Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36719 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. III, 25/11/2021, (ud. 25/06/2021, dep. 25/11/2021), n.36719

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 34607 del ruolo generale dell’anno

2018, proposto da:

R.L., (C.F.: (OMISSIS)) rappresentato e difeso, giusta

procura allegata in calce al ricorso, dall’avvocato Camillo Naborre,

(C.F.: NBR CLL 62L21 G942B);

– ricorrente –

nei confronti di:

COMUNE DI FORIO, (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Sindaco, legale

rappresentante pro tempore rappresentato e difeso, giusta procura

allegata in calce al controricorso, dall’avvocato Alessandro

Barbieri, (C.F.: BRB LSN 77528 E396P);

ASL NA (OMISSIS) NORD, (C.F.: (OMISSIS)), in persona del Direttore

Generale, legale rappresentante pro tempore rappresentato e difeso,

giusta procura allegata in calce al controricorso, dall’avvocato

Gaetano Scuotto, (C.F.: SCT GTN 76S08 F839H);

– controricorrenti-

nonché

FIDO E FELIX S.r.l., (C.F.: (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore;

– intimata –

per la cassazione della sentenza del Tribunale di Napoli n.

3914/2018, pubblicata in data 23 aprile 2018 (e che si dichiara

notificata in data 8 ottobre 2018);

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 25 giugno

2021 dal consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

R.L. ha agito in giudizio nei confronti del Comune di Forio e della ASL Napoli Nord per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa dell’aggressione da parte di un cane randagio, che lo aveva morsicato provocandogli lesioni.

Il comune convenuto ha chiamato in giudizio la società Fido e Felix S.r.l., società cui assume di avere affidato, a titolo convenzionale, la prevenzione del randagismo nel territorio comunale.

La domanda di parte attrice è stata accolta dal Giudice di Pace di Napoli (ex Pozzuoli) nei soli confronti del Comune di Forio. Il Tribunale di Napoli, in riforma della decisione di primo grado, la ha invece rigettata.

Ricorre il R., sulla base di sei motivi.

Resistono con controricorso il Comune di Forio e la ASL Napoli (OMISSIS) Nord.

Non ha svolto attività difensiva in questa sede l’altra intimata. E’ stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

Parte ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. E’ pregiudiziale – in quanto attinente alla procedibilità del ricorso – il rilievo del mancato deposito, da parte del ricorrente, della copia autentica della sentenza impugnata (che lo stesso ricorrente dichiara essergli stata notificata in data 8 ottobre 2018) con la relazione di notificazione, in violazione dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2.

Risulta infatti prodotta la semplice copia autentica del provvedimento in questione, senza alcuna relazione di notificazione. Il ricorso è pertanto improcedibile (senza che venga in rilievo alcuna delle dibattute questioni riguardanti l’attestazione di conformità all’originale delle eventuali copie analogiche di atti telematici: nella specie, infatti, la relazione di notificazione della sentenza impugnata non risulta affatto prodotta, in nessuna forma).

E’ infatti appena il caso di ribadire che “in tema di ricorso per cassazione, quando la sentenza impugnata sia stata notificata e il ricorrente abbia depositato la sola copia autentica della stessa priva della relata di notifica, deve applicarsi la sanzione dell’improcedibilità, ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, a nulla rilevando che il ricorso sia stato notificato nel termine breve decorrente dalla data di notificazione della sentenza, ponendosi la procedibilità come verifica preliminare rispetto alla stessa ammissibilità” (Cass., Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 21386 del 15/09/2017, Rv. 645764 – 01; conf., ex multis: Sez. 6 2, Ordinanza n. 19695 del 22/07/2019, Rv. 654987 – 01; Sez. L, Sentenza n. 3466 del 12/02/2020, Rv. 656775 – 01; Sez. 1, Ordinanza n. 14360 del 25/05/2021, Rv. 661397 01).

