Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36611 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. II, 25/11/2021, (ud. 08/04/2021, dep. 25/11/2021), n.36611

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 15355/2016 R.G. proposto da:

L.A., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in Roma, al

viale Mazzini, n. 146, presso lo studio dell’avvocato Ezio Spaziani

Testa, che disgiuntamente e congiuntamente all’avvocato Francesco

Farini, la rappresenta e difende in virtù di procura speciale a

margine del ricorso.

– ricorrente –

contro

D.T.R., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma,

alla via Emilio Faà di Bruno, n. 14, presso lo studio dell’avvocato

Giammarco Di Raimo, che disgiuntamente e congiuntamente all’avvocato

Luigi Voccola, lo rappresenta e difende in virtù di procura

speciale in calce al controricorso.

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1357/2015 della Corte d’Appello di Venezia;

udita la relazione nella Camera di consiglio dell’8 aprile 2021 del

consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. Con atto notificato in data 28.10.2002 L.A., in proprio e quale procuratrice generale della madre, F.A., proprietaria, unitamente alla madre, del terreno in (OMISSIS) (in catasto al fol. (OMISSIS), mapp. (OMISSIS)), e dell’immobile che vi era stato edificato, citava a comparire dinanzi al Tribunale di Padova D.T.R. e D.T.G., proprietari del terreno confinante (in catasto al fol. (OMISSIS), mapp. (OMISSIS)).

Esponeva che a decorrere dal 1986 il confine catastale tra il proprio fondo ed il fondo dei convenuti, per fatto a questi ultimi in via esclusiva ascrivibile, non era più individuabile in maniera visibile.

Esponeva, segnatamente, che il muretto divisorio in cemento con sovrastante rete metallica, per un errore di posizionamento imputabile ai convenuti, risultava collocato integralmente nel fondo di sua proprietà, con conseguente sconfinamento ed occupazione di una porzione del suo terreno.

Esponeva che i convenuti avevano realizzato nuove costruzioni ed aperto nuove vedute a distanza irregolare dal confine catastale.

Chiedeva individuarsi, alla stregua delle risultanze catastali, la linea di confine tra i fondi limitrofi ed autorizzarsi la costruzione, a spese comuni dei proprietari confinanti, di un muro, della massima altezza consentita, a cavallo dell’acclarando confine.

Chiedeva farsi luogo all’accertamento delle opere realizzate a distanza irregolare e condannarsi i convenuti all’arretramento delle medesime opere nonché al risarcimento dei danni.

2. Si costituiva D.T.R.. Deduceva che sin dal 1950 il confine tra i fondi correva lungo la linea segnata dalla parete esterna della baracca esistente sul fondo dell’attrice.

Deduceva ulteriormente che le opere eseguite erano del tutto conformi ai progetti rilasciati e nessuna violazione delle distanze era stata compiuta.

Instava per il rigetto dell’avversa domanda; in via riconvenzionale subordinata chiedeva accertarsi l’intervenuto acquisto da parte sua per usucapione della porzione di terreno posizionata entro la linea di confine all’uopo indicata.

3. Veniva dichiarato contumace D.T.G..

4. Effettuata l’ispezione dei luoghi, assunta la prova per testimoni, espletata la c.t.u., acquisito il supplemento alla relazione di c.t.u., con sentenza n. 1699/2012 l’adito tribunale accertava e dichiarava che il muretto in cemento con sovrastante recinzione identificava e coincideva con il confine tra le limitrofe proprietà, rigettava ogni ulteriore domanda dell’attrice, condannava l’attrice alle spese di lite e a farsi carico delle spese di c.t.u..

5. Con citazione notificata il 25.10.2012 L.A. proponeva appello. Resisteva D.T.R. (pur quale erede di D.T.G.).

6. Con sentenza n. 1357/2015 la Corte di Venezia rigettava il gravame.

Evidenziava la corte che la valutazione operata, ai fini della individuazione del confine, dal tribunale alla stregua degli esiti istruttori risultava congrua ed esauriente.

