Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36635 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. III, 25/11/2021, (ud. 11/03/2021, dep. 25/11/2021), n.36635

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele Gaetano Antonio – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15289/2019 proposto da:

BIOPIG F. SOCIETA’ AGRICOLA SOCIETA’ SEMPLICE, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA ANTONIO GRAMSCI 7, presso lo studio

dell’avvocato AL.BA. LEX & PARTNERS C/O ST LEGALE ASSOCIATO,

rappresentata e difesa dall’avvocato SIMONE PETTITI;

– ricorrente –

contro

ISTITUTO VENDITE GIUDIZIARIE IFIR PIEMONTE IVG SRL;

– intimato –

avverso la sentenza n. 346/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 28/2/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio

dell’11/3/2021 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 28/2/2019 la Corte d’Appello – Sezione specializzata agraria – di Torino ha respinto il gravame interposto dalla Società Agricola Biopig F. S.S. in relazione alla pronunzia Trib. Asti – Sezione specializzata agraria – n. 190/2018, di accoglimento della domanda nei suoi confronti proposta dall’Ifir Piemonte I.V.G. s.r.l. di “risoluzione per morosità (sussistente dal 2013) del contratto di affitto agrario stipulato in data 1/8/2009 con la proprietaria F.A. e G. S.S. (debitrice esecutata) limitatamente ai beni interessati dalle suddette procedure esecutive”.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la Società Agricola Biopig F. S.S. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 3 motivi. L’intimata non ha svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1 motivo la ricorrente denunzia violazione dell’art. 1218 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia erroneamente ritenuto che il “mancato pagamento del canone… fosse imputabile a Biopig, perché era rimasta morosa” laddove “non si vede come Biopig avrebbe potuto, da un lato, rimanere attinta alla quantificazione di un canone che era – come riconosciuto – sganciato dalle effettive condizioni dei beni e, dall’altro, versare delle somme che i creditori avevano già dichiarato di non accettare, in difetto dell’accertamento della somma effettivamente dovuta).

Con il 2 motivo denunzia violazione degli artt. 1206,1209,1220 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole non essersi dalla corte di merito considerato che l’offerta reale ex art. 1209 c.c. e l’offerta non formale ex art. 1220 c.c., non fossero applicabili al caso di specie in quanto “sia la prima sia la seconda fanno riferimento ad un’offerta “che comprenda la totalità della somma o delle cose dovute” (art. 1208 c.c.) o della “prestazione dovuta” (art. 1220 c.c.), laddove nel caso in esame era proprio l’oggetto della prestazione dovuta ad essere posto in dubbio, dacché la Corte non aveva dato ingresso alla richiesta di determinare giudizialmente il canone dovuto da Biopig; e poiché l’importo dovuto non era stato accertato, e quello (minore) proposto in pagamento da Biopig era stato rifiutato dal ceto creditorio, non è dato comprendere come Biopig avrebbe potuto avanzare un’offerta (sia reale, sia non formale) per la totalità delle somme dovute, o per la prestazione dovuta, relativa ad una somma la cui debenza non era accertata (e quella proposta non era stata accettata)”.

Lamenta non essersi dalla corte di merito considerato che “in difetto del preventivo accertamento del quantum della prestazione, Biopig non avrebbe potuto avanzare alcuna offerta, nel senso indicato dalla Corte nel respingere la richiesta del termine di grazia per il pagamento (D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 11, comma 8), così che l’offerta di corrispondere un importo di molto inferiore a quello oggetto della morosità non avrebbe acconsentito la concessione del termine”.

Con il 3 condizionato motivo denunzia violazione dell’art. 2923 c.c., L. n. 203 del 1982, art. 41, art. 560 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito abbia “richiamato il consolidato orientamento di questa Corte a mente del quale il contratto di affitto è opponibile, in difetto di trascrizione, nei soli termini del novennio”.

Lamenta che, pur non incidendo tale “assunto” sull'”impianto della sentenza impugnata”, tale orientamento merita “di essere rimeditato”.

Il ricorso è inammissibile.

