità del medesimo ricorso proposto dai genitori che lo avevano rappresentato nei precedenti gradi del giudizio, avendo questi perduto la rappresentanza del figlio minore e quindi la stessa legittimazione ad impugnare la sentenza di secondo grado.

Vanno esaminati nel merito, dunque, esclusivamente i ricorsi proposti da C.G. e da P.A..

2. Ricorso proposto da C.G..

2.1 Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per error in procedendo in relazione all’art. 112 c.p.c., per violazione del principio tra il chiesto e il pronunciato con riferimento al “fatto storico”, all’effettiva verificazione del sinistro” e alla “sussistenza del nesso di causalità” non eccepiti né contestati dalla controparte nei termini indicati dalla sentenza impugnata”.

Il motivo è inammissibile.

Il ricorrente deduce, con specifico riferimento al gravame proposto dalla compagnia di assicurazione, che i fatti storici posti a base della domanda non sarebbero stati adeguatamente contestati ma, ciò nonostante, la corte di appello avrebbe ugualmente ritenuto insufficiente la prova della dinamica dei fatti e del nesso di causa rilevante ai fini della responsabilità della convenuta.

Nella sentenza impugnata si afferma in realtà chiaramente che Generali Assicurazioni S.p.A., in sede di appello, oltre alla qualificazione della domanda proposta, aveva specificamente contestato la sussistenza del nesso di causa tra la cosa in custodia (il pavimento bagnato di un locale dell’azienda della Ferale, secondo la prospettazione di parte attrice) e l’evento dannoso di cui era stata vittima il C., nonché gli stessi fatti posti a base della pretesa da questi avanzata in giudizio, evidenziando il contrasto tra i vari elementi di prova, in relazione alla ricostruzione della dinamica del sinistro prospettata dagli attori stessi.

La censura avanzata in proposito dal ricorrente difetta di specificità, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6: non viene adeguatamente richiamato, nel ricorso, il contenuto degli atti difensivi delle parti nonché quello della sentenza di primo grado; soprattutto, non è richiamato il contenuto della comparsa di costituzione nel giudizio di appello della compagnia di assicurazioni, né mediante riproduzione diretta né mediante riproduzione indiretta, al fine di evidenziare quanto sostenuto nel ricorso, e cioè che le censure di cui all’appello incidentale delle Generali Assicurazioni S.p.A. non riguardavano la questione delle modalità di verificazione del fatto dedotto.

Questa Corte non è quindi posta in grado di verificare se gli assunti del ricorrente in ordine al difetto di specificità delle contestazioni operate dalla compagnia in sede di gravame contrariamente a quanto espressamente affermato dalla corte di appello – possano avere fondamento.

2.2 Con il secondo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per error in procedendo per travisamento della prova e falsa percezione della realtà in relazione a una prova decisiva e in particolare sulla circostanza che il piccolo G. sia caduto da letto/culla”.

Con il terzo motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per error in procedendo per travisamento della prova e falsa percezione della realtà in relazione a una prova decisiva e in particolare sulla circostanza che la diagnosi di accettazione, “coma in trauma cranio encefalico”, sia compatibile più con una caduta dal lettino”.

Il secondo ed il terzo motivo sono connessi e possono quindi essere esaminati congiuntamente.

Essi sono inammissibili.

Secondo il ricorrente, le indicazioni emergenti dalla cartella clinica acquisita agli atti, in relazione ad una propria caduta dal letto/culla quale causa dell’evento lesivo (che la corte di appello ha richiamato nell’affermare il contrasto tra le risultanze istruttorie in ordine alla dinamica del sinistro), avrebbero dovuto ritenersi erronee.

Viene inoltre contestata l’affermazione della stessa corte di appello secondo cui le lesioni accertate apparirebbero compatibili “quasi più con una caduta dal lettino piuttosto che con una semplice scivolata sul pavimento per qualche schizzo d’acqua”.

Si tratta di censure relative alla valutazione delle prove, non consentite in sede di legittimità.

La corte territoriale ha ritenuto, sulla base della considerazione di tutti i fatti storici allegati, valutando gli elementi di prova acquisiti, che non fosse stata fornita adeguata prova dello svolgimento della dinamica del sinistro secondo le modalità prospettate da parte attrice.

La motivazione, in proposito, risulta certamente adeguata, in quanto non apparente né insanabilmente contraddittoria sul piano logico e, come tale, non censurabile nella presente sede.

Di certo non sussiste il dedotto travisamento delle prove: la corte ha in realtà correttamente operato una prudente valutazione delle stesse.

E’ del resto appena il caso di osservare che anche la compatibilità delle lesioni subite dall’attore con la caduta da un lettino è stata affermata dalla corte territoriale al solo scopo di corroborare ulteriormente la valutazione di incertezza emergente dalle acquisizioni istruttorie sulla effettiva dinamica del sinistro.

