Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36594 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. un., 25/11/2021, (ud. 11/05/2021, dep. 25/11/2021), n.36594

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Primo Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Presidente di Sez. –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente di Sez. –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8232/2020 proposto da:

F.P., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO VITTORIO

EMANUELE II 154/3DE, presso lo studio dell’avvocato DANIELE GRANARA,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI MONTEROSSO AL MARE, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CICERONE 44, presso lo studio

dell’avvocato GIOVANNI CORBYONS, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato PIER GIORGIO LEONI;

MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO, in

persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 6612/2019 del CONSIGLIO DI STATO, depositata

il 02/10/2019.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/05/2021 dal Consigliere Dott. MILENA FALASCHI;

lette le conclusioni scritte del Procuratore Generale Aggiunto Dott.

LUIGI SALVATO, il quale chiede che la Corte dichiari il ricorso

inammissibile.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza n. 1713 del 27 dicembre 2012, il Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria respingeva il ricorso proposto avverso il provvedimento di diniego adottato dal Comune di Monterosso al Mare sull’istanza di condono edilizio presentata da F.P., in qualità di proprietario, insieme alla moglie L.L., di un compendio immobiliare sito nel Comune di (OMISSIS), individuato al NCT ai mappali nn. (OMISSIS), in area sita in zona F2 del PRG (d’inedificabilità assoluta) e sottoposta fin dal 1959 a vincolo paesaggistico. In particolare, l’istanza di condono aveva ad oggetto le opere di sistemazione esterna realizzate dall’attore sull’area di sua proprietà: alcuni sentieri, scalette e stradine sterrate, realizzati per collegare il fabbricato principale con due locali di servizio, con la strada privata (OMISSIS) e con il sentiero comunale (OMISSIS); una piazzola pavimentata di piccole dimensioni, con alcuni muretti in pietra “a faccia vista”; due cancelli metallici e l’allargamento di uno preesistente; due serbatoi per l’acqua potabile. Nel rigettare il ricorso il TAR adito rilevava che il compendio era stato sottoposto a sequestro penale e che, con ordinanza n. 44/2003, il Comune di Monterosso al Mare aveva qualificato le sopradette opere come abusive, disponendone la demolizione. Proposta una prima impugnazione innanzi al TAR Liguria, nelle more del giudizio, il F. chiedeva (il 9 dicembre 2004) il condono edilizio del D.L. n. 269 del 2003, ex art. 32, sicché il TAR definiva quel giudizio con sentenza di improcedibilità per carenza di interesse. Nell’ottobre 2010 il F. riceveva una nota comunale contenente il preavviso di rigetto, della L. n. 241 del 1990, ex art. 10-bis, dell’istanza di sanatoria. Nel dicembre 2010 la Soprintendenza per i Beni e le Attività culturali rendeva parere negativo sull’istanza, ritenendola in contrasto con l’art. 43 del PTCP, nella misura a che l’intervento realizzato determinava alterazioni morfologiche paesaggisticamente percepibili, in violazione del vincolo. Nel 2011 la Commissione locale Paesaggio rendeva, altresì, parere negativo in ordine alla compatibilità paesaggistica.

Avverso tale pronuncia F.P. proponeva impugnazione e il Consiglio di Stato, nella resistenza del Comune di Monterosso al Mare e del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con sentenza n. 6612/2019, rigettava il gravame, rilevando che l’intervento edilizio attoreo andava considerato come un complesso unitario di opere edili sprovviste di titolo autorizzativo e rivolte alla sistemazione e all’innovazione di un territorio che, in coerenza col vincolo, avrebbe dovuto rimanere intatto. Aggiungeva il Consiglio di Stato che correttamente il TAR aveva escluso l’applicabilità ratione temporis del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 146, comma 8, II per., in quanto l’obbligo per la Soprintendenza di rendere il preavviso di rigetto della L. n. 241 del 1990, ex art. 10-bis, era entrato in vigore il 14 maggio 2011, dunque successivamente all’emanazione

