Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36641 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. III, 25/11/2021, (ud. 26/04/2021, dep. 25/11/2021), n.36641

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al numero 13933 del ruolo generale dell’anno

2018 proposto da:

INTRAMAR S.p.A., (P.I.: (OMISSIS)), in persona dell’amministratore

unico, legale rappresentante pro tempore,

L.D.F., rappresentato e difeso, giusta procura che si dichiara

allegata al ricorso, dall’avvocato Massimo Pozzi, (C.F.:

PZZMSM53A05E506T);

– ricorrente –

nei confronti di:

FINOPER S.p.A., (C.F.: (OMISSIS)), in persona dell’amministratore,

legale rappresentante pro tempore, Cunard Holdings Ltd,

rappresentato e difeso, giusta procura in calce al controricorso,

dagli avvocati Antonio Rappazzo, (C.F.: RPPNTN35H11F943D,) e

Giuseppe Rappazzo, (C.F.: RPPGPP67H20F943Z);

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Roma n.

7094/2017, pubblicata in data 8 novembre 2017;

udita la relazione sulla causa svolta alla Camera di consiglio del 26

aprile 2021 dal Consigliere Dott. Augusto Tatangelo.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Intramar S.p.A. ha intimato precetto di pagamento dell’importo di Euro 1.324.783,70 a Finoper S.p.A., sulla base di titolo esecutivo costituito da una ordinanza ingiuntiva emessa dal Tribunale di Roma ai sensi dell’art. 263 c.p.c., comma 2 e art. 264 c.p.c., comma 3, in favore di D.M.T., che le aveva ceduto il relativo credito.

Finoper S.p.A. ha proposto opposizione ai sensi dell’art. 615 c.p.c..

L’opposizione è stata rigettata dal Tribunale di Roma.

La Corte di Appello di Roma, in riforma della decisione di primo grado, la ha invece accolta.

Ricorre Intramar S.p.A., sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso Finoper S.p.A..

E’ stata disposta la trattazione in Camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375 e 380 bis.1 c.p.c..

Parte controricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Risulta pregiudiziale ed assorbente la verifica dell’ammissibilità del ricorso.

La società ricorrente risulta costituita in giudizio, in persona del suo legale rappresentante, a mezzo dell’avvocato Massimo Pozzi, in virtù di procura allegata al ricorso, secondo quanto è dichiarato nell’epigrafe dello stesso, (precisamente, nel ricorso si afferma esistere “mandato su foglio separato congiunto in calce al presente atto”).

Non è stato peraltro possibile rinvenire la predetta procura difensiva, né materialmente congiunta all’originale del ricorso, né, in generale, nel fascicolo processuale, nonostante le puntuali ricerche in proposito effettuate dalla Corte, che ha direttamente esaminato lo stesso fascicolo e specificamente interpellato la Cancelleria in ordine alle modalità di un eventuale deposito della procura in questione con modalità tali per cui essa potesse, anche per errore o disguido, trovarsi ad essere allocata in una diversa posizione del fascicolo stesso.

La società ricorrente, in mancanza di una regolare procura difensiva ai sensi dell’art. 83 c.p.c., non può ritenersi regolarmente costituita in giudizio, con conseguente inammissibilità del suo ricorso.

2. L’inammissibilità del ricorso, per le ragioni appena esposte, ha carattere assorbente.

A soli fini di completezza espositiva è opportuno, comunque, illustrare sinteticamente le ragioni per cui l’impugnazione non avrebbe potuto in nessun caso essere esaminata nel merito, essendo inammissibile anche per il mancato rispetto del requisito della esposizione sommaria dei fatti prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

Tale requisito è considerato dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso e deve consistere in una esposizione sufficiente a garantire alla Corte di Cassazione di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass., Sez. U., Sentenza n. 11653 del 18/05/2006, Rv. 588770 – 01; conf.: Sez. 3, Ordinanza n. 22385 del 19/10/2006, Rv. 592918 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 15478 del 08/07/2014, Rv. 631745 – 01; Sez. 6 – 3, Sentenza n. 16103 del 02/08/2016, Rv. 641493 – 01). La prescrizione del requisito in questione non risponde ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e/o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass., Sez. U, Sentenza n. 2602 del 20/02/2003, Rv. 560622 – 01; Sez. L, Sentenza n. 12761 del 09/07/2004, Rv. 575401 – 01; Cass., Sez. U., Sentenza n. 30754 del 28/11/2004). Stante tale funzione, per soddisfare il suddetto requisito è necessario che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle difese svolte dalle parti in appello, ed infine del tenore della sentenza impugnata.

Il ricorso in esame, nell’esposizione del fatto, non presenta tale contenuto minimo.

Vengono richiamate le vicende dei processi che hanno portato all’emissione e poi alla caducazione del titolo esecutivo (benché, con riguardo a quest’ultima, non si chiarisca adeguatamente l’oggetto ed il fondamento della relativa decisione), ma non sono invece illustrate in modo adeguato le vicende del presente giudizio.

In particolare, nel ricorso non è chiarita l’esatta natura dell’opposizione originariamente proposta (che solo sulla base della sentenza impugnata pare doversi qualificare come opposizione a precetto); non si indica comunque in modo puntuale l’oggetto del precetto opposto, non si indicano le ragioni poste a base dell’opposizione, né il contenuto della sentenza di primo grado e neanche quello del gravame proposto avverso la stessa, nonostante la peculiarità delle vicende sottostanti, che avrebbe richiesto una esposizione particolarmente dettagliata e puntuale.

Basti considerare che il precetto opposto sembra essere stato intimato nel 2013 e che l’opposizione pare fosse in origine fondata sulla deduzione che il titolo esecutivo avesse perduto efficacia, essendo stata dichiarata cessata la materia del contendere nel giudizio di merito, ma nel ricorso non viene chiarito per quale ragione il tribunale avrebbe rigettato l’opposizione e in base a quali motivi era stato proposto appello. Solo nel 2017, in grado appello, sembrerebbe poi dedotto un fatto del tutto nuovo, e cioè che era stata proposta una actio nullitatis in relazione all’ordinanza costituente titolo esecutivo e tale domanda era stata accolta, fatto nuovo che pare aver costituito la ragione dell’accoglimento dell’opposizione e sul quale anche nella presente sede pare controvertersi (e ciò sebbene l’accoglimento di una domanda giudiziale e, in particolare, dell’opposizione all’esecuzione, non possa di certo avvenire per ragioni diverse da quelle oggetto della domanda stessa).

In definitiva va ribadito che, in ragione delle segnalate lacune del ricorso nell’esposizione dei fatti di causa, non sarebbe possibile per la Corte in nessun caso di accedere al merito delle censure avanzate con lo stesso.

3. Il ricorso è dichiarato inammissibile.

Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.

Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte:

dichiara inammissibile il ricorso;

condanna la società ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della società controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 7.200,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonché spese generali ed accessori di legge, con distrazione in favore degli avvocati Antonio e Giuseppe Rappazzo.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali (rigetto, ovvero dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso (se dovuto e nei limiti in cui lo stesso sia dovuto), a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 26 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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