Evidenziava in particolare che doveva escludersi qualsivoglia sconfinamento da parte degli appellati, siccome dalle risultanze della c.t.u. e delle dichiarazioni testimoniali era emerso che la linea di confine esistente coincideva con quella che le parti, sino all’insorgere della controversia, avevano sempre reputato esatta.

Evidenziava quindi che correttamente il tribunale, in conformità al disposto dell’art. 950 c.c., non aveva tenuto conto delle divergenti risultanze catastali.

Evidenziava, per altro verso, che l’ausiliario d’ufficio aveva acclarato, merce’ sovrapposizione dei progetti, che la superficie di ingombro del manufatto degli appellati non era stata, a seguito della ristrutturazione, modificata e risultava eguale a quella dell’originario fabbricato, risalente al 1949.

Evidenziava quindi che l’edificio degli appellati ben poteva conservare le distanze originarie.

Evidenziava, per altro verso ancora, che il consulente tecnico aveva accertato sia che la distanza tra la terrazza con parapetto e la linea di confine – il muretto in cemento – sia che la distanza tra il terrazzo sovrastante il portico e la linea di confine – il muretto in cemento – erano superiori ad m. 1,50, sicché non vi era stata violazione della distanza in tema di vedute.

Evidenziava infine che la profondità del portico a piano terra era risultata, per giunta, inferiore a quella indicata nel condono dei D.T.; che l’asserita costruzione ex novo, a distanza irregolare, del muro nell’angolo ove era ubicata la tettoia, correttamente era stata dal primo giudice ritenuta non sufficientemente comprovata.

7. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso L.A.; ne ha chiesto sulla scorta di tre motivi, variamente articolati, la cassazione con ogni conseguente statuizione anche in ordine alle spese di lite.

D.T.R. ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

8. La ricorrente ha depositato memoria.

9. Con il primo motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 873,901,905,907,950,2697,2699,2702,2721,2727 e 2729 c.c., nonché degli artt. 112,115,116 e 196 c.p.c..

10. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che la corte d’appello ha erroneamente applicato le norme in tema di ripartizione dell’onere della prova, in tema di prova per presunzioni, in tema di preclusioni a nuove domande e allegazioni, in tema di disponibilità e valutazione delle prove, in tema di corrispondenza tra “chiesto e pronunciato”.

Deduce che, in sede di individuazione del confine, la corte di merito non ha tenuto conto delle risultanze documentali né comunque le ha compiutamente valutate.

Deduce segnatamente, quanto al mappale (OMISSIS), che la corte non ha tenuto conto del frazionamento con cui nel 1923 fu creato il mappale (OMISSIS), dell’atto di compravendita del 20.10.1923, dell’estratto di mappa risalente al 1985.

Deduce segnatamente, quanto al mappale (OMISSIS), che la corte non ha tenuto conto del frazionamento con cui nel 1924 fu creato il mappale (OMISSIS).

Deduce altresì che la corte non ha valutato le risultanze anzidette alla luce delle planimetrie allegate al primo elaborato rimesso dal consulente d’ufficio.

Deduce che, del pari in sede di individuazione del confine, la corte non ha tenuto conto che i testimoni da ella addotti hanno unanimemente riferito che fino al 1986 la recinzione, a differenza di quella attuale, correva lungo la direttrice del confine catastale.

Deduce che del resto depongono in tal senso pur le dichiarazioni rese dal geometra Z., teste indicato dalla controparte.

Deduce inoltre che, contrariamente all’assunto della corte, è da escludere che dalla descrizione dei luoghi operata dal c.t.u. si possa evincere la corrispondenza del confine con il muretto sovrastato dalla recinzione metallica.

Deduce infine che la corte, a fronte delle risultanze di causa, avrebbe dovuto quanto meno ravvisare uno stato di incertezza in ordine alla collocazione del confine, tale da giustificarne, in via residuale, la identificazione con il confine catastale.

Deduce che, in sede di riscontro degli abusi commessi in violazione delle distanze dalla controparte, la corte distrettuale del tutto immotivatamente non ha ritenuto di far luogo alla sollecitata rinnovazione della c.t.u., rinnovazione viepiù necessaria in considerazione delle inadempienze ed incongruenze, debitamente evidenziate e del tutto ignorate, che hanno inficiato l’operato del consulente.