dell’impugnato diniego, ritenendo piuttosto applicabile l’art. 146, comma 8, nel testo vigente dal 2008 al 2011, che faceva gravare il detto obbligo solo sulla Regione o sull’ente subdelegato. Pur riconoscendo, dunque, la portata generale del citato art. 10-bis, operante anche nei casi di rigetto di sanatorie edilizie, il Consiglio di Stato ne escludeva la rilevanza concreta nel caso di specie in conseguenza del combinato di tale norma con la L. n. 241 del 1990, art. 21-octies, che a fronte di un provvedimento di natura vincolata escludeva che la violazione di una norma sul procedimento desse luogo a illegittimità del provvedimento, ove la manifesta infondatezza nel merito della pretesa azionata rendeva palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato. Con la conseguenza che il TAR aveva fatto buon governo della disciplina sopra richiamata ravvisando e motivando il contrasto degli interventi realizzati dal F. con l’art. 43 delle NTA del PTCP, che, nell’ammettere esclusivamente quelli preordinati al recupero di situazioni di degrado o a soddisfare carenze funzionali, poneva quale obiettivo primario di tutela la conservazione dello stato dei luoghi, da cui scaturiva il divieto di realizzare nuovi edifici o manufatti.

Avverso la sentenza del Consiglio di Stato F.P. propone ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., comma 8, articolato in quattro motivi, cui resistono il Comune di Monterosso al Mare e il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con due distinti controricorsi.

Attivato il procedimento camerale ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c., introdotto, a decorrere dal 30 ottobre 2016, dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. f), convertito, con modificazioni, dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197 (applicabile al ricorso in oggetto ai sensi del medesimo D.L. n. 168 del 2016, art. 1-bis, comma 2), la causa è stata riservata in decisione.

In prossimità dell’adunanza di Camera di consiglio, il Procuratore Generale ha concluso per l’inammissibilità del ricorso, depositate da F.P. e dal Comune di Monterosso al Mare memorie illustrative ex art. 381-bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con il primo motivo di ricorso F.P. deduce l’esorbitante esercizio della giurisdizione per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore, in relazione all’applicazione di una norma creata ope judicis, secondo la quale in caso di provvedimento vincolato non sarebbe necessaria la comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza, e alla conseguente disapplicazione della norma legislativa vigente, ossia della L. n. 241 del 1990, art. 10-bis. Dal disposto legislativo del D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 146, comma 9, emerge chiaramente, a detta del ricorrente, che la comunicazione dei motivi ostativi deve avvenire successivamente all’espressione del parere da parte della Soprintendenza, in modo tale da porre il privato nelle condizioni di partecipare al procedimento, formulando osservazioni pertinenti ai detti motivi, fondanti il provvedimento conclusivo. Si reputa inconferente la circostanza che l’obbligo per il Soprintendente di inoltrare la comunicazione di cui al citato art. 10-bis sia stato introdotto solo nel 2011, essendo oggetto di censura l’omissione di tale comunicazione da parte dell’Amministrazione comunale, a prescindere dall’identificazione del soggetto obbligato all’inoltro. Infine, si rileva che il parere della Soprintendenza sulle istanze di condono edilizio non è affatto esercizio di un’attività vincolata, involgendo piuttosto i giudizi sulla compatibilità paesaggistica un potere ampiamente discrezionale e dovendo, semmai, ritenersi esercizio di attività amministrativa vincolata il provvedimento successivo al parere, in ragione della sua portata vincolante.

Il motivo è privo di pregio alla luce delle considerazione che verranno di seguito illustrate.