D’altra parte, il ricorso è stato notificato oltre i sessanta giorni dalla pubblicazione della sentenza impugnata e la relazione di notificazione non è stata prodotta neanche dai controricorrenti: non ricorrono quindi le ipotesi nelle quali, secondo la giurisprudenza di questa stessa Corte, non vi sarebbe spazio per la sanzione dell’improcedibilità.

Il ricorso va in conclusione dichiarato improcedibile ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, il che esime la Corte dall’esame dei singoli motivi.

2. Solo a fini di completezza espositiva, si osserva che il ricorso non avrebbe comunque potuto trovare accoglimento nel merito, per le ragioni di seguito sintetizzate.

2.1 Con il primo motivo del ricorso si denunzia “Omesso esame ed illogicità delle motivazioni su di un punto decisivo, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; violazione e falsa applicazione di le.ge, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.”.

Il ricorrente contesta la mancata dichiarazione, da parte della corte territoriale, dell’inammissibilità dell’appello proposto dal Comune di Forio, per difetto di specificità, in violazione dell’art. 342 c.p.c..

Il motivo è inammissibile.

Il Tribunale, dopo avere correttamente richiamato i principi di diritto in tema di specificità dell’appello affermati da questa Corte (Cass., Sez. U, Sentenza n. 27199 del 16/11/2017, Rv. 645991 – 01; conf.: Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 13535 del 30/05/2018, Rv. 648722 – 01), ha espressamente osservato che, nella specie, “l’appellante ha chiaramente indicato le parti della sentenza che intendeva censurare e le ragioni per le quali riteneva di non condividere l’assunto del primo giudice” (pag. 4 della sentenza impugnata).

Il ricorrente contesta tale statuizione, ma le sue censure difettano di specificità: non è richiamato infatti nel ricorso, con sufficiente chiarezza e precisione, il contenuto della sentenza impugnata, né quello dell’atto di appello avverso la stessa avanzato dal comune soccombente, in modo da porre questa Corte in condizioni di apprezzare e valutare la dedotta genericità dell’impugnazione, esclusa dallo stesso giudice di appello. In proposito, nel ricorso, viene operato esclusivamente un generico riferimento agli atti del processo allegati, senza il necessario specifico richiamo del contenuto rilevante degli stessi (diretto o, quanto meno, indiretto, con la precisa indicazione dei passi rilevanti), in violazione del requisito di ammissibilità del ricorso per cassazione sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6.

2.2 Con il secondo motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 2043,2051 e 2052 c.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. – Nullità della sentenza per motivazione assente, carente e lacunosa. Falsità motivazionale, motivazione petitoria, carente e contraddittoria per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Il motivo è inammissibile, ancor prima che infondato.

Nonostante l’intitolazione della rubrica faccia richiamo ad una pluralità di norme di diritto asseritamente violate e ad una serie carenze nella motivazione della decisione impugnata, il ricorrente, con il motivo di ricorso in esame, deduce, in sostanza, che il tribunale avrebbe omesso di “indagare un diverso profilo” relativo alla responsabilità del comune, precisamente quello relativo alla custodia, da parte di quest’ultimo, della strada sulla quale era avvenuto l’evento dannoso, ed avrebbe, di conseguenza, omesso di affermarne la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c..

Anche in questo caso, sussiste un evidente difetto di specificità della censura, soprattutto in relazione alla non novità della questione con essa posta: il ricorrente non chiarisce se il profilo di responsabilità del comune quale custode della strada, ai sensi dell’art. 2051 c.c. (questione che richiede, evidentemente, anche accertamenti di fatto in relazione ai presupposti di applicabilità di tale disposizione), era stato effettivamente allegato nel corso del giudizio di merito, nonché in quali specifici atti processuali ed in quali esatti termini.

E’ opportuno comunque osservare che lo stesso assunto in diritto posto a base del motivo di ricorso è da ritenere infondato.

