Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36610 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. II, 25/11/2021, (ud. 01/04/2021, dep. 25/11/2021), n.36610

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24210/2019 proposto da:

K.A., rappresentato e difeso dall’avv. GIOVANBATTISTA

SCORDAMAGLIA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), IN PERSONA DEL MINISTRO PRO

TEMPORE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

contro

PROCURA REPUBBLICA CATANZARO IN PERSONA DEL PROCURATORE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 270/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 13/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

01/04/2021 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 Con sentenza 13.2.2019 la Corte d’Appello di Catanzaro ha respinto il gravame proposto dal cittadino pachistano K.A. contro l’ordinanza di primo grado (Tribunale di Catanzaro 5.4.2017) che aveva confermato il diniego del riconoscimento dello status di rifugiato e di forme complementari di protezione emesso dalla Commissione Territoriale di Crotone.

Per giungere a tale soluzione il giudice di merito ha osservato:

– che la vicenda narrata (allontanamento per sfuggire a minacce di alcuni musulmani del villaggio, adirati per la vendita di un terreno da lui effettuata in favore di cristiani intenzionati a edificarvi una chiesa) aveva un rilevo esclusivamente penalistico e civilistico e le dichiarazioni rese dall’interessato davanti alla Commissione e poi davanti al Tribunale apparivano prive di credibilità nonché contraddittorie;

– che il richiedente aveva avuto prova dell’effettività del sistema giudiziario e della possibilità di ricevere protezione statale sicché non poteva riconoscersi lo status di rifugiato e neppure accordarsi la protezione sussidiaria;

– che con particolare riferimento alla protezione sussidiaria, sulla scorta delle fonti consultate, nella regione del Punjab non si registrava una situazione di violenza indiscriminata e non si riscontrava rischio di torture o di altre forme di maltrattamento;

– che non era stata allegata alcuna condizione di vulnerabilità richiesta per la protezione umanitaria, non emergendo fatti o accadimenti tali da far ritenere sussistente il rischio di lesione dei diritti fondamentali in caso di rientro.

2 Contro tale provvedimento il K. ricorre per cassazione con cinque motivi.

Il Ministero dell’Interno resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Col primo motivo si denunzia la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c.. Violazione del principio del contraddittorio e di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Omessa pronuncia. Violazione del diritto di difesa.

Il ricorrente rimprovera alla Corte di merito di non essersi pronunciata sull’ammissibilità del documento comprovante la situazione lavorativa e prodotto in allegato alla comparsa conclusionale perché formatosi successivamente alla precisazione delle conclusioni.

Il motivo è inammissibile.

Le censure mosse non comprovano affatto il vizio di omessa pronuncia (che – come è noto – riguarda solo le domande ed eccezioni: cfr. tra le varie, Sez. 6-2, Ordinanza n. 6174 del 14/03/2018 Rv. 648218; Sez. 2-, Sentenza n. 1539 del 22/01/2018 Rv. 647081; Sez. 1, Sentenza n. 7472 del 23/03/2017 Rv. 644826), né la violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato (che – come è altrettanto noto riguarda solo l’ambito oggettivo della domanda: cfr. tra le varie, Sez. 2, Ordinanza n. 1616 del 26/01/2021 Rv. 660163; Sez. 6-5, Ordinanza n. 17897 del 03/07/2019 Rv. 654734; Sez. 3, Sentenza n. 22595 del 26/10/2009 Rv. 609761), né, infine, la violazione del diritto di difesa, posto che il ricorrente è stato posto in grado di esercitare i suoi diritti nel processo e la sentenza non risulta emessa in base a documenti non sottoposti al contraddittorio.

La critica sollevata col motivo in esame, in definitiva, riguarda solo la valutazione di documenti prodotti, attività che però rientra tra le prerogative del giudice di merito. Del resto, le sezioni unite hanno affermato il principio secondo cui l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. (Sez. U., Sentenza n. 8053 del 07/04/2014 Rv. 629831). Nel caso in esame, anche se si volesse ritenere dedotto il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il fatto storico che il ricorrente tende a dimostrare (lo stato di vulnerabilità) è stato preso in considerazione dalla Corte d’Appello anche se le conseguenze tratte non collimano con quelle da lui auspicate (cfr. sentenza impugnata ove a pagina 21 si esclude il rischio di immissione, una volta rientrato in Pakistan, in un contesto idoneo a determinare concretamente la compromissione dei diritti fondamentali). Rimettere in discussione in questa sede l’apprezzamento in fatto già espresso dalla Corte territoriale significherebbe snaturare il giudizio di legittimità e quindi la censura non coglie nel segno.