Deduce altresì che la corte per nulla ha tenuto conto delle risultanze del secondo elaborato depositato dall’ausiliario d’ufficio.

Deduce che del resto ben avrebbe potuto la corte acquisire riscontro della violazione delle distanze pur con riferimento alle vedute realizzate merce’ il raffronto tra le fotografie allegate all’istanza di condono depositata nel 1986 dai D.T. e le fotografie scattate dal c.t.u. nel 2005 ed allegate alla prima relazione.

Deduce inoltre che la corte avrebbe dovuto considerare nuove costruzioni l’ampliamento e la sopraelevazione del corpo accessorio, il nuovo portico al piano terra e la sovrastante terrazza, la soprelevazione del corpo principale, la terrazza al secondo piano, il locale realizzato all’angolo sud-ovest, il nuovo tetto.

Deduce poi che la corte in maniera apodittica ha reputato irrilevanti le risultanze e gli allegati – costituenti confessione stragiudiziale – alla pratica di condono ed in maniera acritica ha recepito le risultanze delle c.t.u., viepiù che al consulente non competeva stabilire se le tavole allegate alla pratica di condono fossero o meno esatte.

Deduce ancora che la corte del tutto ingiustificatamente non ha ritenuto di far luogo – omettendo al riguardo ogni pronuncia – alla sollecitata rinnovazione della c.t.u. mediante persona di un diverso ausiliario a fronte dei significativi dubbi insorti in ordine all’imparzialità del geometra G., nominato consulente d’ufficio.

Deduce segnatamente che il geometra G. non ha mai reso disponibili al proprio consulente, pur in occasione del supplemento alla c.t.u., il supporto informatico con i rilievi strumentali eseguiti ed, al contempo, ha pedissequamente riprodotto nel corpo della propria relazione di consulenza interi passi della relazione redatta dal c.t.u. nominato nella causa promossa da Fa.De. nei confronti dei D.T., con la quale la prima parimenti lamentava la commissione di abusi in violazione delle distanze.

Deduce ulteriormente che la corte, in ordine all’edificio D.T., ha errato nella valutazione delle risultanze di causa – in particolare, tra le altre, delle risultanze del condono D.T., della sezione A A1 e della sezione B B1 allegate sub 7 alla II c.t.u. e della planimetria C2 allegata alla I c.t.u. – con riferimento all’ampliamento ed alla sopraelevazione del corpo accessorio, con riferimento alla sopraelevazione del corpo principale, con riferimento alla realizzazione di un nuova terrazza al primo piano ed al secondo piano, con riferimento alla sopraelevazione ed all’ampliamento del portico al piano terra, con riferimento alla camera realizzata in luogo della tettoia nell’angolo sud-ovest, con riferimento alle modifiche apportate al tetto.

Deduce infine che la corte territoriale ha erroneamente respinto la domanda risarcitoria all’uopo formulata.

11. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c..

Deduce che, alla stregua dei rilievi addotti con il primo ed il secondo motivo, l’esperito appello avrebbe dovuto essere senz’altro accolto.

Deduce quindi che erroneamente la Corte di Venezia l’ha condannata alle spese di lite.

12. Il primo motivo ed il secondo motivo di ricorso sono da vagliare congiuntamente, siccome strettamente connessi.

Rileva in tal senso una duplice circostanza.

Innanzitutto i motivi anzidetti sono connessi pur nella prospettazione di parte ricorrente.

