Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36590 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 25/11/2021, (ud. 29/10/2021, dep. 25/11/2021), n.36590

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 1074/2015 R.G. proposto da:

Immobiliare Grande Distribuzione Società di Investimento Immobiliare

Quotata s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa, giusta delega a margine del ricorso,

dall’Avv. Isotta Farina, elettivamente domiciliata presso lo studio

dell’Avv. Federica Corsini, in Roma, Via Emilia, n. 88;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato,

domiciliata in Roma, Via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale

dell’Emilia-Romagna, n. 974/5/2014, depositata il 16 maggio 2014.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 29 ottobre

2021 dal Consigliere Luigi D’Orazio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Commissione tributaria regionale dell’Emilia-Romagna dichiarava inammissibile l’appello proposto dalla Immobiliare Grande Distribuzione Società di Investimento avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Ravenna (n. 21/3/2011), che aveva respinto il ricorso contro l’avviso di accertamento emesso nei suoi confronti ((OMISSIS)), per l’anno 2005, ai fini Irap, per la somma di Euro 27.446,00, dall’Agenzia delle entrate, con aumento del valore delle rimanenze finali di immobili in corso di costruzione dell’importo di Euro 645.781,00, qualificando il contratto stipulato dalla contribuente con la società Eurocommerciale Properties Italia s.r.l., per un immobile in corso di costruzione, come contratto di appalto, e non come vendita di cosa futura. In particolare, il giudice d’appello, preliminarmente, rilevava che la sentenza di prime cure era stata depositata il (OMISSIS), sicché il termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., scadeva il (OMISSIS), in quanto il processo di primo grado era stato instaurato dopo il (OMISSIS), quando era entrata in vigore la L. n. 69 del 2009, che aveva ridotto a sei mesi tale termine lungo. Non rilevava, invece, la successiva comunicazione di avvenuto deposito, effettuata il (OMISSIS), con conseguente scadenza domenica (OMISSIS) e, stante la sospensione estiva, prorogata il (OMISSIS). L’appello era stato proposto soltanto il (OMISSIS).

2. Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione la società contribuente.

3. Resiste con controricorso l’Agenzia delle entrate.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di impugnazione la società deduce la “riproposizione delle censure riguardanti i vizi dell’accertamento già dedotti in prime cure stante la totale mancanza di motivazione della sentenza di secondo grado impugnata sui punti essenziali della controversia sollevati dal contribuente in primo grado – Mancanza di motivazione in relazione ai documenti e alla situazione di fatto descritta in ricorso e riproposta in appello – Mancato esame da parte della sentenza di secondo grado delle censure già dedotte in primo grado”. La ricorrente, quindi, si duole del fatto che né il giudice di primo grado né il giudice d’appello hanno valutato il merito della vicenda tributaria, in quanto, mentre il primo provvedimento ha omesso di valutare gli aspetti contrattuali che disciplinavano i rapporti tra le parti, la Commissione regionale non li ha esaminati, avendo affermato la tardività dell’impugnazione.

2. Con il secondo motivo di impugnazione la ricorrente lamenta la “erroneità della sentenza di appello per violazione e/o errata interpretazione dell’art. 327 c.p.c., nel procedimento tributario nella parte in cui applica il principio per cui la decorrenza del termine dovrebbe computarsi dal deposito della sentenza e non dalla comunicazione di esso deposito”. La sentenza di primo grado era stata depositata in data (OMISSIS), ma era stata comunicata solo in data (OMISSIS), a seguito di discussione alla pubblica udienza del 24 settembre 2010, quindi dopo il decorso di 142 giorni. Il termine semestrale lungo di cui all’art. 327 c.p.c., doveva decorrere, allora, solo dal (OMISSIS), con scadenza il (OMISSIS), che però era il primo giorno di sospensione feriale, sicché tale termine scadeva il (OMISSIS), al termine della sospensione feriale. Nel caso in cui le sentenze non siano state depositate entro il termine di legge, di trenta giorni, il termine lungo dovrebbe decorrere dal momento in cui la parte ha avuto conoscenza dell’avvenuto deposito della sentenza e, quindi, dal giorno in cui sia pervenuta alla parte la comunicazione di avvenuto deposito della sentenza e non dal deposito della stessa. La parte non potrebbe essere gravata dell’onere di verificare se sia venuto meno il deposito della sentenza, nel caso in cui non sia stato rispettato il termine per il deposito della stessa.