E’ infatti pacifico che, nella specie, l’evento lesivo dedotto in giudizio è stato provocato all’attore dall’aggressione di un animale (cane) vagante, non direttamente dalla cosa che egli assumere essere nella custodia dell’ente convenuto. Non può quindi in nessun modo venire in rilievo l’ipotesi regolata dall’art. 2051 c.c., la quale presuppone che il danno sia causato direttamente dalla “cosa” in custodia e non è pertanto applicabile in caso di danno causato dalla condotta di un animale (domestico, selvatico o semplicemente “vagante” che esso sia).

2.3 Con il terzo motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 2043 e 2697 c.c., nonché alla L.R. Campania n. 16 del 2008, artt. 5, 6 e 10 con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – Vizio di motivazione e grave illogicità. Motivazione petitoria, carente e contraddittoria per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Con il Quarto motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione di legge in relazione alla Legge Quadro 14 agosto 1991, n. 28 e L.R. Campania 24 novembre 2001, n. 16 nonché all’art. 2043 c.c. e art. 41 c.p., Violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., e dell’art. 2697, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – Vizio di motivazione e grave illogicità. Motivazione petitoria, carente e contraddittoria per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Il terzo ed il quarto motivo sono logicamente connessi e possono, quindi, essere esaminati congiuntamente.

Anche questi motivi sono inammissibili.

Le censure di violazione dell’art. 2697 c.c., nonché artt. 115 e 116 c.p.c., non risultano effettuate con la necessaria specificità, in conformità ai canoni a tal fine individuati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., Sez. U, Sentenza n. 16598 del 05/08/2016, Rv. 640829 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016, Rv. 640192 – 01, 640193 – 01 e 640194 – 01; Sez. U, Sentenza n. 1785 del 24/01/2018, Rv. 647010 – 01, non massimata sul punto; da ultimo: Sez. U, Sentenza n. 20867 del 30/09/2020, Rv. 659037 – 02: “in tema di ricorso per cassazione, la doglianza circa la violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile solo ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria – come, ad esempio, valore di prova legale – oppure, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è ammissibile, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, solo nei rigorosi limiti in cui esso ancora consente il sindacato di legittimità sui vizi di motivazione”).

Per il resto, si tratta comunque di contestazioni relative ad accertamenti di fatto, nonché alla valutazione delle prove, non ammissibili in sede di legittimità.

Il ricorrente contesta, nella sostanza, la valutazione operata dal tribunale in ordine al difetto di sufficiente prova di una condotta colposa addebitabile al comune, in nesso di causa con l’evento dannoso da lui denunciato, valutazione peraltro sostenuta da motivazione adeguata, non apparente, né insanabilmente contraddittoria sotto il profilo logico, come tale non sindacabile nella presente sede.

Il tribunale ha affermato al riguardo, in primo luogo, in diritto, che in ipotesi di danni provocati da cani randagi non è applicabile il criterio speciale di imputazione della responsabilità (a carattere oggettivo) di cui all’art. 2052 c.c., trovando invece esclusiva applicazione i principi generali in tema di responsabilità per colpa di cui all’art. 2043 c.c., mentre, in fatto, ha osservato che nella specie non era stata fornita sufficiente prova che la mancata cattura del cane che aveva aggredito l’attore fosse dipesa da una condotta colposa del comune nell’organizzazione e nella gestione dell’attività pubblica di prevenzione del randagismo, in conformità ai principi di diritto affermati in proposito nella giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass., Sez. 3, Ordinanza n. 18954 del 31/07/2017, Rv. 645379 – 01; conf.: Sez. 3, Ordinanza n. 31957 del 11/12/2018, Rv. 651948 – 01).

Orbene, sul titolo di imputazione della responsabilità ai sensi dell’art. 2043 c.c. deve ritenersi formato il giudicato interno, in quanto lo stesso risulta oggetto di espressa pronuncia del giudice di appello (censurata sul punto esclusivamente con il primo motivo del ricorso, sotto il profilo della pretesa applicabilità dell’art. 2051 c.c., assunto non fondato, per le ragioni in precedenza esposte).