Altresì – e nonostante l’asserita violazione/falsa applicazione di norme di diritto sostanziale e di diritto processuale (cfr. ricorso, pag. 24) – pur il primo mezzo di impugnazione si qualifica in via esclusiva – al pari del secondo – in relazione alla previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Invero anche il primo motivo di ricorso reca – sostanzialmente – censura del giudizio “di fatto” cui la Corte di Venezia ha provveduto sia ai fini del riscontro del confine tra le proprietà delle parti in lite (“in conclusione, diversamente da quanto ritenuto dal Tribunale prima e dalla Corte d’Appello poi, la combinata valutazione dei citati documenti (…) avrebbe dovuto condurre, sia in via diretta che, al limite, in via presuntiva, (…) a stabilire e statuire, senza ombra di dubbio, da un lato la posizione del confine catastale e dall’altro lato che l’attuale muretto divisorio insiste all’interno del fondo delle attrici e non sul confine medesimo, né può individuarne uno diverso”: così memoria, pagg. 23 – 24) sia ai fini del riscontro della distanza dal preteso confine catastale (con specifico riferimento alla distanza dal confine catastale, cfr. ricorso, pag. 7) delle presunte nuove costruzioni realizzate e delle presunte nuove vedute aperte dai D.T. (“l’individuazione di buona parte delle nuove opere e delle nuove vedute, illegittimamente realizzate dai D.T. in violazione delle norme sulle distanze dal confine, sarebbe stata di immediata percezione visiva, sol che si fosse esaminata, con un minimo di diligenza, la documentazione in atti”: così ricorso, pagg. 49 – 50).

D’altronde, è propriamente il motivo di ricorso ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che concerne l’accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia (cfr. Cass. sez. un. 25.11.2008, n. 28054; cfr. Cass. 11.8.2004, n. 15499).

Ed, ulteriormente, costituisce tipico apprezzamento “di fatto”, rimesso al giudice del merito, sia l’identificazione del confine (cfr. Cass. 18.5.1981, n. 3284) sia l’accertamento della realizzazione di una nuova costruzione (cfr. Cass. 25.9.2006, n. 20786, con specifico riferimento alla modificazione del tetto di un fabbricato) sia il riscontro dell’esistenza di una veduta ovvero della sussistenza della situazione che consente di esercitare la “inspectio” e la “prospectio” (cfr. Cass. 8.3.2011, n. 5421).

Il primo ed il secondo mezzo di impugnazione, in ogni caso, sono privi di fondamento e vanno respinti.

13. Si rappresenta innanzitutto quanto segue.

Il giudizio di appello ha avuto inizio con citazione notificata il 25.10.2012 (cfr. ricorso, pag. 11; cfr. sentenza d’appello, pag. 1).

La statuizione di seconde cure ha integralmente confermato la statuizione di prime cure (“la Corte d’Appello ha confermato, a torto, la sentenza di primo grado, riproponendone, pressoché pedissequamente, i gracili temi e i rilevantissimi vizi”: così ricorso, pag. 25).

Conseguentemente si applica ratione temporis al caso di specie la previsione di cui all’art. 348 ter c.p.c., comma 5, che esclude che possa essere impugnata con ricorso per cassazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la sentenza di appello “che conferma la decisione di primo grado” (cfr. Cass. 18.12.2014, n. 26860, secondo cui l’art. 348 ter c.p.c., comma 5, non si applica ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione anteriormente all’11.9.2012).

Si tenga conto che nell’ipotesi di “doppia conforme”, prevista dall’art. 348 ter c.p.c., comma 5, il ricorrente in cassazione – per evitare l’inammissibilità del motivo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 – deve indicare le ragioni di fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse (cfr. Cass. 22.12.2016, n. 26774).

14. Si rappresenta altresì – e comunque – quanto segue.

15. In primo luogo è da escludere recisamente che taluna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate, a fronte del (nove/lo) disposto dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ad acquisire valenza alla stregua della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte – figure tra le quali non è annoverabile il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione – possa scorgersi in relazione alle motivazioni cui la corte distrettuale ha ancorato il suo dictum.

In particolare, con riferimento alla “anomalia” della motivazione “apparente” – che ricorre allorquando il giudice di merito non procede ad una approfondita disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16672) – la corte territoriale ha, viceversa, compiutamente ed intellegibilmente esplicitato – lo si è già anticipato – il proprio iter argomentativo.

