Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36718 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. III, 25/11/2021, (ud. 25/06/2021, dep. 25/11/2021), n.36718

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 12244/2018 proposto da:

B.G.A., in proprio e nella qualità di erede di

Bu.Di., Bu.El., Bu.Ga.,

Bu.La., tutti nella qualità di eredi di Bu.Di.,

elettivamente domiciliati in Roma, alla via Bellegra n. 6, presso lo

studio dell’avvocato Salvaggio Claudia, rappresentati e difesi

dall’avvocato Termini Luciano;

– ricorrenti –

contro

F.G.B., elettivamente domiciliato in Roma alla

via della Giuliana, n. 32, presso lo studio dell’avvocato Fischioni

Giuseppe, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

Fischioni Patricia Maria Cristina;

– controricorrente –

nonché contro

D.B.G.G.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 179/2018 della CORTE d’APPELLO di PALERMO,

depositata il 26/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/06/2021 dal Consigliere relatore Dott. Cristiano Valle, osserva

quanto segue.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

I fatti di causa sono i seguenti.

I coniugi Bu.Di. e B.G.A. erano proprietari, fino all’anno 2012, di un’area di sedime con insistente un fabbricato fatiscente, nel quale era ricoverata una vecchia imbarcazione (sciabica) per la pesca dei tonni, in ambito del Comune di (OMISSIS).

A seguito di lavoro eseguiti dal proprietario del manufatto confinante, F.G.B., a mezzo dell’impresa dell’appaltatore D.B.G.G., nella parte di sua proprietà dell’immobile insistente sull’area, l’intero fabbricato crollò.

I coniugi Bu.- B. convennero in giudizio il F. e il D.B. dinanzi il Tribunale di Trapani (Sezione distaccata di Alcamo), e, nel contraddittorio delle parti, ottennero dal Tribunale di Trapani il risarcimento del danno, in ragione di Euro quattordicimila settecentocinquanta (Euro 14.750,00), oltre interessi legali sulla somma via via rivalutata dal 01/09/2002.

Su appelli distinti del F. e del D.B., con appello incidentale dei Bu.- B., la Corte di Appello di Palermo, con sentenza n. 179 del 26/01/2018, ha riforma la sentenza di primo grado, ammettendo la produzione di un documento dal quale risultava che i coniugi Bu.- B. avevano alienato, nel 2012, l’area di sedime e avevano realizzato una notevole plusvalenza rispetto al prezzo di acquisto.

La Corte territoriale ha, sulla base di detta produzione documentale, ridotto l’ammontare del risarcimento a poco più di duemila Euro (Euro 2.140,00), comunque ritenendo che il definitivo cedimento delle strutture murarie della parte di immobile dei Bu.- B. si era verificato in occasione e a causa delle opere fatte seguire dal F., a mezzo dell’impresa D.B., ma ritenendo sussistente un concorso dei Bu.- B., in considerazione dello stato fatiscente della loro parte di immobile. L’appello incidentale dei Bu.- B. verteva sulla misura risarcitoria, ovvero sull’ammontare di questa, e la Corte di Appello, nel disattenderlo, ha fatto leva sulla produzione documentale introdotta dal F., ed avente ad oggetto un atto notarile di compravendita dell’area, dal quale risulta che essa aveva comunque mantenuto un elevato valore e che agli appellati-appellanti incidentali competesse soltanto il risarcimento dei costi per la liberazione dell’area di sedime dalle rovine del fabbricato, e per la distruzione della c.d. sciabica.

Avverso la sentenza d’appello ricorrono, con atto affidato a quattro motivi, B.G.A. in proprio e nella qualità di erede del marito e i di lei figli El., Ga. e La., quali eredi del padre, a seguito del decesso di Bu.Di..

Resiste con controricorso il solo F.G.B., proprietario del fondo finitimo, mentre l’appaltatore D.B.G.G. è restato intimato, sebbene gli sia stata ritualmente notificata l’impugnazione.

