Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36652 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. III, 25/11/2021, (ud. 26/05/2021, dep. 25/11/2021), n.36652

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25235-2018 proposto da:

B.G., rappresentato e difeso dell’avvocato CLAUDIO

MAZZONI, ed elettivamente domiciliato presso lo studio del medesimo

in VIA TARO, 35, pec: claudiomazzoni.ordineavvocatiroma.org;

– ricorrente –

contro

R.L., R.N., rappresentati e difesi

dall’avvocato LUCA DI PAOLO, ed elettivamente domiciliati presso lo

studio del medesimo in ROMA, VIA OVIDIO, 20, pec:

lucadipaolo.ordineavvocatiroma.org;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4336/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/09/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/05/2021 dal Consigliere Dott. ANNA MOSCARINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. B.G., comproprietario pro-indiviso nella misura del 50% con la sorella B.A. di una palazzina da cielo a terra sita in (OMISSIS), loro pervenuta da atti di donazione del padre, convenne, con atto di citazione del 17/12/2007, la sorella davanti al Tribunale di Roma per sentir accertare che la stessa aveva impedito l’utilizzo delle proprietà comuni e per sentirla condannare alla corresponsione di una somma a titolo di mancato godimento. La convenuta si costituì in giudizio chiedendo, in via riconvenzionale, la condanna dell’attore al risarcimento del danno per aver vanificato la vendita dell’intero fabbricato a terzi.

Tra le parti iniziò anche giudizio per la divisione, nel corso del quale B.G. informò la sorella della propria volontà di mettere a reddito il bene comune concedendolo in locazione a terzi.

Poi il B., con successivo atto di citazione, convenne la sorella ed il figlio R.L., sempre davanti al medesimo Tribunale, per sentir dichiarare la nullità del contratto di locazione stipulato tra madre e figlio avente ad oggetto uno degli appartamenti di proprietà comune e di condannare il R. al pagamento di una indennità.

Riuniti i giudizi e disposta una CTU, il Tribunale di Roma, con sentenza n. 12808 del 13/6/2011, rigettò le domande.

3. B.G. propose appello sia in ordine all’accertamento della nullità o inefficacia del contratto di locazione intercorso tra B.A. e R.L. sia in ordine alla condanna di quest’ultimo al pagamento di un’indennità di occupazione e al risarcimento del maggior danno. Gli appellati svolsero appello incidentale sul mancato accoglimento della domanda riconvenzionale.

4. La Corte d’Appello di Roma, con sentenza n. 4336 del 30/6/2017, per quanto ancora qui di interesse, in parziale accoglimento dell’appello principale, ha dichiarato inefficace il contratto di locazione stipulato tra B.A. ed il figlio R.L., ritenendo non raggiunta la prova del consenso del B. alla stipula del contratto di locazione, ma ha ritenuto che la dichiarata inefficacia del contratto non potesse comportare ex se il riconoscimento delle somme a titolo di risarcimento dei danni per l’illegittima occupazione della cosa comune, in quanto la condotta tenuta dall’attore, sia anteriormente alla comunicazione dell’intervenuta stipula del contratto di locazione sia successivamente alla stessa e alla comunicazione della successiva proposta di acquisto dell’intera palazzina, denotava l’assoluta contrarietà del medesimo a qualsiasi soluzione propugnata dalla sorella di accrescimento della redditualità della cosa comune mediante impieghi fruttiferi quali la locazione o la cessione a terzi. Conseguentemente la Corte territoriale ha ritenuto mancare il collegamento causale tra la mancata percezione di somme a titolo di indennità di occupazione e l’occupazione della cosa comune da parte del nipote apparendo la stessa totalmente attribuibile ad una libera scelta del comproprietario dissenziente di non utilizzare direttamente né locare o cedere a terzi la cosa comune.

Quanto alla domanda risarcitoria la Corte territoriale ha confermato la sentenza di primo grado in ordine al legittimo uso della cosa comune da parte di uno dei comproprietari, in assenza di prova della volontà dell’altro comproprietario di un diverso impiego della cosa comune.

4. Avverso la sentenza B.G. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi. Hanno resistito, con un unico controricorso, R.L., in proprio e nella qualità di erede di B.A. e R.N., in qualità di erede di B.A..