Dapprima, la Corte di Venezia, in relazione al thema controverso dell’identificazione del confine, ha aggiuntivamente puntualizzato che “i testi escussi, B., Gu. e C., estranei ai fatti ed a conoscenza diretta dei luoghi, per averli frequentati, avevano riferito circa l’edificazione, in luogo di una vecchia recinzione malmessa, di una nuova recinzione, avente il medesimo tracciato; tanto che il posatore Gu., nell’eseguire lo scavo per posare il muretto confinario, aveva ivi rinvenuto i vecchi paletti in ferro, tranciati all’altezza del suolo” (così sentenza d’appello, pagg. 10 – 11).

Ed ha soggiunto che “anche la descrizione dei luoghi, come da c.t.u. e da verbale di ispezione, fa ritenere che quella configurazione fosse consolidata nel tempo, attesa la presenza, presso la stessa, di manufatti e piante dall’una e dall’altra parte; dal che si deve presumere che proprio quello fosse stato sempre ritenuto, da entrambe le parti, il confine di proprietà” (così sentenza d’appello, pag. 11).

Dipoi, la Corte di Venezia, in relazione al thema controverso della distanza dal confine, delle presunte nuove costruzioni e delle presunte nuove vedute, ha aggiuntivamente puntualizzato che “il c.t.u. aveva pure escluso l’ipotesi della sopraelevazione e, così, della creazione di un maggior volume, idoneo a comportare nuova costruzione” (così sentenza d’appello, pag. 13).

Ed ha soggiunto che “anche esaminando la pratica di condono non può pervenirsi a diversa soluzione, essendo irrilevanti le risultanze di questa, avente diverso oggetto e diversa finalità, non avendo, tra l’altro, nemmeno riguardato l’altezza” (così sentenza d’appello, pag. 14).

16. In secondo luogo è da escludere recisamente che la corte lagunare abbia omesso la disamina circa i fatti decisivi controversi e dibattuti, segnatamente dell’identificazione del confine e della distanza dal confine – all’uopo acclarato – delle costruzioni e delle vedute asseritamente realizzate e create ex novo.

La corte d’appello ha specificato, sulla scorta degli esiti della controversia insorta, analogamente dinanzi al Tribunale di Padova, tra i D.T. ed altro confinante, che le modifiche apportate all’edificio D.T. “avevano riguardato la sola distribuzione interna dei vani ed anche una diversa conformazione esterna dell’immobile, ricostruito con tetto a due falde, ma senza variazione dell’altezza, che, differendo di soli 3 centimetri, era rimasta, all’evidenza, la stessa, rientrando la differenza, ampiamente, nell’usuale tolleranza” (così sentenza d’appello, pag. 14).

17. In terzo luogo l’iter motivazionale che sorregge l’impugnato dictum, risulta in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica alla stregua dei rilievi che seguono.

18. In tema di regolamento di confini, le mappe catastali sono un mezzo di prova sussidiario e subordinato, che, pertanto, è inutilizzabile allorché il giudice del merito ritenga, con tipico apprezzamento di fatto, di poter identificare il confine reale mediante il ricorso ad altri elementi probatori (cfr. Cass. 18.5.1981, n. 3284; Cass. 7.11.1989, n. 4658, secondo cui, nel giudizio di regolamento di confini, l’art. 950 c.c., consente al giudice di attenersi al confine delineato dalle mappe catastali solo in caso di obiettiva e assoluta mancanza di prove idonee (che possono essere anche di natura presuntiva) a determinare il confine in modo certo; Cass. 30.12.2009, n. 28103).

Del tutto ingiustificata è perciò la dedotta violazione/falsa applicazione degli artt. 950 e 2697 c.c. (oltre che ovviamente degli artt. 873,901,905,907,2699,2702 e 2721 c.c.).

19. Spetta al giudice di merito non solo vagliare l’opportunità del ricorso alle presunzioni, ma pur individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento “di fatto” che, ove adeguatamente motivato (recte, al cospetto del novello n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, ove non inficiato da “omesso esame circa i fatti decisivi controversi e dibattuti”), sfugge al sindacato di legittimità, dovendosi tuttavia rilevare che la censura per vizio di motivazione in ordine all’utilizzo o meno del ragionamento presuntivo non può limitarsi a prospettare l’ipotesi di un convincimento diverso da quello espresso dal giudice di merito, ma deve fare emergere l’assoluta illogicità e contraddittorietà – il che non è nella fattispecie, fattispecie in cui si tende a prospettare tout court la maggiore plausibilità di un diverso percorso inferenziale (cfr., esemplificativamente, ricorso, pag. 33) – del ragionamento decisorio (cfr. Cass. 11.5.2007, n. 10847, e Cass. (ord.) 17.1.2019, n. 1234).