La causa era stata rimessa in decisione all’adunanza del 24/07/2020, dalla quale scaturiva l’ordinanza n. 20151 del 24/09/2020, di rimessione sul ruolo in attesa della decisione della Corte Costituzionale sulla questione relativa all’art. 106 Cost., in ordine alla composizione dei collegi giudicanti delle Corte di Appello con magistrati non togati.

La causa è stata, quindi, nuovamente fissata per l’adunanza camerale partecipata del 25/06/2021.

Il P.G. non ha presentato conclusioni.

Non sono state depositate memorie.

All’adunanza camerale del 25/06/2021, svoltasi con le modalità di cui al D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 9, convertito, con modificazioni, dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, il Collegio ha trattenuto il ricorso in decisione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

In via preliminare, e al fine di fugare qualsivoglia ulteriore dubbio, sebbene non vi sia alcun motivo di impugnazione che si incentri sulla valida costituzione del giudice, rileva il Collegio che la sentenza della Corte di Appello di Palermo n. 179 del 26/01/2018, impugnata in questa sede di legittimità, è stata resa con la partecipazione di un giudice aggregato, che ha redatto la motivazione e ha, in veste di estensore, sottoscritto la sentenza unitamente al presidente del Collegio, senza che ciò comporti nullità della sentenza per illegittima costituzione dell’organo giudicante. Il ricorso relativo alla controversia in oggetto è stato, infatti, trattenuto in decisione da questa Corte all’adunanza del 25/06/2021, alla quale era già stata emanata la sentenza della Corte Costituzionale n. 41 del 17/03/2021, pubblicata in G. U. del 17/03/2021 n. 11, che ha ritenuto, tuttora, legittima la partecipazione dei giudici aggregati ai collegi delle Corti di Appello (sulla base del principio di cd. “tollerabilità costituzionale”), e ciò fino al 31 ottobre 2025 e, pertanto, a tenore della detta pronuncia del Giudice costituzionale, il Collegio decidente della Corte d’Appello di Palermo doveva, al momento del passaggio della causa in decisione, ritenersi validamente costituito, con conseguente piena scrutinabilità della decisione della Corte territoriale.

I motivi di ricorso censurano come segue la sentenza della Corte di Appello.

Il primo motivo è per violazione e (o) falsa applicazione degli artt. 115 e 116 e 345 c.p.c. e verte sull’ammissione del documento notarile di compravendita del terreno dell’anno 2012 (precisamente del 27/01/2012).

Il secondo motivo è per violazione e (o) falsa applicazione degli artt. 1360,2043,2049,2051 e 2053 c.c., in relazione agli artt. 115,116 e 345 c.p.c. Anche questo motivo è incentrato sull’illegittima ammissione del documento di compravendita e sull’influenza che esso ha avuto nella determinazione, in via minore, del danno.

Il terzo mezzo è per nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 156 c.p.c. e per manifesta illogicità della motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 Il motivo fa valere un contrasto tra parti della stessa motivazione, nella consapevolezza del ristretto ambito di rilevanza del vizio motivazionale dopo la giurisprudenza nomofilattica del 2014 (Sez. U n. 8053 del 07/04/2014).

Il quarto motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., anche in relazione all’art. 1227 c.c., comma 2, artt. 2043,2049,2051,2053 c.c.artt. 40 e 41 c.p..

Il primo mezzo è inammissibile.