2.3 Con il quarto motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione agli artt. 2051 e 2697 c.c. in quanto la Corte d’Appello di Genova ha ritenuto non sussistere il nesso causale tra cosa e danno e comunque ha ritenuto sussistere il caso fortuito”.

Con il quinto motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per error in procedendo violazione dell’art. 115 c.p.c., comma 1 e art. 116 c.p.c., comma 1 e nullità della sentenza poiché la corte di appello non ha tenuto conto del principio della libera disponibilità della prova e ha valutato e apprezzato le prove secondo un regime di onere della prova diverso da quello legale, ex art. 2051 c.c.”.

Con il sesto motivo si denunzia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per violazione di legge in relazione agli art. 2697 c.c., art. 115 c.p.c., comma 1 e art. 116 c.p.c., comma 1, la corte di appello non ha tenuto conto del principio della libera disponibilità della prova (e controparte nulla ha provato e, anzi, nulla ha contestato) e ha valutato e apprezzato le prove secondo un regime di onere della prova a carico del danneggiato, mentre l’onere della prova liberatoria è a carico del custode, ex art. 2051 c.c.”.

Il quarto, il quinto ed il sesto motivo sono connessi e possono quindi essere esaminati congiuntamente.

Anche tali motivi sono inammissibili.

Con essi, il ricorrente formula una censura sostanzialmente unitaria, sviluppata secondo diversi concorrenti profili.

Sostiene, in particolare, che la corte di appello non avrebbe correttamente applicato i principi di diritto sulla distribuzione degli oneri probatori in caso di responsabilità da cose in custodia di cui all’art. 2051 c.c., avendo essa escluso la sussistenza della prova del nesso di causa tra cosa e danno e/o ritenuto sussistente il caso fortuito.

Tali argomentazioni, peraltro, per un verso non colgono il senso della decisione impugnata, per altro verso esprimono censure inammissibili, prima ancora che infondate.

La corte territoriale, in diritto, ha individuato ed applicato correttamente i principi in tema di distribuzione degli oneri probatori validi in ipotesi di responsabilità per cose in custodia di cui all’art. 2051 c.c., affermando che è onere del danneggiato provare la dinamica del sinistro e, in particolare, il nesso di causa tra la cosa in custodia e l’evento lesivo che assume di aver subito.

In fatto, ha poi ritenuto non adeguatamente provata la stessa dinamica del sinistro e, di conseguenza, la sussistenza del nesso di causa tra la cosa in custodia (il pavimento bagnato del locale nella disponibilità della P.) e l’evento lesivo dedotto da parte attrice, in considerazione del contrasto tra le varie fonti di prova (deposizioni testimoniali, dichiarazioni delle parti e documentazione clinica acquisita agli atti) in relazione all’effettivo svolgimento di tale dinamica.

Questa è l’effettiva (ed esclusiva) ratio decidendi alla base della pronunzia impugnata.

Diversamente da quanto pare (almeno implicitamente) prospettare il ricorrente, non risulta dunque in alcun modo affermata dalla corte territoriale la sussistenza del caso fortuito quale ragione di esclusione del nesso di causa tra cosa ed evento lesivo o di esenzione della responsabilità della convenuta, né ha valutato, ai fini della decisione, questioni relative ad un eventuale carattere insidioso e/o pericoloso della cosa in custodia (questioni che non possono assumere, quindi, alcun rilievo ai fini della presente controversia): come più sopra chiarito, è stata in realtà semplicemente ritenuta in radice mancante la prova che il sinistro sia avvenuto secondo la dinamica indicata da parte attrice e che, quindi, l’evento lesivo dedotto in giudizio sia stato effettivamente causato dalla cosa nella custodia della parte convenuta.

Le censure formulate con i motivi di ricorso in esame, sotto i profili indicati, non possono pertanto considerarsi pertinenti, rispetto alla motivazione della decisione impugnata.

3. Ricorso proposto da P.A..

3.1 Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per error in procedendo in relazione agli artt. 106,331 c.p.c. e alle norme che regolano il principio della soccombenza”.

Con il secondo motivo si denunzia “Nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione di legge in relazione all’art. 1917 c.c. e artt. 91,106 e 331 c.p.c.”.

I primi due motivi del ricorso della P. sono inammissibili per difetto di specificità, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, mancando in essi un adeguato richiamo al contenuto degli atti difensivi delle parti, tale da consentire di valutare l’effettivo oggetto delle contestazioni della compagnia di assicurazione in ordine al rapporto di garanzia e, soprattutto, le richieste da questa formulate in relazione allo stesso (con particolare riguardo alla sussistenza o meno di una richiesta di accertamento dell’insussistenza del rapporto di garanzia anche a prescindere dalla sussistenza della effettiva responsabilità dell’assicurata).