Con particolare riferimento al 1 e al 2 (prima parte) motivo va anzitutto osservato che la ratio decidendi dell’impugnata sentenza concernente la morosità del 2013 (“in ogni caso la morosità contestata dall’IFIR Piemonte I.V.G. s.r.l. risale al novembre 2013 (al tempo, ossia, della nomina del custode) e, d’altra parte non c’e’ alcuna prova che l’affittuaria avesse provveduto da tale data -come invece asserito nel ricorso in appello (pag. 9), ove si dà prova, tramite i docc. sub nn. 8)-12), solo di pagamenti anteriori- a corrispondere i canoni d’affitto alla locatrice F. s.s., né può avere rilevanza alcuna il dedotto meccanismo compensatorio con gli eventuali debiti della proprietaria, a fronte della mancata omologazione della procedura ex lege n. 3 del 2012 (interessante, oltretutto, beni sottoposti a pignoramento)”) risulta invero dall’odierna ricorrente non (quantomeno idoneamente) censurata, essendosi essa limitata a dedurre in ordine alla questione della propria disponibilità a “pagare un importo inferiore” relativamente alle “annualità 2015, 2016 e 2017” e della mancata accettazione di tale proposta da parte del “ceto creditorio”.

Senza sottacersi al riguardo che il rifiuto di condividere la determinazione del canone dovuto in Euro 45.000 (somma determinata dal c.t.p. della ricorrente quale canone dovuto per le annualità 2015, 2016 e 2017) da parte dei creditori in sede esecutiva era invero rilevante ai fini della conclusione di un accordo di rideterminazione del canone in via convenzionale proposto dall’odierna ricorrente, ma (fermo restando che si trattava di una proposta e non già di un’offerta, quand’anche non formale) ciò comunque non la esentava dal procedere ad un’offerta formale o almeno informale in funzione di una richiesta di determinazione del canone in via giudiziale, al fine di sottrarsi all’inadempimento e agli effetti della mora.

Atteso che giusta principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità in materia di contratti agrari in base al quale ai sensi della L. n. 203 del 1982, art. 46, il giudice ha l’obbligo e non la facoltà di concedere il termine di grazia per il pagamento dei canoni scaduti sempre che l’affittuario moroso formuli al riguardo un’istanza inequivoca per porre fine al merito della lite, sicché la violazione da parte del giudice di merito del precetto de quo è configurabile soltanto se dalla parte che la invochi sia dedotto e dimostrato che il termine, benché richiesto, non sia stato concesso (v. Cass., 7/1/2013, n. 25053; Cass., 8/1/2005, n. 259), laddove (in violazione del requisito a pena d’inammissibilità prescritto all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6) non risulta dall’odierna ricorrente invero indicato se e quando abbia formulato siffatta richiesta del termine di grazia né riportato il relativo contenuto; e sottolineato per altro verso che l’offerta non formale e il termine di grazia sono istituti con presupposti e finalità diversi, va posto ulteriormente in rilievo che al di là della formale intestazione dei motivi essa deduce in realtà doglianze (anche) di vizio di motivazione al di là dei limiti consentiti dalla vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (v. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053), nel caso ratione temporis applicabile, sostanziantesi nel mero omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, dovendo riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non anche come nella specie il “paralogismo che mina il ragionamento della sentenza impugnata (v. pag. 14 del ricorso) ovvero l’omessa e a fortiori l’erronea valutazione di determinate emergenze probatorie (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, conformemente, Cass., 29/9/2016, n. 19312).

Emerge evidente, a tale stregua, come l’odierna ricorrente in realtà inammissibilmente prospetti una rivalutazione del merito della vicenda comportante accertamenti di fatto invero preclusi a questa Corte di legittimità, nonché una rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tale fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, non potendo in sede di legittimità riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale, atteso il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte Suprema di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Avuto specificamente riguardo al 3 motivo, non può infine sottacersi che, oltre ad essere condizionato all’accoglimento dei primi due motivi, esso concerne invero parte della motivazione dell’impugnata sentenza svolta meramente ad abundantiam (“A parte il fatto che la questione dell’opponibilità novennale del contratto di affitto non trascritto non è stata oggetto di statuizione da parte del primo Giudice, si deve in ogni caso ribadire sul punto l’insegnamento…”).

Non è a farsi luogo a pronunzia in ordine alle spese del giudizio di cassazione, non avendo l’intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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