Il detto motivo deduce, ma senza argomentarla adeguatamente, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. Il mezzo si duole solo della violazione dell’art. 345 c.p.c. e lo fa sostenendo che l’atto notarile di cui trattasi – che si dice nell’esposizione del fatto prodotto ad un’udienza del 07/01/2017, ma che la sentenza d’appello afferma essere stato solo depositato in quella data, e che venne ammesso con l’ordinanza di rimessione della causa sul ruolo del 03/03/2017, che contestualmente disponeva anche la consulenza tecnica di ufficio – non era indispensabile ai sensi dello stesso art. 345 c.p.c., considerato nella formulazione applicabile al momento della detta fase processuale, in quanto afferente al valore dell’area di sedime, questione di cui mai si era discusso antecedentemente. Ciò posto, se è vero che la sentenza impugnata tratta di documento “rilevante ed indispensabile ai fini della decisione”, ma pure qualifica lo stesso documento “sopravvenuto” e, dunque, parrebbe avere fatto riferimento anche al concetto di documento sopravvenuto al giudizio di primo grado, che alla stregua di tutte le versioni dell’art. 345 c.p.c. succedutesi nel corso degli anni (nella specie si tratta di quella introdotta dalla L. n. 69 del 2009, con esclusione della successiva modifica del 2012 che ha soppresso l’inciso sulla indispensabilità, in quanto la causa era pendente in primo grado quando la legge entrò in vigore, perché la sentenza del Tribunale di Trapani è del 2011, si veda L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 58), era producibile in appello.

Il punto nodale è che il documento (la cui conoscenza venne conseguita dal F. successivamente alla introduzione dell’appello da parte dello stesso F., che avvenne il 22/02/2012), da quel che è dato evincere dalla consecuzione fra l’udienza di precisazione delle conclusioni e la concessione dei termini per le memorie, venne depositato dopo la prima precisazione delle conclusioni, mentre avrebbe dovuto essere prodotto nella prima difesa utile successiva alla conoscenza dell’atto. Senonché, nulla in ricorso viene esposto sul se e quando tale conoscenza avvenne e soprattutto – pur essendosi alluso, nella sintesi dei motivi e precisamente a pag. 3, ad un deposito “ben oltre la prima difesa utile dalla data di formazione” – parte ricorrente si astiene dal dedurre la questione come censura e, peraltro, nemmeno specifica se e dove, a seguito della pronuncia dell’ordinanza di rimessione sul ruolo e dell’amissione del documento, si sia eccepita la irritualità della produzione. Sul punto deve ribadirsi che se è vero che l’applicabilità delle preclusioni di cui all’art. 345 c.p.c. è a rilievo officioso, il che esclude che, ai sensi dell’art. 157 c.p.c., comma 3, (per come interpretato dalla giurisprudenza) le ricorrenti dovessero a pena di decadenza lamentarsi della irritualità della produzione, tuttavia, giusta la più recente precisazione giurisprudenziale sul punto (operata da Cass. n. 21381 del 30/08/2018 Rv. 650325 – 01, seguita da molte decisioni, tra le quali Cass. n. 21529 del 27/07/2021) il potere di rilevazione delle ricorrenti si precludeva entro il termine di possibile esercizio del potere officioso del giudice (nel caso di specie con un’eventuale rilievo di inammissibilità in sede decisoria, previa revoca dell’ordinanza ammissiva) e, dunque, nell’eventuale memoria di replica dopo la nuova precisazione delle conclusioni.

Parte ricorrente, tuttavia, none) dice se nella memoria di replica il cui termine era stato assegnato all’udienza del 26/05/2017, sollevò una qualche doglianza sulla produzione del documento.

Ne segue che il primo motivo è inammissibile per quanto deduce sulla indispensabilità, il che travolge anche la prospettazione sulla irrilevanza, e ciò al di là dell’assenza di rilievi circa il carattere sopravvenuto del documento, pure assunto in motivazione.

Il secondo motivo prospetta la questione se, pur nella fatiscenza delle strutture del tetto il loro crollo non costituisse un danno, in quanto, secondo la motivazione della Corte territoriale, da una comparazione tra costo d’acquisito dell’area nel 1995 e prezzo di rivendita della stessa nel 2012 non emergeva alcuna voce di danno, ma anzi una plusvalenza in favore dei Bu.- B..

In concreto, la Corte territoriale ha affermato che il tetto non aveva alcun valore economico e lo ha fatto attribuendo valore per un verso a due fatti, il valore di vendita dell’atto nel 2012 e l’inagibilità.