In tema di sindacato della Corte di Cassazione sulle decisioni giurisdizionali del giudice amministrativo, l’eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore è configurabile qualora il giudice speciale abbia applicato non la norma esistente, ma una norma da lui creata, esercitando un’attività di produzione normativa che non gli compete. L’ipotesi non ricorre, tuttavia, quando il giudice speciale si sia attenuto al compito interpretativo che gli è proprio, ricercando la “voluntas legis” applicabile nel caso concreto, anche se questa venga desunta non dal tenore letterale delle singole disposizioni, ma dalla “ratio” che il loro coordinamento sistematico disvela, potendo tale operazione ermeneutica, tutt’al più, dare luogo ad un “error in iudicando”, non alla violazione dei limiti esterni della giurisdizione speciale (cfr Cass., Sez. Un., n. 22711 del 2019 e Cass., Sez. Un., n. 22784 del 2012).

In particolare, in sede di impugnazione delle sentenze del Consiglio di Stato, il controllo del limite esterno della giurisdizione – che l’art. 111 Cost., comma 8, affida alla Corte di cassazione – non include il sindacato sulle scelte ermeneutiche del giudice amministrativo, suscettibili di comportare errori “in iudicando” o “in procedendo”, senza che rilevi la gravità o intensità del presunto errore di interpretazione, il quale rimane confinato entro i limiti interni della giurisdizione amministrativa, considerato che l’interpretazione delle norme costituisce il “proprium” distintivo dell’attività giurisdizionale (in tal senso, Corte Cost. n. 6 del 2018; cui hanno fatto seguito, nella giurisprudenza di legittimità, tra le più recenti, Cass., Sez. Un., n. 23751 del 2020; Cass., Sez. Un., n. 27770 del 2020; Cass., Sez. Un., n. 28385 del 2020; Cass., Sez. Un., n. 2605 del 2021).

Nel caso di specie, il Consiglio di Stato non ha creato alcuna norma giuridica prima inesistente, né ha escluso l’esistenza di una norma vigente, essendosi limitato piuttosto ad interpretare e applicare una norma giuridica esistente, esercitando la giurisdizione. La ricostruzione diacronica delle norme relative all’obbligo del preavviso di rigetto della domanda di sanatoria del D.Lgs. n. 42 del 2004, ex art. 146, comma 8, al fine di individuare il testo vigente al momento dell’adozione del provvedimento comunale e la lettura combinata della L. n. 241 del 1990, artt. 10-bis e 21-octies, integrano un’operazione interpretativa, che nulla ha a che vedere con la creazione di diritto ex novo.

Nel senso dell’inammissibilità della censura, non essendovi alcuna violazione dei limiti esterni della giurisdizione, si rileva che, come chiarito dalla Corte costituzionale con sentenza n. 6 del 2018, l’eccesso di potere giudiziario, denunziabile con il ricorso in cassazione per motivi inerenti alla giurisdizione, deve essere riferito alle sole ipotesi di difetto assoluto di giurisdizione, quando il giudice speciale affermi la propria giurisdizione nella sfera riservata al legislatore o all’amministrazione (cosiddetta invasione o sconfinamento) ovvero, al contrario, la neghi sull’erroneo presupposto che la materia non può formare oggetto, in via assoluta, di cognizione giurisdizionale (cosiddetto arretramento); nonché a quelle di difetto relativo di giurisdizione, quando il giudice amministrativo o contabile affermi la propria giurisdizione su materia attribuita ad altra giurisdizione o, al contrario, la neghi sull’erroneo presupposto che appartenga ad altri giudici; ne consegue che il controllo di giurisdizione non può estendersi al sindacato di sentenze cui pur si contesti di essere abnormi o anomale ovvero di essere incorse in uno stravolgimento delle norme di riferimento (cfr Cass. n. 29082 del 2019). Anche laddove l’attività ermeneutica abbia dato luogo ad un provvedimento “abnorme o anomalo” ovvero abbia comportato uno “stravolgimento” delle “norme di riferimento”, potrà eventualmente profilarsi un “error in iudicando”, ma non una violazione dei limiti esterni della giurisdizione (ancora Cass. n. 8311 del 2019).