3. Il secondo motivo è infondato, con assorbimento del primo motivo.

3.1. Invero, il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 31, prevede che “la segreteria dà comunicazione alle parti costituite della data di trattazione almeno trenta giorni liberi prima”.

L’art. 37, comma 1, stabilisce che “la sentenza è resa pubblica, nel testo integrale originale, mediante deposito nella segreteria della Commissione tributaria entro trenta giorni dalla data della deliberazione. Il segretario fa risultare l’avvenuto deposito apponendo sulla sentenza la propria firma e la data”.

Il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 37, comma 2, dispone, poi, che “il dispositivo della sentenza è comunicato alle parti costituite entro dieci giorni dal deposito di cui al comma precedente”.

Il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 38, comma 3, sancisce che “le parti hanno l’onere di provvedere direttamente alla notificazione della sentenza alle altre parti a norma dell’art. 16”

Il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 38, comma 3, prevede che “se nessuna delle parti provvede alla notificazione della sentenza, si applica l’art. 327 c.p.c., comma 1.

Tale disposizione non si applica se la parte non costituita dimostri di non aver avuto conoscenza del processo per nullità della notificazione del ricorso e della comunicazione dell’avviso di fissazione dell’udienza”.

3.2. Nella specie, però, il contribuente ha proposto l’appello e si e’, quindi, costituito in giudizio, partecipando anche all’udienza pubblica, sicché non può applicarsi il disposto dell’art. 38, comma 2, u.p., che si riferisce solo alla parte “non costituita”. La società ha partecipato alla pubblica udienza, avendo ricevuto la comunicazione della fissazione dell’udienza.

Per questa Corte, infatti, nel processo tributario l’ammissibilità dell’impugnazione tardiva, oltre il termine “lungo” dalla pubblicazione della sentenza, previsto dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 38, comma 3, presuppone che la parte dimostri l'”ignoranza del processo”, ossia di non averne avuto alcuna conoscenza per nullità della notificazione del ricorso e della comunicazione dell’avviso di fissazione dell’udienza, situazione che non si ravvisa in capo al ricorrente costituito in giudizio, cui non può dirsi ignota la proposizione dell’azione, dovendosi ritenere tale interpretazione conforme ai principi costituzionali e all’ordinamento comunitario, in quanto diretta a realizzare un equilibrato bilanciamento tra le esigenze del diritto di difesa e il principio di certezza delle situazioni giuridiche. Ne’ assume rilievo l’omessa comunicazione della data di trattazione, che è deducibile quale motivo di impugnazione ai sensi dell’art. 161 c.p.c., comma 1, in mancanza della quale la decisione assume valore definitivo in conseguenza del principio del giudicato (Cass., sez. 5, 15 ottobre 2013, n. 23323).

In motivazione questa Corte (Cass., 15 ottobre 2013, n. 23323; poi seguita da Cass., sez 6-5, 13 giugno 2017, n. 14746) ha anche preso le distanze dall’isolato precedente (Cass., 6048/13) menzionato dal ricorrente nel ricorso per cassazione, che fa riferimento ai principi costituzionali di cui all’art. 111 Cost., a quelli della Corte Europea (art. 6 CEDU), già richiamati in sede di legittimità con riferimento all’istituto di cui all’art. 153 c.p.c., comma 2, come introdotto dalla L. n. 69 del 2009.