Il secondo motivo, pur nella sua sinteticità, deduce un vizio di sussunzione, ossia la configurabilità del danno da rovina del tetto in un immobile inagibile come determinativo di un danno in ogni caso. Pur non espressamente citato, ma potendosi ricavare il suo riferimento nell’illustrazione della sentenza impugnata, viene in rilievo l’art. 1223 c.c.

In detto prisma il secondo mezzo è fondato, in quanto la caduta del tetto dell’immobile, sebbene fatiscente, non può non essere considerata un danno: l’evento lasciava, invero, l’immobile esposto alle intemperie e, dunque, in una condizione diversa da quella che esso aveva in precedenza.

Il ragionamento della Corte d’appello e’, pertanto, errato a prescindere dall’acquisizione o meno dell’atto di compravendita del 2012.

La Corte territoriale in sostanza afferma: l’immobile è stato danneggiato per colpa di entrambi i proprietari, ma siccome è stato poi rivenduto (tra l’altro dopo diciassette anni anni) ad un prezzo dieci volte maggiore, ciò vuol dire che i B.- Bu. non hanno patito alcun danno, se non quello relativo alla distruzione dell’imbarcazione da pesca (la sciabica) ed alle spese necessarie per la rimozione dei materiali crollati e il relativo trasporto in discarica. Ma la domanda degli attori, sin dal primo grado di giudizio, come risulta dalla stessa sentenza (si veda. il passaggio a pag. 10), era un’altra, perché essi chiedevano il rimborso delle spese necessarie per il ripristino del bene nello stato in cui esso era (status quo ante) e non per il suo rifacimento integrale (ossia ex novo).

L’accoglimento del secondo mezzo è vieppiù giustificato da una sua lettura congiunta con il terzo mezzo che appare pure fondato, in quanto denunciante un omesso esame, e pur nel limitato rilievo del vizio motivazionale risultante dalla lettura nomofilattica dell’anno 2014 (Sez. U del 07/04/2014 Rv. 629829 – 01). La Corte territoriale, invero, non ha in alcun modo esplicitato il proprio convincimento sulla presa in esame del valore dell’area di sedime, non offrendo, viceversa, alcuna plausibile ragione circa l’esclusone del risarcimento del danno derivante dalla distruzione della costruzione, seppure diruta, su di essa insistente.

Il secondo e il terzo motivo sono, pertanto, fondati.

Il quarto motivo è inammissibile: esso deduce violazioni in diritto all’esito della postulazione di una rivalutazione della questione di fatto e fra l’altro sulla base di atti di cui non si fornisce la localizzazione in questa sede, dato che ci astiene sia dal dire che sono stati prodotti sia dal fare riferimento alla presenza nel fascicolo d’ufficio, come ammette (Sez. Un. 22726 del 03/11/2011 Rv. 619317 – 01).

In definitiva: il secondo e il terzo motivo esaminati congiuntamente sono fondati e vanno accolti, mentre il primo e il quarto sono dichiarati inammissibili.

Il ricorso è accolto nei sensi appena indicati.

La sentenza impugnata deve, pertanto, essere cassata.

La causa, posto che risultano necessari ulteriori accertamenti in fatto, deve essere rimessa al giudice d’appello, ossia alla Corte di Appello di Palermo, in diversa composizione, che, nel procedere a nuovo esame, si atterrà a quanto in questa sede statuito e provvederà, altresì, alla regolazione delle spese di questo giudizio di legittimità.

L’impugnazione è stata accolta e non può esservi luogo, pertanto, alla statuizione di sussistenza dei requisiti processuali per il cd. raddoppio del contributo unificato (Sez. U n. 04315 del 20/02/2020).

P.Q.M.

Accoglie il secondo e il terzo motivo di ricorso, dichiarati inammissibili il primo e il quarto; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa alla Corte di Appello di Palermo, in diversa composizione, anche per le spese di questo giudizio.

Così deciso in Roma, il 25 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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