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia l’arretramento della giurisdizione, in relazione alla limitazione del sindacato di legittimità del provvedimento adottato in materia di condono edilizio ai soli profili della logicità, coerenza e completezza della valutazione, pur in mancanza di una norma giuridica che preveda tale limitazione. Avendo il parere negativo della Soprintendenza operato un generico richiamo all’esistenza del vincolo paesaggistico, senza esplicitare adeguatamente le ragioni per le quali le opere di cui si chiede la sanatoria siano incompatibili con detto vincolo, il sindacato di legittimità del giudice sul provvedimento di diniego conseguente al detto parere negativo avrebbe dovuto essere pieno e non limitato alla macroscopica irragionevolezza e illogicità. La conseguenza di questo arretramento e’, a detta del ricorrente, il mancato scrutinio delle figure sintomatiche di eccesso di potere (illogicità, difetto d’istruttoria e di motivazione, travisamento), dedotte dall’appellante, che attengono, in primo luogo, alla mancata indicazione nella motivazione del provvedimento delle ragioni di contrasto tra ogni singola opera e l’obiettivo posto dalla normativa paesaggistica, costituendo oggetto di valutazione il solo impatto paesaggistico del complesso delle opere realizzate; in secondo luogo, al difetto motivazionale ed istruttorio in ordine al contrasto con la normativa paesaggistica di riferimento, limitandosi il provvedimento a richiamare la necessità di contenere l’intervento umano e di conservare lo stato dei luoghi gravati da vincolo; in terzo luogo, al difetto istruttorio in cui è incorsa l’Amministrazione in ordine all’effettivo stato dei luoghi, connotato dall’assenza di qualsivoglia sentiero pubblico che attraversi gli immobili di proprietà del ricorrente. Si osserva inoltre che dalla documentazione presente agli atti risulta che gli interventi realizzati dal F. sono nascosti alla vista e non importano alcuna apprezzabile alterazione dei luoghi o della visuale, circostanza quest’ultima che un sindacato pieno avrebbe consentito di rilevare.

Il motivo non può trovare accoglimento.

Parte ricorrente trae dall’affermazione del Consiglio di Stato, secondo cui “il giudizio compiuto dalla p.a. può essere sindacabile, in sede giudiziale, esclusivamente sotto i profili della logicità, coerenza e completezza della valutazione” (v. pag. 10 sentenza impugnata), la conclusione che il massimo organo di giustizia amministrativa abbia negato parte della propria giurisdizione, rinunciando a dare giustizia. A ben vedere, l’espressione impiegata dal Consiglio di Stato pur ricomprendendo le figure sintomatiche di eccesso di potere, invocate dal ricorrente, quali il difetto di motivazione o d’istruttoria o l’illogicità, è piuttosto preordinata ad evitare pericolosi sconfinamenti nel merito.

Le decisioni del giudice amministrativo concernenti la legittimità dei provvedimenti della P.A. possono infatti essere impugnate, con il ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 8, qualora siano affette da eccesso di potere giurisdizionale sotto il profilo dello sconfinamento nella sfera del merito, vizio che è configurabile quando l’indagine svolta dal medesimo giudice amministrativo ecceda i limiti del riscontro di legittimità del provvedimento impugnato, dimostrandosi strumentale ad una diretta e concreta valutazione dell’opportunità e convenienza dell’atto, ovvero se la decisione finale, pur nel rispetto della formula dell’annullamento, evidenzi l’intento dell’organo giudicante di sostituire la propria volontà a quella dell’Amministrazione mediante una pronuncia che, in quanto espressiva di un sindacato di merito ed avente il contenuto sostanziale e l’esecutorietà propria del provvedimento sostituito, non lasci spazio ad ulteriori provvedimenti dell’autorità amministrativa (cfr. Cass., Sez. Un., n. 2604 del 2021; Cass., Sez. Un., n. 14264 del 2019; Cass., Sez. Un., n. 30526 del 2018). E’ chiaro, dunque, che sarebbe semmai l’eventuale sconfinamento nel merito del giudice amministrativo ad essere sindacabile in Cassazione, ponendosi quest’ultimo come invasione del potere amministrativo.