2 Col secondo motivo si denunzia la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, nonché del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e dell’art. 116 c.p.c., per omessa valutazione dei documenti prodotti ed attestanti la credibilità del proprio racconto (denunzie presentate alle autorità locali, atti relativi alle indagini, referti medici). In tal modo, secondo il ricorrente, sarebbe stato violato anche del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3.

Il motivo segue la sorte del precedente.

La censura è incentrata sull’apprezzamento del giudice di merito in ordine al materiale istruttorio prodotto che però – contrariamente a quanto si assume – la Corte territoriale ha valutato, come si evince chiaramente dalla sentenza, in cui a pag. 7, in relazione all’aggressione denunziata, si dà atto del promovimento di indagini, dell’esercizio dell’azione penale e della pronuncia di condanna contro i responsabili.

3 Col terzo motivo il ricorrente denunzia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, con riferimento ai profili di credibilità e motivazione illogica.

Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1 (per la formula cfr. (quanto alla formula, cfr. Sez. U., Sentenza n. 7155 del 21/03/2017 Rv. 643549).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in materia di protezione internazionale, il giudizio sulla credibilità del racconto del richiedente, da effettuarsi in base ai parametri, meramente indicativi, forniti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, è sindacabile in sede di legittimità nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti – oltre che per motivazione assolutamente mancante, apparente o perplessa – spettando dunque al ricorrente allegare in modo non generico il “fatto storico” non valutato, il “dato” testuale o extratestuale dal quale esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale e la sua “decisività” per la definizione della vertenza (v. Sez. 1, Ordinanza n. 13578 del 02/07/2020 Rv. 658237).

Sempre in tema di Protezione Internazionale, è stato altresì affermato che del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, impone al giudice soltanto l’obbligo, prima di pronunciare il proprio giudizio sulla sussistenza dei presupposti per la concessione della protezione, di compiere le valutazioni ivi elencate e, in particolare, di stabilire se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili. Da ciò consegue che: a) la norma non potrà mai dirsi violata sol perché il giudice del merito abbia ritenuto inattendibile un racconto o inveritiero un fatto; b) non sussiste un diritto dello straniero ad essere creduto sol perché abbia presentato la domanda di asilo il prima possibile o abbia fornito un racconto circostanziato; c) il giudice è libero di credere o non credere a quanto riferito secondo il suo prudente apprezzamento che, in quanto tale, non è sindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato (Sez. 1 -, Ordinanza n. 6897 del 11/03/2020 Rv. 657477).

E ancora, in materia di protezione internazionale, la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (cfr. Sez. 3 -, Ordinanza n. 11925 del 19/06/2020 Rv. 658017).

Nel caso di specie la Corte calabrese (v. pagg. 6 e 7) ha attribuito alla vicenda narrata un rilievo meramente civilistico e penalistico, escludendo persecuzioni legate al credo religioso del ricorrente o all’appartenenza ad una certa etnia; ha poi evidenziato i punti del racconto che mettevano in discussione la credibilità dell’appellante (carenze informative sia sulla vicende giudiziarie che lo avevano interessato in Pakistan che sull’esistenza di ulteriori minacce nei quattro anni in cui avrebbe seguito la causa; contraddizioni sulla descrizione del terreno conteso).

Ebbene, a fronte di tali rilievi del giudice di merito – certamente rientranti nell’attività di apprezzamento del fatto ad esso riservata – la censura tende unicamente a contrapporre una diversa valutazione e quindi si rivela “fuori fuoco”.

4 Col quarto motivo si denunzia violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2 e art. 8, comma 1, lett. b), comma 2 e art. 14, comma 1, lett. b), dolendosi del rigetto della domanda di protezione sussidiaria. L’errore in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello sarebbe quello di non avere dato corso alla cooperazione istruttoria sulla sicurezza personale del ricorrente e sulle condizioni sociali e politiche del Pakistan, minacciata da un gruppo terroristico di matrice religiosa che lo aveva ritenuto responsabile di avere venduto un terreno ad un gruppo di cristiani. Segnala l’inefficienza della giustizia locale, che lo ha spinto a lasciare il suo paese di origine e il rischio di gravi lesioni dei diritti umani in caso di rientro.

Il motivo è inammissibile ex art. 360 c.p.c., n. 1.