Per quanto infine riguarda gli accertamenti di fatto, le censure del ricorrente, pur contenendo la formale denuncia di violazione delle disposizioni in tema di prevenzione del randagismo, nella sostanza si risolvono nell’affermazione per cui la circostanza di fatto che il cane fosse libero dimostrerebbe di per sé che il predetto servizio di prevenzione del randagismo non era stato espletato in modo adeguato dal comune.

Ma tale assunto – evidentemente inammissibile nella parte in cui mette in discussione la valutazione delle prove operata dal giudice del merito – si risolve, di fatto, per ogni altro aspetto, nella pretesa di affermazione di una responsabilità oggettiva e/o presunta dell’ente pubblico deputato alla prevenzione del randagismo o, quanto meno, nella pretesa, evidentemente infondata, di una sostanziale inversione dell’onere della prova in ordine ai presupposti della responsabilità del preteso danneggiante in caso di azione generica di responsabilità per danni ai sensi dell’art. 2043 c.c., onere notoriamente e pacificamente gravante integralmente sul danneggiato.

D’altronde, con riguardo a tale ultimo aspetto, risulta in realtà assorbente la considerazione per cui nel ricorso non vi è (in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) uno specifico richiamo al contenuto delle difese di merito di parte attrice in relazione alla eventuale allegazione del fatto che in realtà il comune non avrebbe in alcun modo neanche provveduto ad attivare un qualunque servizio di prevenzione del randagismo, e, comunque, mancano specifiche censure in relazione all’implicito accertamento positivo sul punto operato dal tribunale.

2.4 Con il quinto motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione di legge in relazione all’art. 112, all’art. 113, all’art. 277 c.p.c., dell’art. 2043 c.p.c. e art. 14 CEDU, omessa pronunzia e vuoto di tutela, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3, art. 3 – Omessa motivazione, vizio motivazionale, motivazione assente, illogicità grave, ed incongruità della decisione per omesso esame di un punto decisivo, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Il motivo è inammissibile.

Il tribunale, esclusa la responsabilità del comune convenuto per difetto di prova di una sua condotta colposa in nesso di causa con l’evento dannoso, ha ritenuto assorbite tutte le ulteriori questioni prospettate dalle parti.

Il ricorrente si duole che non sia stata presa in considerazione la possibile responsabilità degli altri enti convenuti in giudizio. La censura difetta di specificità, in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, mancando il richiamo del preciso oggetto delle domande proposte nei confronti degli altri enti, dei motivi della decisione di primo grado nonché dell’eventuale relativo gravame sul punto.

Non risulta peraltro che esso ricorrente avesse proposto appello incidentale in relazione al rigetto della domanda in primo grado nei confronti degli altri enti convenuti (e/o chiamati in causa), il che assorbe ogni questione sul punto.

2.5 Con il sesto motivo si denunzia “Violazione e falsa applicazione di legge in relazione all’art. 91 e 92 c.p.c., con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Per quanto riguarda l’erroneo governo delle spese. Grave illogicità e vizio motivazionale, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”.

Il motivo è infondato.

Il ricorrente aveva proposto la propria domanda sia nei confronti del comune che nei confronti della ASL territorialmente competente.

All’esito del giudizio di primo grado, è stata accolta esclusivamente la domanda nei confronti del comune, mentre è stata rigettata quella avanzata nei confronti della ASL, peraltro con compensazione delle spese nei rapporti tra attore e ASL.

L’appello è stato proposto esclusivamente dal comune (naturalmente in contraddittorio anche con la ASL, sussistendo litisconsorzio processuale).

L’attore non risulta avere proposto appello incidentale tendente ad ottenere l’affermazione della responsabilità della ASL.

La domanda è stata rigettata, all’esito del giudizio di secondo grado, anche nei confronti del comune, con assorbimento della questione della eventuale responsabilità della ASL, non oggetto di appello dell’attore.

L’attore, dunque, risulta totalmente soccombente, all’esito del doppio grado di giudizio di merito, nei confronti di entrambi gli enti da lui convenuti in giudizio.