Del tutto ingiustificata è perciò la dedotta violazione/falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c..

20. In materia di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere dedotta come vizio di legittimità solo denunciando che il giudice ha dichiarato espressamente – il che non è nel caso di specie – di non dover osservare la regola contenuta nella norma, ovvero ha giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, e non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, ha attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

E parimenti, in tema di ricorso per cassazione, la violazione dell’art. 116 c.p.c., norma che sancisce il principio della libera valutazione delle prove, salva diversa previsione legale, è idonea ad integrare il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, solo quando – il che non è nel caso di specie – il giudice di merito disattenda tale principio in assenza di una deroga normativa mente prevista, ovvero, all’opposto, valuti secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza probatoria soggetta ad un diverso regime (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

21. In tema di consulenza tecnica d’ufficio, il giudice di merito non è tenuto, anche a fronte di una esplicita richiesta di parte, a disporre una nuova c.t.u., atteso che il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito, sicché non è neppure necessaria una espressa pronunzia sul punto (cfr. Cass. 29.9.2017, n. 22799; Cass. 19.7.2013, n. 17693; Cass. sez. la v. 24.9.2010, n. 20227).

Vero è che, nel solco dell’indirizzo secondo cui rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di disporre indagini tecniche suppletive o integrative, di sentire a chiarimenti il consulente sulla relazione già depositata ovvero di rinnovare, in parte o integralmente, le indagini, sostituendo l’ausiliare del giudice, si assume in pari tempo che l’esercizio di tale potere non è sindacabile in sede di legittimità, qualora ne sia data adeguata motivazione, immune da vizi logici e giuridici (cfr. Cass. sez. lav. (ord.) 24.1.2019, n. 2103).

E nondimeno, pur in questi termini, nel caso di specie la corte di merito ha dato atto che l’ausiliario d’ufficio aveva fatto luogo ad un’indagine completa, “anche reiterata, rispondendo a tutte le obiezioni di parte L. – donde si ritiene ultronea la richiesta di rinnovazione dell’incombente – (…)” (così sentenza d’appello, pag. 13).

22. Si tenga conto che la scelta del consulente tecnico è rimessa al potere discrezionale del giudice, salva la facoltà delle parti di far valere mediante istanza di ricusazione ai sensi degli artt. 63 e 51 c.p.c., gli eventuali dubbi circa la obiettività e l’imparzialità del consulente stesso, dubbi che, ove l’istanza di ricusazione non sia stata proposta, non sono più deducibili mediante il ricorso per cassazione (cfr. Cass. sez. lav. (ord.) 24.1.2019, n. 2103; Cass. sez. lav. 17.11.1997, n. 11412)

Su tale scorta si rimarca che la ricorrente non ha addotto, in forma specifica ed “autosufficiente”, di aver formulato istanza di ricusazione del c.t.u., cosicché i pretesi “fondati e concreti dubbi (sorti) sull’imparzialità del geometra G.” (così ricorso pag. 57) non sono prospettabili in questa sede.

23. D’altra parte, il giudice del merito, che riconosca convincenti le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, non è tenuto ad esporre in modo specifico le ragioni del suo convincimento, poiché l’obbligo della motivazione è assolto già con l’indicazione delle fonti dell’apprezzamento espresso (cfr. Cass. 6.10.2005, n. 19475; Cass. 4.3.2011, n. 5229).

In questi termini non riveste precipua valenza la circostanza per cui la corte di seconde cure avrebbe omesso (cfr. ricorso, pag. 49) qualsivoglia riferimento al supplemento alla relazione di c.t.u. a firma dello stesso geometra G..