Sempre in giurisprudenza, si è affermato che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, va rappresentata dal ricorrente come minaccia grave e individuale alla sua vita, sia pure in rapporto alla situazione generale del paese di origine, ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 32064 del 12/12/2018 Rv. 652087; Sez. 1 -, Sentenza n. 30105 del 21/11/2018 Rv. 653226; più di recente, v. altresì Sez. 2 -, Ordinanza n. 23942 del 29/10/2020 Rv. 659606).

Nel caso in esame la Corte d’Appello alle pagg. 10, 15, 16 e 17, ha dato conto del suo convincimento: ed infatti, dopo avere svolto una disamina sicurezza in Pakistan, citando le relative fonti e descrivendo gli episodi più eclatanti, ha poi escluso che nel Punjab (regione di origine del ricorrente) sussista il rischio di torture o di altre forme di maltrattamento o di violenza indiscriminata.

Il giudizio della Corte di Catanzaro è frutto di apprezzamento in fatto fondato su fonti specificamente indicate (oltre a siti internet anche pubblicazioni ONU e Amnesty International) e non specificamente contestate dal ricorrente (d’altro canto l’indicazione delle fonti di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, non ha carattere esclusivo: Sez. 1 -, Ordinanza n. 13253 del 30/06/2020 Rv. 658089): esso pertanto si sottrae alla critica puramente fattuale e tendente a contrapporre ancora una volta una alternativa ricostruzione, in parte anche contraddittoria, laddove prima dà atto al giudice di merito di avere approfondito il contesto generale e sociopolitico del Pakistan (v. pag. 14 ricorso secondo capoverso) per poi rimproverargli di non avere vagliato “le descritte condizioni socio-politiche del Pakistan….” (pag. 16).

5 Col quinto motivo si denunzia infine la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, dolendosi della reiezione della domanda di protezione umanitaria. Richiamato il documento comprovante l’occupazione lavorativa fino al 31.12.2018 (formante oggetto della prima censura), il ricorrente rimprovera ai giudici di merito di essersi concentrati solo sulla mancata allegazione della violazione di diritti fondamentali in Pakistan, tralasciando invece di esprimersi sulla situazione lavorativa e l’evidente integrazione.

La censura è inammissibile per difetto di specificità.

Le sezioni unite hanno affermato che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza, senza che abbia rilievo l’esame del livello di integrazione raggiunto in Italia, isolatamente ed astrattamente considerato (Sez. U., Sentenza n. 29459 del 13/11/2019 Rv. 656062; sulla stessa scia, Sez. 2 -, Ordinanza n. 15319 del 17/07/2020).

Stesso principio si rinviene anche in cass. 8020/2020: ai fini dell’accoglimento della domanda di protezione umanitaria occorre accertare la condizione di vulnerabilità del richiedente asilo desumibile dalla valutazione comparativa tra il grado d’integrazione da lui raggiunto in Italia e la situazione cui si troverebbe esposto in caso di rientro nel paese di origine. Il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza.

Occorre però considerare che, in tema di permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, se è pur vero che la valutazione in ordine alla sussistenza dei suoi presupposti deve essere il frutto di autonoma valutazione avente ad oggetto le condizioni di vulnerabilità che ne integrano i requisiti, tuttavia, la necessità dell’approfondimento da parte del giudice di merito non sussiste se, già esclusa la credibilità del richiedente, non siano state dedotte ragioni di vulnerabilità diverse da quelle dedotte per le protezioni maggiori (Sez. 1 -, Ordinanza n. 29624 del 24/12/2020 Rv. 660128).

Ebbene, nella fattispecie in esame manca l’allegazione di una completa integrazione raggiunta nel territorio italiano, perché il ricorrente si è limitato a menzionare solo un certificato di lavoro che però attesta una occupazione fino al 31.12.2018 cioè a ben sette mesi prima della proposizione del ricorso. Non è dato sapere l’evolversi nel futuro dell’attività lavorativa e non viene offerto nessun altro elemento sintomatico di integrazione in Italia.

Sulla scorta del principio da ultimo citato, la mancata deduzione di ulteriori ragioni di vulnerabilità rispetto a quelle già dedotte per le protezioni maggiori esonerava la Corte d’appello dal compiere ogni ulteriore verifica e perciò la censura ancora una volta non coglie nel segno.

In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1, con inevitabile addebito di spese. L’esito del giudizio comporta l’obbligo di versamento dell’ulteriore contributo unificato se dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito. Sussistono a carico del ricorrente i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 1 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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