Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36612 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. II, 25/11/2021, (ud. 09/04/2020, dep. 25/11/2021), n.36612

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27940/2016 proposto da:

S.M.R., SC.AL., rappresentati e difesi

dall’avv. DIEGO ALLETTO;

– ricorrenti –

contro

N.S., G.S., G.L., EREDI DI

G.G., C.C., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DI

PORTA PERTUSA 4, presso lo studio dell’avvocato OTTORINO AGATI,

rappresentati e difesi dall’avvocato CARMELO MADONIA;

– controricorrenti –

contro

CA.CO.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1377/2016 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 14/07/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

09/04/2021 dal Consigliere Dott. ROSSANA GIANNACCARI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il giudizio trae origine dal ricorso per la reintegra del possesso di un cortile condominiale, proposto da C.C., G.G. e Ca.Co., innanzi al Tribunale di Agrigento nei confronti di Sc.Al. e S.M.R.. I ricorrenti dedussero di avere il possesso di tale spazio sul quale si affacciavano gli appartamenti di loro proprietà ed erano collocate le fognature ed i canali di scarico; esposero di avere le chiavi per accedere a detta area e che nel (OMISSIS), i resistenti, proprietari di un altro appartamento posto nello stesso edificio, avevano sostituito il cancello in ferro, impedendo loro l’accesso nel cortile.

Instauratosi il contraddittorio con la costituzione di Sc.Al. e S.M.R., il Tribunale di Agrigento accolse il ricorso di C.C. e G.G., ordinando ai resistenti di consegnare le chiavi; rigettò, invece, la domanda proposta da Ca.Co..

La corte d’appello di Palermo confermò la sentenza di primo grado.

In primo luogo ritenne irrilevanti le questioni di carattere petitorio relative alla natura del bene condominiale del cortile in quanto e non ravvisò la violazione di cui all’art. 112 c.p.c., sul rilievo che sarebbe stato lamentato lo spoglio nel compossesso mentre il giudice di primo grado aveva riconosciuto il possesso esclusivo del cortile. Secondo la corte di merito, nel ricorso introduttivo non era stato evocato lo spoglio del possesso sicché “era irrilevante che il possesso fosse comune agli altri legittimati (possessori o proprietari) o esclusivo, restando il possesso comunque una res facti.”. Sulla base dell’interpretazione dell’atto introduttivo ritenne che non fosse stato dedotto specificamente il compossesso del cortile e, sulla base della valutazione delle prove ritenne raggiunta la prova del corpus e dell’animus possidendi dei ricorrenti.

Per la cassazione della sentenza d’appello hanno proposto ricorso Sc.Al. e S.M.R. sulla base di tre motivi.

Hanno resistito con controricorso C.C. e gli eredi di G.G., i quali hanno chiesto la condanna dei ricorrenti alle spese del giudizio di cassazione per lite temeraria.

Non ha svolto attività difensiva Ca.Co..

In prossimità dell’udienza, i contro ricorrenti hanno depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti e la violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione all’accertamento dei titoli di proprietà da cui emergerebbe la proprietà esclusiva del cortile.

Il motivo è inammissibile.

Quanto al vizio di motivazione, l’esame del motivo è precluso dall’esistenza di una “doppia conforme”, ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, in quanto il giudizio d’appello è stato introdotto in data successiva all’11.9.2012.

Non sussiste altresì la violazione del principio dell’onere della prova in relazione alla presunta condominialità del cortile, risultante dal titolo di proprietà prodotto in giudizio, dal quale emergerebbe che il cortile era di proprietà esclusiva dei ricorrenti.

La censura non coglie nel segno perché non invoca una errata ripartizione dell’onere della prova ma sollecita un’alternativa valutazione della natura condominiale del bene sulla base del titolo di proprietà, che, attesa la natura possessoria del giudizio de quo, è stato correttamente ritenuto irrilevante dalla corte di merito.

Con il secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la corte di merito violato il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato in quanto la domanda avrebbe avuto ad oggetto lo spoglio nel compossesso mentre il giudice di merito aveva riconosciuto il possesso esclusivo del cortile, attribuendo un bene della vita che non era stato richiesto. La corte di merito avrebbe modificato il petitum, violando il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato sicché la sentenza sarebbe stata emessa ultra petita.

Il motivo non è fondato.

Ha affermato la corte distrettuale, nell’ambito dell’interpretazione della domanda, affidata al giudice di merito, che i ricorrenti avevano chiesto la tutela del possesso sul cortile e che la situazione possessoria costituisce una res facti, la quale prescinde dall’accertamento della proprietà esclusiva o condominiale del bene oggetto del giudizio. Poiché nell’interpretazione la domanda, la corte ha ritenuto che i ricorrenti avessero lamentato l’impedimento ad accedere nell’area cortilizia, il petitum era costituito dall’ordine del giudice di reintegra nella situazione possessoria attraverso la consegna delle chiavi. Detta pronuncia non viola l’art. 112 c.p.c., perché non attribuisce un bene della vita diverso sicché non è ravvisabile il vizio di ultrapetizione.

Come affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, nell’ipotesi in cui sia stata chiesta la tutela del possesso esclusivo e riconosciuto il compossesso sul bene, che è possibile e tutelabile la coesistenza simultanea sulla medesima cosa di una pluralità di situazioni possessorie, di diverso contenuto, anche in capo a diversi soggetti, che si concretizzino, per ognuno di essi, in attività corrispondenti all’esercizio di differenti diritti reali (Cass. n. 1584 del 2015). Non si ha quindi mutamento della domanda in relazione alla situazione di possesso o compossesso in quanto il fatto costitutivo dell’azione resta il possesso, mutando solo il profilo giuridico dell’azione sicché non può ritenersi inibito al giudice, nel sovrano apprezzamento delle prove, di scorgere, anziché una situazione di possesso solitario, una convergenza di poteri di fatto che si traducono sostanzialmente in possesso (Cassazione civile sez. II, 12/06/2014, n. 13415; Cassazione civile sez. II, 05/03/2019, n. 6366).

Con il terzo motivo di ricorso, proposto in via subordinata, si deduce la violazione dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti per avere la corte di merito errato nella valutazione delle prove testimoniali.

Il motivo è inammissibile.

La deduzione della violazione dell’art. 116 c.p.c., è ammissibile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo “prudente apprezzamento”, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia invece dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è consentita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nei limiti in cui è consentito il sindacato di motivazione (Cassazione civile sez. un., 30/09/2020, n. 20867).

Nella specie, il ricorrente si duole della valutazione del materiale istruttorio, insindacabile in sede di legittimità e la deduzione del vizio motivazionale è preclusa dall’esistenza di una cosiddetta “doppia conforme”.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte di Cassazione, il 9 aprile 2020.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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