Ciò tanto più che è la stessa ricorrente che attribuisce un precipuo rilievo quanto meno agli allegati alla prima relazione di c.t.u. (cfr. ricorso, pagg. 39 e 50).

24. In materia di procedimento civile, tutte le ipotesi di nullità della consulenza tecnica hanno carattere relativo e devono essere fatte valere nella prima udienza successiva al deposito della relazione, restando altrimenti sanate (cfr. Cass. 15.4.2002, n. 5422; Cass. (ord.) 15.6.2018, n. 15747).

Su tale scorta si rappresenta che la ricorrente si è limitata a dedurre sic et simpliciter di aver fatto valere i dubbi circa l’imparzialità del consulente d’ufficio “nelle more tra il deposito della I c.t.u. e l’espletamento della II” (così ricorso, pag. 57), ma non ha addotto, in termini specifici ed “autosufficienti”, in quali udienze successive al deposito della relazione di c.t.u. e del supplemento alla relazione di c.t.u. abbia – eventualmente – eccepito tempestivamente la circostanza per cui il consulente d’ufficio “non mise a disposizione delle parti e del giudicante le misurazioni effettuate con la strumentazione apposita” (così ricorso, pag. 48), la circostanza per cui, “in occasione del secondo incarico affidatogli dal G.I. (…), il C.T.U. non solo persistette nell’omettere la consegna dei rilievi strumentali eseguiti, ma, addirittura, (…) tentò di occultarne la fruibilità e renderne difficili lettura e interpretazione” (così ricorso, pagg. 48 – 49), la circostanza per cui il consulente tecnico d’ufficio “copiò pedissequamente e incontrovertibilmente svariati brani della perizia svolta nell’aprile 2004 dall’ing. R.C. (…) nella causa (…) promossa contro i D.T. dalla sig.ra Fa.De., il cui immobile è posto lungo il confine sud dei predetti” (così ricorso, pag. 58).

Si tenga conto poi che eventuali irritualità dell’espletamento della consulenza tecnica ne determinano la nullità solo ove procurino una violazione in concreto dei diritti di difesa (cfr. Cass. sez. lav. 7.7.2001, n. 9231; Cass. 24.4.1993, n. 4821).

Su tale scorta, al di là della contestazione degli esiti della consulenza d’ufficio, la ricorrente non ha indicato la specifica menomazione del suo diritto di difesa che dal preteso irrituale modus operandi dell’ausiliario d’ufficio sarebbe per ella scaturita.

25. Gli interventi edilizi che comportino modificazioni esclusivamente interne dell’edificio preesistente, senza aumenti di superficie o di volume, non danno vita ad una “nuova costruzione”, sottoposta alla disciplina in tema di distanze vigente al momento della realizzazione dell’opera (cfr. Cass. 20.8.2015, n. 17043; Cass. sez. un. (ord.) 19.10.2011, n. 21578; cfr. Cass. (ord.) 15.12.2020, n. 28612).

Ebbene, lo si è anticipato, la corte distrettuale ha espressamente evidenziato che il c.t.u. aveva negato, all’esito degli interventi di ristrutturazione dell’immobile di proprietà dei D.T., la creazione di una maggiore superficie di ingombro, la creazione di un maggior volume, un aumento dell’altezza dell’edificio (cfr. sentenza d’appello, pagg. 13 – 14).

26. Ovviamente, l’asserito mancato esame delle argomentazioni difensive svolte neppure è riconducibile al paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (cfr. Cass. 14.6.2017, n. 14802; Cass. (ord.) 18.10.2018, n. 26305).

27. Innegabilmente la ricorrente censura l’asserita omessa, distorta ed erronea valutazione delle risultanze di causa (“(…) occorrerà anche riferirsi al merito delle (complesse, numerose e articolate) risultanze istruttorie”: così ricorso, pag. 26; cfr., tra l’altro, ricorso paragrafo B.I), pagg. 60 e 61; paragrafo B.II), pag. 73; paragrafo B.III), pag. 79; paragrafo B.IV), pag. 82; paragrafo B. V), pagg. 85; “le prove documentali, testimoniali, peritali, così come l’esito dell’istruttoria considerata anche nel suo complesso oltre che nelle sue singole, atomistiche componenti, sono tali per un verso da far ritenere provata e dimostrata la corrispondenza del confine tra i fondi L. – D.T. con le risultanze catastali (…) e per altro verso da far ritenere più che sussistenti gli abusi perpetrati dal D.T.”: così memoria, pag. 8).