3.2 Con il terzo motivo si denunzia “Nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per error in procedendo in relazione alla inesistenza e/o, comunque, incoerenza della motivazione, non sussistendo nella sentenza nessun elemento a cui far risalire la soccombenza della sig.ra P. e ciò in violazione del disposto di cui all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4”.

Il motivo è fondato.

Con la sentenza di primo grado era stata accolta (non solo la domanda principale proposta dagli attori contro la P., ma altresì) la domanda di garanzia proposta dalla P. nei confronti della sua compagnia di assicurazione della responsabilità civile, Generali Assicurazioni S.p.A..

Proposto appello principale dagli attori, in relazione alla liquidazione del danno, la compagnia chiamata in causa aveva proposto appello incidentale, contestando in primo luogo la stessa sussistenza della responsabilità della P. e, comunque, l’operatività della garanzia assicurativa.

La P. aveva invece proposto appello incidentale (sostanzialmente condizionato) per ottenere la condanna della compagnia al pagamento delle ulteriori somme che fosse stata eventualmente condannata a pagare agli attori.

La corte di appello ha esaminato e accolto, ritenendolo assorbente, il motivo di appello incidentale della compagnia di assicurazione volto ad ottenere il rigetto della domanda principale degli attori contro la P.; ha quindi ritenuto assorbiti sia il motivo di appello incidentale della stessa compagnia volta a negare l’operatività della garanzia, sia quello della P..

Ha poi però erroneamente statuito, nello stesso dispositivo, il rigetto della domanda di garanzia della P., anziché il suo assorbimento, condannando quest’ultima a pagare le spese del doppio grado di giudizio alla compagnia (oltre che a restituirle quanto percepito in virtù della sentenza di primo grado).

Essendo la domanda di garanzia rimasta di fatto non esaminata, in quanto ritenuta assorbita, devono ritenersi fondate le censure della P., la quale lamenta di essere stata condannata a pagare le spese di lite alla compagnia appellante in mancanza del presupposto della propria soccombenza, insussistente sia nei rapporti con gli attori, sia nei rapporti con la stessa compagnia chiamata in causa.

In realtà, le spese sopportate dalla compagnia avrebbero potuto essere poste a carico degli attori, non risultando arbitraria la chiamata in garanzia della compagnia assicurativa da parte della P., ovvero avrebbero potuto anche eventualmente essere compensate, in caso di sussistenza di motivi sufficienti a tal fine; in nessun caso avrebbero invece potuto essere poste a carico della P., che risulta integralmente vittoriosa nei confronti degli attori e la cui domanda di garanzia, accolta in primo grado, non è stata poi esaminata in appello, in quanto ritenuta assorbita dal rigetto della domanda principale.

La sentenza va certamente cassata sul punto, e cioè limitatamente al capo relativo alle spese di lite, nei soli rapporti tra la P. e Generali Assicurazioni S.p.A., affinché, in sede di rinvio si provveda nuovamente alla suddetta valutazione.

4. Il ricorso di C.G., C.E. e A.R. è dichiarato inammissibile.

I primi due motivi del ricorso di P.A. sono dichiarati inammissibili, è accolto il terzo motivo e la sentenza impugnata è cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte di Appello di Genova, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Le spese del giudizio di legittimità possono invece essere integralmente compensate tra le parti ricorrenti nella presente sede, risultando ormai definito ogni rapporto tra le stesse, con la presente decisione, e sussistendo motivi sufficienti, anche tenuto conto dei rapporti tra la P. e gli attori, come già del resto ritenuto in proposito dal giudice di secondo grado.

Nulla è a dirsi, in relazione alle spese del giudizio di legittimità, nei rapporti tra gli originari attori e Generali Assicurazioni S.p.A., non avendo quest’ultima svolto attività difensiva nella presente sede.

Per quanto riguarda i rapporti tra la P. e Generali Assicurazioni S.p.A., la complessiva liquidazione delle spese processuali è rimessa al giudizio di rinvio.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, in relazione al ricorso proposto dai C. e dalla A..

P.Q.M.

La Corte, pronunciando sui ricorsi riuniti:

dichiara inammissibile il ricorso proposto da C.G., C.E. e A.R.;

– dichiara inammissibili i primi due motivi del ricorso proposto da P.A., accoglie il terzo motivo e cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, con rinvio alla Corte di Appello di Genova, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità;

– dichiara integralmente compensate le spese del giudizio di legittimità nei rapporti tra le parti ricorrenti nella presente sede.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte dei ricorrenti C.G., C.E. e A.R., dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 25 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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