5. La trattazione è stata fissata in adunanza camerale ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1, in vista della quale B.G. ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso – nullità della sentenza o del procedimento per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, e omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – parte ricorrente censura l’impugnata sentenza nella parte in cui, pur avendo dichiarato l’inefficacia del contratto di locazione intercorso tra B.A. e R.L., ha disatteso la domanda di pagamento dell’indennità di occupazione, formulata dal comproprietario, con ciò contrastando, oltre che tutti gli elementi di prova acquisiti al giudizio, anche l’elementare considerazione che l’azione del B. non poteva certo dirsi volta alla sola declaratoria di inefficacia del contratto ma anche e soprattutto al riconoscimento di un’indennità, quantificata peraltro dal CTU in primo grado. Ad illustrazione della contraddittorietà ed apparenza della motivazione il ricorrente richiama le prove documentali acquisite al giudizio: 1) la racc. a/r del (OMISSIS), con la quale il B. informava il nipote L. della necessità di corrispondergli un’indennità di occupazione per continuare ad abitare l’immobile in comproprietà con la sorella; 2) la comunicazione del 07/04/2008, con la quale la “(OMISSIS)” informava il B. che un ipotetico canone di locazione dell’immobile occupato dal nipote sarebbe ammontato ad Euro 1.600,00; 3) la racc. a/r del (OMISSIS), con la quale il B. informava la sorella A. delle sue intenzioni di porre in locazione tutti i beni di proprietà comune al fine di trarne un’utilità economica e che, se la stessa e il figlio L. avessero voluto continuare ad abitare gli immobili dagli stessi occupati, avrebbero dovuto versargli un’indennità di “mancato utilizzo” pari al 50% di un ipotetico canone di affitto.

Sulla base dei richiamati documenti la Corte territoriale avrebbe dovuto ritenere insussistente il preteso disinteresse del B. alla redditività del bene ed accogliere la domanda di condanna dei convenuti al pagamento dell’indennità di occupazione dei beni di proprietà comune. Ne’ la Corte territoriale avrebbe potuto attribuire alcuna rilevanza alla restituzione dell’assegno di Euro 400 da parte del B. al nipote R.L. quale sintomo di pretesa rinuncia alla volontà di trarre un’utilità dal bene, in quanto la restituzione era da intendersi motivata in ragione della incongruità del canone.

2. Con il secondo motivo di ricorso – nullità della sentenza o del procedimento per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1102 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e 3), omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (360 c.p.c., comma 1, n. 5) – parte ricorrente censura l’impugnata sentenza nella parte in cui ha disatteso la domanda risarcitoria formulata dal B. in ragione del mancato godimento della cosa comune. A sostegno del motivo il ricorrente menziona i documenti versati in atti – ed in particolare la raccomandata inviata alla sorella A. in data 26/6/2007 – dai quali il giudice avrebbe, invece, dovuto evincere l’espressa volontà del B. di trarre una utilità economica dalla cosa comune, fatto sul quale la sentenza omette di pronunciare, così dando luogo ad una motivazione apparente censurabile sia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 sia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

1-2 Il ricorso va accolto per quanto di ragione. La motivazione dell’impugnata sentenza -là dove esclude la volontà del B. di trarre utilità dalla cosa comune e di ottenere dal nipote l’indennità di occupazione a titolo di mancati canoni locatizi – è certamente apparente ponendosi in contrasto con le risultanze probatorie acquisite agli atti, tutte volte a rappresentare la determinata volontà dell’attore di contrastare l’uso esclusivo della cosa comune da parte della sorella e del nipote. Dall’esame delle raccomandate versate in atti e puntualmente richiamate nel ricorso ai fini dell’autosufficienza ai sensi dell’art. 366 n. 6 c.p.c., emerge l’espressa volontà del B. sia di ottenere dal nipote una indennità di occupazione sia di ottenere dalla sorella A. il consenso per mettere a reddito l’immobile di proprietà comune, a fronte della quale la motivazione dell’impugnata sentenza secondo cui “non si ravvisa alcun collegamento causale tra la mancata percezione di somme a titolo di indennità di occupazione o canoni e l’occupazione della cosa comune da parte del nipote’, apparendo la stessa totalmente attribuibile ad una scelta libera del comproprietario” si appalesa invero come intrinsecamente e irredimibilmente contraddittoria e pertanto meramente apparente e quindi inesistente (v. da ultimo, Cass., 9/7/2021 n. 19610; Cass., 16/2/2021 n. 4030).

Si rientra infatti nei casi in cui questa Corte sussume la fattispecie nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 sussistenti qualora la pronuncia “rileva una obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che ha condotto il giudice alla formazione del proprio convincimento, come accade quando non vi è alcuna esplicitazione sul quadro probatorio né alcuna disamina logico-giuridica che lasci trasparire il percorso argomentativo seguito (Cass., L, n. 3819 del 14/2/2020; Cass., n. 6145 del 2019, Cass., n. 14762 del 2019; Cass., n. 22598 del 2018)”.

Così come è fondata la censura ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 in quanto ciò che risulta pretermesso non è soltanto la rilevanza dell’uno o dell’altro mezzo istruttorio ma proprio il fatto storico in sé, costituito, per l’appunto, dall’espressa volontà del B. di trarre utilità economiche dalla cosa comune. Il caso rientra nelle ipotesi di motivazione apparente che, secondo l’orientamento di questa Corte, si configura quando “pur se graficamente esistente ed, eventualmente sovrabbondante nella descrizione astratta delle norme che regola la fattispecie dedotta in giudizio, la motivazione non consente alcun controllo sull’esattezza e la logicità del ragionamento decisorio, così da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6″ (Cass., 1, n. 13248 del 30/6/2020).

3. Conclusivamente il ricorso va accolto per quanto di ragione, la sentenza cassata in relazione e la causa rinviata alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.

PQM

La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione, cassa l’impugnata sentenza e rinvia alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 26 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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