Anche nei settori connotati da ampia discrezionalità della P.A., dunque, i provvedimenti amministrativi non possono ritenersi sottratti al sindacato del giudice amministrativo, poiché la medesima P.A. è comunque tenuta a conformarsi ai criteri di logicità, ragionevolezza ed adeguatezza dell’istruttoria che presiedono all’esercizio della discrezionalità amministrativa, restando il suo operato sindacabile sotto il profilo dell’evidente illogicità o manifesta incongruenza relativamente ai presupposti di fatto considerati, alla razionalità delle scelte compiute, alla congruità dei mezzi adottati in rapporto allo scopo avuto di mira ed alla valutazione di soluzioni alternative (così Cass., Sez. Un., n. 2604/2021 cit.).

Può dunque ritenersi che il controllo di legittimità svolto dal giudice amministrativo nel caso in esame abbia incluso gli eventuali vizi funzionali suscettibili di ascrizione alle diverse figure sintomatiche di eccesso di potere (così Consiglio di Stato n. 129 del 1998), senza che possa ravvisarsi alcun arretramento di giurisdizione.

Esaminando, per completezza, i profili che a detta del ricorrente non sono stati scrutinati dal Consiglio di Stato in conseguenza del dedotto arretramento, il primo può certamente ritenersi superato osservando che il Consiglio di Stato, con valutazione non sindacabile in sede di legittimità, ha avuto cura di dare conto “dell’ampia discrezionalità tecnica che connota i giudizi sulla compatibilità paesaggistica di interventi edilizi, maxime se in sanatoria”, esplicitandone le ragioni (pag. 9 della sentenza gravata), affermando, sulla scorta dei precedenti richiamati (v. pag. 10 della medesima pronuncia) che “il giudizio compiuto dalla p.a. può essere sindacabile, in sede giudiziale, esclusivamente sotto i profili della logicità, coerenza e completezza della valutazione, considerati anche per l’aspetto concernente la correttezza del criterio tecnico e del procedimento applicativo prescelto”. Il Consiglio di Stato ha, quindi, indicato che “la pretesa attorea…si pone in contrasto col principio di valutazione unitaria e complessiva di tutti gli impianti…anzi tende ad eludere l’efficace controllo su questi ultimi”, esplicitando gli argomenti a confronto dell’infondatezza della pretesa (v. pagine da 10 a 12 della decisione impugnata), condividendo la posizione del TAR, che la valutazione di compatibilità paesaggistica delle opere abusive deve essere unitaria e deve guardare al complesso delle opere realizzate, ponendosi dunque la richiesta di sanatoria del F. in relazione alle singole opere in aperto contrasto con il principio di valutazione unitaria.

Analoga considerazione vale a superare il secondo profilo, relativo alla mancanza di una motivazione adeguata in ordine al contrasto con la normativa paesaggistica delle singole opere, dovendosi considerare che le opere nel loro complesso hanno alterato in misura paesaggisticamente percepibile la morfologia dei luoghi, in contrasto con la ratio conservativa della normativa di riferimento.

Infine, appare infondato l’ultimo profilo, relativo al difetto di istruttoria sullo stato dei luoghi, avendo la sentenza congruamente motivato sulla denunciata interruzione del sentiero pubblico ad opera degli interventi di parte ricorrente, richiamando la sequenza procedimentale degli atti del Comune di Monterosso (v. pag. 13 della sentenza impugnata).

I motivi terzo e quarto sono proposti dal ricorrente in via subordinata.

Con il terzo motivo il ricorrente deduce l’illegittimità costituzionale dell’art. 7 c.p.a. per contrasto con gli artt. 24,113 e 117 Cost., rilevando che un’interpretazione restrittiva della norma in discorso, tale per cui in materia di condoni edilizi è inibito al giudice amministrativo un sindacato di legittimità pieno e completo, residuandogli solo la possibilità di sindacare la logicità e la coerenza della valutazione operata dal provvedimento, conduce alla creazione di uno spazio dell’azione amministrativa sottratto al sindacato di qualsiasi autorità giurisdizionale, in spregio all’effettività della tutela giurisdizionale e al diritto di azione in giudizio a tutela delle posizioni giuridiche soggettive.