E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, né in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. (ord.) 26.9.2018, n. 23153).

28. La corte d’appello ha puntualizzato che la doglianza concernente la pretesa sopraelevazione del portico costituiva domanda nuova, non risultando allegata alla citazione introduttiva (cfr. sentenza d’appello, pag. 16).

Al riguardo la ricorrente ha prospettato una erronea interpretazione della domanda attorea, “stante che nelle conclusioni precisate in atto di citazione le sigg.re L. – F. (…) chiesero pure l’accertamento di “ogni altro abuso” (…)” (così ricorso, pagg. 79-80).

Ebbene, nel quadro dell’insegnamento per cui l’interpretazione della domanda spetta al giudice del merito, al quale compete stabilire se una certa domanda sia stata avanzata e sia compresa nel “thema decidendum” (cfr. Cass. (ord.) 13.8.2018, n. 20718; Cass. sez. lav. 5.2.2014, n. 2630), l’interpretazione “restrittiva” operata dalla corte d’appello appare congrua ed ineccepibile.

29. In ogni caso – pur a prescindere cioè dal surriferito rilievo – al riguardo esplica valenza il riscontro nel complesso operato dalla corte di merito.

Ovvero il riscontro, ancorato agli esiti della c.t.u., della mancata modifica della superficie d’ingombro, della mancata creazione di maggiori volumi, della mancata variazione dell’altezza dell’edificio D.T..

D’altronde la ricorrente pur in parte qua sollecita, indebitamente, questa Corte al riesame delle risultanze istruttorie (cfr. ricorso, pagg. 80 – 81).

30. Con riferimento alle presunte modifiche del tetto dell’edificio D.T. la ricorrente ha denunciato una omissione di pronuncia (cfr. ricorso, pag. 85).

31. Non può non darsi atto, dapprima, che la censura di omessa pronuncia non è stata formulata in modo rituale.

Tanto si afferma in virtù, specificamente, dell’insegnamento delle sezioni unite di questa Corte n. 17931 del 24.7.2013.

Invero le sezioni unite spiegano che, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo all’art. 112 c.p.c., purché il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge (cfr. anche Cass. 29.11.2016, n. 24247).

Ebbene è innegabile che né il primo né il secondo mezzo di impugnazione recano riferimento alla nullità della decisione, ma prospettano appunto, alla luce delle enunciazioni di cui alle rispettive a rubrica, errores in iudicando e omesso esame di fatto decisivo.

32. In ogni caso omissione di pronuncia non sussiste.

La corte distrettuale ha specificato – si ribadisce – che non vi era stata modifica della superficie di ingombro, che non vi era stato aumento dei volumi e, sulla scorta degli accertamenti eseguiti nel giudizio tra i D.T. ed altro confinante, che vi era stata “diversa conformazione esterna dell’immobile, ricostruito con tetto a due falde, ma senza variazione dell’altezza, che, differendo di soli 3 centimetri, era rimasta, all’evidenza, la stessa” (così sentenza d’appello, pag. 14).

33. Ovviamente il riscontro dell’insussistenza di qualsivoglia abuso ha in toto giustificato il rigetto della domanda volta a conseguire il risarcimento dei pretesi danni.

34. Il terzo motivo di ricorso del pari va respinto.

35. Il rigetto del gravame appieno ha legittimato la condanna di L.A. alle spese del grado d’appello (cfr. Cass. 18.10.2001, n. 12758).

36. In dipendenza del rigetto del ricorso la ricorrente va condannata a rimborsare al controricorrente le spese del presente giudizio di legittimità.

La liquidazione segue come da dispositivo.

37. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente, L.A., a rimborsare al controricorrente, D.T.R., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 7.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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