Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36664 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 25/11/2021, (ud. 09/06/2021, dep. 25/11/2021), n.36664

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. RG e proposto da:

K.I., nato ad (OMISSIS) (Pakistan) rappresentato e difeso, per

procura in calce al ricorso, dall’avv. Massimiliano Vivenzio (p.e.c.

massimiliano.vivenzio.lecco.pecavvocati.it) ed elettivamente

domiciliato presso il suo studio in Merate (Lecco), via Terzaghi 10;

– ricorrente –

nei confronti di

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore, e

Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione

internazionale di Milano;

– intimato –

avverso il decreto dei Tribunale di Milano depositato in data 6

aprile 2018 RG n. 44106/2017;

sentita la relazione in Camera di consiglio del relatore Giacinto

Bisogni.

 

Fatto

RILEVATO

che:

K.I., cittadino pakistano nato a (OMISSIS) il (OMISSIS) ha adito la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano chiedendo il riconoscimento di una delle forme della protezione internazionale ovvero della protezione umanitaria. Ha addotto a fondamento delle sue richieste le minacce e le violenze subite da parte della famiglia della sua fidanzata che non accettava la relazione con un uomo appartenente a una casta inferiore.

Il Tribunale pur non dubitando della provenienza del richiedente asilo e della morte del padre – che il sig. K.I. ha ascritto alle ferite inferte dal fratello della sua fidanzata nel corso di una incursione nella abitazione della sua famiglia -, ha rilevato una serie di omissioni e aporie nella narrazione prospettata alla Commissione e al Tribunale in sede di audizione personale. In particolare ha rilevato l’omissione di qualsiasi riferimento alla casta di appartenenza da parte del richiedente asilo. Omissione che ha determinato l’impossibilità della attivazione di una circostanziata attivazione della cooperazione istruttoria da parte del giudice di merito. Ha ritenuto pertanto il Tribunale di Milano non credibile la deduzione di una persecuzione espressiva di una discriminazione sociale, riconducendo la vicenda narrata a un conflitto privato rispetto al quale il ricorrente aveva richiesto e trovato protezione da parte delle autorità competenti del suo paese. Ha escluso sulla base di C.O.I. aggiornate e indicate nella motivazione la sussistenza nella regione di provenienza di una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato suscettibile di mettere a rischio la vita o la incolumità fisica del richiedente asilo. Ha denegato infine la protezione umanitaria in considerazione della mancata deduzione di situazioni ulteriori di vulnerabilità, del grado di istruzione e di qualità professionale acquisita e vissuta in Pakistan dal ricorrente prima dell’espatrio e della riconducibilità del grado di integrazione socio-lavorativa raggiunta in Italia esclusivamente all’utilizzazione delle misure offerte dai piani di accoglienza in attuazione della normativa Europea e interna.

Ricorre per cassazione contro il decreto del Tribunale menzionato in epigrafe il sig. K.I., cittadino pakistano nato a (OMISSIS) il (OMISSIS). Deduce il ricorrente: a) la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, per anomalia motivazionale e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 8, per motivazione apparente rispetto a un fatto rilevante nonché per errata applicazione dei parametri di valutazione della credibilità del narrato oltre che delle ragioni di persecuzione derivanti dalla sua appartenenza a un particolare gruppo sociale; b) violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, in relazione all’errata valutazione del principio di vulnerabilità.

Diritto

RITENUTO

che:

Il ricorso è inammissibile per i seguenti motivi. La illustrazione unitaria e indistinta dei due motivi, già di per sé formulati nella rubrica come attinenti all’art. 360 c.p.c., sia al n. 3 che al n. 5, non consente l’identificazione delle censure relative alla violazione e falsa applicazione delle norme indicate. Non può non ribadirsi sul punto quanto affermato costantemente dalla giurisprudenza di legittimità e ancora di recente dalle Sezioni Unite Civili (S.U. n. 23745 del 28 ottobre 2020; Cass. civ. sez. V, ordinanza n. 18998 del 6 luglio 2021) e cioè che “in tema di ricorso per cassazione, l’onere di specificità dei motivi, sancito dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), impone al ricorrente che denunci il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), a pena d’inammissibilità della censura, di indicare le norme di legge di cui intende lamentare la violazione, di esaminarne il contenuto precettivo e di raffrontarlo con le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata, che è tenuto espressamente a richiamare, al fine di dimostrare che queste ultime contrastano col precetto normativo, non potendosi demandare alla Corte il compito di individuare – con una ricerca esplorativa ufficiosa, che trascende le sue funzioni – la norma violata o i punti della sentenza che si pongono in contrasto con essa”.

Quanto alla dedotta anomalia motivazionale il ricorso è inammissibile perché non conforme alla uniforme interpretazione giurisprudenziale a partire da Cass. civ. S.U. n. 8053 del 7 aprile 2014 secondo cui l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue – secondo tale giurisprudenza – che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Nella specie manca tale indicazione di fatti decisivi la cui valutazione sia stata omessa né può affermarsi – sempre alla luce della stessa sentenza sopra citata delle Sezioni Unite – che la pronuncia impugnata sia viziata da una anomalia motivazionale rilevante dato che questa ipotesi ricorre solo nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”. Il Tribunale di Milano ha esplicitato ampiamente le ragioni per cui ha ritenuto insussistenti nella prospettazione del ricorrente i requisiti per il riconoscimento della protezione umanitaria e quanto alla cd. protezione umanitaria ha diffusamente chiarito le ragioni per cui ha escluso una situazione potenziale di effettiva vulnerabilità del richiedente asilo ricollegabile al suo rientro in Pakistan mentre ha valutato non significativo il grado di integrazione raggiunto in Italia dal ricorrente. Tale valutazione appare conforme al criterio comparativo, in tema di valutazione dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria, affermato da Cass. civ. sez. I n. 4455 del 23 febbraio 2018 e confermato e puntualizzato recentissimamente dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 10188 del 9 settembre 2021 che ha fissato il seguente principio di diritto: “In base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, occorre operare una valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta in Italia. Tale valutazione comparativa dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese di origine possono fondare il diritto dei richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia. Per contro, quando si accerti che tale livello sia stato raggiunto, se il ritorno in Paesi d’origine rende probabile un significativo scadimento delle condizioni di vita privata e/o familiare sì da recare un vulnus al diritto riconosciuto della Convenzione EDU, art. 8, sussiste un serio motivo di carattere umanitario, ai sensi del citato T.U., art. 5, per riconoscere il permesso di soggiorno”.

Per questi motivi il ricorso deve essere dichiarato inammissibile senza statuizioni sulle spese processuali.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Dichiara sussistenti, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, i presupposti per il pagamento, ove dovuto, di ulteriore somma pari al contributo unificato versato dal ricorrente a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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