La doglianza è priva di pregio, in quanto è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione diretto unicamente a prospettare una questione di legittimità costituzionale di una norma, non potendo essere configurato al riguardo un vizio del provvedimento impugnato idoneo a determinarne l’annullamento da parte della Corte. E’ infatti riservata al potere decisorio del giudice la facoltà di sollevare o meno la questione dinanzi alla Corte costituzionale ben potendo la stessa essere sempre proposta, o riproposta, dall’interessato, oltre che prospettata d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio, purché essa risulti rilevante, oltre che non manifestamente infondata, in connessione con la decisione di questioni sostanziali o processuali ritualmente dedotte nel processo (cfr Cass. n. 14666 del 2020).

In ogni caso, va osservato che la questione di legittimità costituzionale può essere sollevata solo quando al giudice a quo sia preclusa la possibilità di interpretare la norma in discorso secondo i dettami costituzionali. Nel caso di specie, il giudice amministrativo ha esercitato, del tutto in linea con l’art. 7 c.p.a., un sindacato pieno di legittimità sul provvedimento amministrativo, senza che siano emersi profili di contrasto con i principi costituzionali volti ad assicurare una tutela effettiva, anche alla luce di quanto osservato nell’esposizione delle ragioni di rigetto del secondo motivo.

Con il quarto motivo il ricorrente formula la questione di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea ai sensi dell’art. 267 TFUE, con riferimento all’art. 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, richiamando altresì gli artt. 6 e 13 CEDU, ossia il diritto di accesso ad un giudice e di ricorso effettivo. Il principio della tutela giurisdizionale effettiva costituisce ormai un principio generale del diritto dell’Unione, sicché trattandosi nel caso di specie di un giudizio di ultima istanza si chiede che il giudizio venga sospeso affinché la CGUE si pronunci sull’interpretazione del citato art. 47, chiarendo se il diritto ad un ricorso effettivo innanzi a un giudice imparziale osti ad una legislazione nazionale che preveda una limitazione del sindacato di legittimità dei provvedimenti amministrativi, circoscrivendo la delibazione del giudice ai soli profili della ragionevolezza, coerenza e completezza della valutazione.

Anche quest’ultimo motivo va respinto.

In primo luogo il rigetto del secondo motivo ha determinato il venir meno del presupposto del rinvio pregiudiziale, essendo chiaro che il Consiglio di Stato ha vagliato tutti i profili di legittimità del diniego di condono edilizio emanato dal Comune, svolgendo un sindacato pieno sull’atto, non configurandosi alcuna violazione al principio di effettività della tutela.

In secondo luogo, premesso che il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea non costituisce un rimedio giuridico esperibile automaticamente a sola richiesta delle parti, spettando solo al giudice stabilirne la necessità (in tal senso, Cass. n. 20701 del 2013), e che non sussiste alcun diritto della parte all’automatico rinvio pregiudiziale alla CGUE ai sensi dell’art. 267 TFUE ogni qualvolta la Corte di cassazione non ne condivida le tesi difensive (cfr Cass. n. 14828 del 2018), si osserva che alla luce di quanto espresso con riferimento al secondo motivo è evidente che non sussiste la necessità di un’interpretazione di rispondenza della disciplina processuale interna ai principi sovranazionali, avendo l’ordinamento nazionale manifestato l’esigenza di declinare le esigenze privatistiche a fronte della tutela di interessi pubblici.

Discende da quanto esposto la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

A tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore di ciascuno dei controricorrenti.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è stato rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Ric. 2018 n. 27069 sez. SU – ud. 19-11-2019 -14- Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione integralmente rigettata, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore di entrambi i controricorrenti, liquidate in complessivi Euro 8.000,00, oltre spese prenotate e prenotande a debito per il Ministero per i beni e le attività culturali e in complessivi Euro 8.200,00, di cui ad Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge per il Comune.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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