Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36680 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 25/11/2021, (ud. 21/09/2021, dep. 25/11/2021), n.36680

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18944//2019 proposto da:

S.M. rappresentato e difeso dall’avvocato Anna Moretti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– resistente –

Avverso la sentenza n. 5645/2018 della Corte d’appello di Milano,

depositata il 17/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 21/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA

IOFRIDA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Milano, con sentenza n. 5645/2019, depositata in data 17/12/2018, ha respinto il gravame di S.M., cittadino della Guinea, avverso decreto del Tribunale che aveva rigettato la richiesta dello stesso, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria e per ragioni umanitarie.

In particolare, i giudici d’appello hanno ritenuto, al pari del giudice di primo grado, il racconto del richiedente (essere fuggito dal Paese d’origine, dopo uno scontro tra gruppi etnici rivali, nel corso dei quali che il padre era rimasto ucciso) non credibile per genericità e lacune e comunque non integrante i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, anche D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), non potendo la concessione di tale misura protettiva essere giustificata dalla situazione generale del Paese d’origine, non emergendo dalle “fonti ” consultate (sito (OMISSIS)) una situazione di violenza indiscriminata; non ricorrevano neppure i presupposti per la concessione della protezione umanitaria, in difetto di situazioni di personale vulnerabilità e non era da solo sufficiente il percorso di integrazione avviato in Italia; stante il rigetto del ricorso doveva essere revocata l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

Avverso la suddetta pronuncia, S.M. propone ricorso per cassazione, notificato il 14/6/2019, affidato a quattro motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che non svolge difese).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta: a) con il primo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, e art. 27, comma 1 bis, in relazione al diniego del riconoscimento della protezione sulla base di un frettoloso esame della credibilità delle dichiarazioni e della situazione socio politica del Paese d’origine, in assenza di consultazione di fonti aggiornate sui conflitti etnici esistenti; b) con il secondo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g), art. 3, comma 3, e commi 5,6,7 e art. 14, non avendo la Corte d’appello adempiuto al proprio obbligo istruttorio officioso in relazione alle condizioni della Guinea; c) con il terzo motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al diniego della protezione umanitaria, non avendo la Corte d’appello correttamente esaminato la documentazione prodotta, in ordine alle condizioni del Paese d’origine del richiedente; d) con il quarto motivo, la violazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, comma 2, per non avere la Corte d’appello applicato correttamente i criteri legali in punto di revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

2. La prima e la seconda censura, da trattare unitariamente in quanto connesse, sono inammissibili.

In ordine alla violazione del dovere di cooperazione istruttoria del giudice, vero che nella materia in oggetto il giudice abbia il dovere di cooperare nell’accertamento dei fatti rilevanti, compiendo un’attività istruttoria ufficiosa, essendo necessario temperare l’asimmetria derivante dalla posizione delle parti (Cass. 13 dicembre 2016, n. 25534); ma la Corte di merito ha attivato il potere di indagine nel senso indicato.

Nella specie, tutti gli aspetti significativi della vicenda narrata dal richiedente sono stati esaminati e si è proceduto quindi ad un approfondimento istruttorio, confermandosi, con congrua motivazione, il giudizio di insussistenza di una situazione di violenza generalizzata in Guinea, già espresso in primo grado, rilevandosi che nel Paese è in corso un processo di evoluzione verso la democrazia.

La doglianza è altresì inammissibile perché, in maniera peraltro del tutto generica, anche con riguardo al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), ed alla questione delle fonti informative, mira a sostituire le proprie valutazioni con quella, svolta, sulla base di informazioni tratte da fonti attuali, insindacabilmente (al di fuori dei limiti dell’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5), 3. Il terzo motivo è del pari inammissibile.

Il ricorrente censura il rigetto della richiesta di protezione umanitaria, lamentando genericamente che la Corte d’appello non avrebbe vagliato la condizione di particolare vulnerabilità cui sarebbe esposto il richiedente, in caso di rientro nel Paese, con riferimento alla perdita dell’integrazione raggiunta in Italia. Ora la Corte territoriale ha motivatamente ritenuto che i fatti lamentati non costituiscono un ostacolo al rimpatrio né integrano un’esposizione seria alla lesione dei diritti fondamentali e che neppure risulta sufficientemente documentata l’integrazione in Italia (non essendo sufficienti “i corsi intrapresi”).

Le Sezioni Unite (Cass. 24413/2021) si sono nuovamente pronunciate sul tema della protezione umanitaria, alla stregua del testo del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, anteriore alle modifiche recate dal D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, e del contenuto della valutazione comparativa affidata al giudice, tra la situazione che, in caso di rimpatrio, il richiedente lascerebbe in Italia e quella che il medesimo troverebbe nel Paese di origine, già condiviso dalle Sezioni Unite, con la precedente sentenza n. 29459/2019, affermando il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese d’origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese d’origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare, sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto dall’art. 8 C.EDU, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi dell’art. 5 T.U. cit., per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Il ricorso risulta del tutto generico anche in relazione all’integrazione effettiva in Italia del richiedente.

4. Il quarto motivo è inammissibile.

Questa Corte ha da tempo chiarito (Cass. 3028/2018; Cass. 29228/2017) che “la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato adottata con la sentenza che definisce il giudizio di appello, anziché con separato decreto, come previsto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, non comporta mutamenti nel regime impugnatorio che resta quello, ordinario e generale, dell’opposizione stesso D.P.R., ex art. 170, dovendosi escludere che la pronuncia sulla revoca, in quanta adottata con sentenza, sia, per ciò solo, impugnabile immediatamente con il ricorso per cassazione, rimedio previsto solo per l’ipotesi contemplata dal D.P.R. citato, art. 113” (conf. Cass. 10487/2020; Cass. 16968/2020).

5. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’e’ luogo a provvedere sulle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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