Risulta di conseguenza corretta la decisione del giudice di appello, il quale, una volta riformata la decisione di primo grado di accoglimento della domanda nei confronti del solo comune, ha provveduto a regolare le spese dell’intero giudizio sulla base dell’esito complessivo della lite, in applicazione del principio generale della soccombenza (tenuto conto che la ASL non è stata chiamata in causa dal comune ma direttamente convenuta in giudizio dall’attore), ponendole integralmente a carico del soccombente R., per il doppio grado, nei rapporti con il Comune di Forio, ed esclusivamente in relazione al giudizio di secondo grado, nei rapporti con la ASL, in mancanza di appello incidentale dell’ente vittorioso in relazione alla compensazione operata dal giudice di primo grado nei relativi rapporti.

D’altra parte, è evidente che la ASL, correttamente evocata e costituitasi nel giudizio di secondo grado, risulta integralmente vittoriosa e, dunque, ha diritto al rimborso delle spese legali sostenute per tale costituzione, spese che certamente non potrebbero essere poste a carico del comune appellante, il quale, all’esito del giudizio di secondo grado, risulta a sua volta integralmente vittorioso, ma vanno poste a carico della parte integralmente soccombente all’esito del doppio grado di giudizio, cioè il R., come correttamente disposto dal tribunale. Non ha rilievo in proposito che, in sede di gravame, il comune avesse chiesto dichiararsi il proprio difetto di legittimazione passiva (sul piano sostanziale), sostenendo, tra l’altro, l’eventuale legittimazione sostanziale della stessa ASL, quale esclusiva responsabile del danno.

Deve infatti in proposito tenersi conto del principio costantemente affermato da questa Corte (cfr. Cass., Sez. 3, Ordinanza n. 31889 del 06/12/2019, Rv. 655979 – 02; Sez. 2, Ordinanza n. 23123 del 17/09/2019, Rv. 655244 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 23948 del 25/09/2019, Rv. 655358 – 02), per cui, finanche in caso di chiamata in causa di un terzo da parte dell’unico convenuto, “in forza del principio di causazione che, unitamente a quello di soccombenza, regola il riparto delle spese di lite – il rimborso delle spese processuali sostenute dal terzo chiamato in garanzia dal convenuto deve essere posto a carico dell’attore qualora la chiamata in causa si sia resa necessaria in relazione alle tesi sostenute dall’attore stesso e queste siano risultate infondate, a nulla rilevando che l’attore non abbia proposto nei confronti del terzo alcuna domanda; il rimborso rimane, invece, a carico della parte che ha chiamato o fatto chiamare in causa il terzo qualora l’iniziativa del chiamante, rivelatasi manifestamente infondata o palesemente arbitraria, concreti un esercizio abusivo del diritto di difesa”. E’ evidente che per analoghi motivi, e anzi a più forte ragione, vanno comunque poste a carico dell’attore, integralmente soccombente per aver proposto una domanda infondata nel merito, le spese processuali nei rapporti con uno dei soggetti da lui direttamente convenuti in giudizio (in via alternativa e/o cumulativa), qualora la domanda nei confronti di quest’ultimo sia stata rigettata e sia stato proposto appello esclusivamente dall’altro convenuto, sia in relazione alla sussistenza del diritto fatto valere in giudizio che in relazione all’individuazione dell’effettivo eventuale obbligato.

3. Il ricorso è dichiarato improcedibile.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo, con attribuzione sia in favore del difensore del comune che del difensore della ASL, avendo entrambi effettuato la prescritta dichiarazione di anticipo, ai sensi dell’art. 93 c.p.c..

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte:

dichiara improcedibile il ricorso;

– condanna il ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore degli enti controricorrenti, liquidandole, per ciascuno di essi, in complessivi Euro 1.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonché spese generali ed accessori di legge, con rispettiva distrazione delle stesse in favore del difensore del comune, avvocato Alessandro Barbieri, ed in favore del difensore della ASL, avvocato Gaetano Scuotto.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello IltRiFtrtg per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 25 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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