Questa Corte, però, non ha inteso discostarsi dall’orientamento consolidato perché conforme al principio della intangibilità del giudicato e della certezza delle situazioni giuridiche e coerente sia ai principi costituzionali che a quelli dell’ordinamento comunitario. Una diversa disciplina del termine “lungo” di cui all’art. 327 c.p.c., altererebbe il sistema delle impugnazioni, nel quale la decorrenza fissata con riferimento alla pubblicazione della sentenza è un corollario del principio generale per cui, dopo un certo arco temporale, la cosa giudicata si forma indipendentemente dalla notificazione della sentenza ad istanza di parte, sicché lo spostamento del dies a quo dalla data di pubblicazione a quella di comunicazione della sentenza, restringerebbe irrazionalmente il campo di applicazione del termine lungo di impugnazione alle parti “costituite” in giudizio, alle quali soltanto la sentenza è comunicata ex officio. Peraltro, il termine lungo di un anno è stato ritenuto conforme al dettato costituzionale in ragione della sua “congruità”.

Si e’, quindi, successivamente affermato che, nel processo tributario la nullità derivante dall’omessa od irregolare comunicazione dell’avviso di fissazione dell’udienza (ma non è questo il caso in esame, in cui la società contribuente ha ricevuto la comunicazione della fissazione dell’udienza pubblica e vi ha partecipato), può essere fatta valere solo impugnando tempestivamente la sentenza conclusiva del giudizio, ovvero proponendo l’impugnazione tardiva nei limiti ed alle condizioni di cui all’art. 327 c.p.c.. In mancanza, la sentenza acquista efficacia di giudicato e la nullità di essa non può essere fatta valere nei giudizi di impugnazione degli ulteriori atti consequenziali emanati dall’erario sulla base della sentenza ormai passata in giudicato (Cass., sez 5, 2 aprile 2015, n. 6692).

Si è anche precisato che, nel processo tributario, per proporre impugnazione oltre il termine cd. lungo di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 38, comma 3, la parte è tenuta a dimostrare l'”ignoranza del processo”, di talché detta situazione non può essere invocata dalla parte costituita in giudizio, senza che assuma rilievo l’omessa comunicazione della data di trattazione, in quanto la nullità della decisione pronunciata all’esito della stessa deve essere tempestivamente dedotta in sede di gravame e non trovando peraltro applicazione nelle controversie tributarie i principi dell’equo processo di cui all’art. 6 CEDU (Cass., sez. 6-5, 9 ottobre 2018, n. 24899). La stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha affermato che la Convenzione EDU, art. 6, non si applica alle liti fiscali (v. Ferrazioni c. Italia del 12 luglio 2001), salve quelle aventi oggetto (anche) sanzioni amministrative equiparabili a quelle penali (v. Jussila c. Finlandia), che tuttavia non risultano essere ricomprese nell’oggetto del presente giudizio, per difetto di autosufficienza del ricorso.

3.3. Tra l’altro, nella specie la società non ha neppure presentato istanza di rimessione in termini, di cui all’art. 153 c.p.c., comma 2. Peraltro, poiché la sentenza è stata depositata il (OMISSIS), mentre la comunicazione di avvenuto deposito è del (OMISSIS), a distanza di soli 10 giorni, non vi sarebbero stati i presupposti per la rimessione in termini.

3.4. La possibilità di far valere la nullità del procedimento di appello, per mancata comunicazione alle parti costituite della data di trattazione del processo ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 31 (Cass., sez. 5, 14 luglio 2003, n. 11014; Cass., sez. 5, 29 gennaio 2016, n. 1786), è concessa solo se il ricorrente in cassazione presenta l’impugnazione tempestivamente, quindi entro il termine lungo di un anno di cui all’art. 327 c.p.c., e al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 38, oppure oltre il termine annuale ma “nei limiti ed alle condizioni di cui all’art. 327 c.p.c.”, che però tiene conto della situazione della parte non costituita.

Per la parte contumace, infatti, questa Corte ha affermato che, in tema di processo tributario, per stabilire se sia ammissibile l’impugnazione tardivamente proposta, sul presupposto che la parte rimasta contumace non abbia avuto conoscenza del processo a causa di un vizio della notificazione dell’atto introduttivo, occorre distinguere due ipotesi: se la notifica è inesistente, la mancata conoscenza della pendenza della lite da parte del destinatario si presume “iuris tantum”, ed è onere dell’altra parte dimostrare che lo stesso ha avuto comunque contezza del processo; se invece la notificazione è nulla, si presume la conoscenza della pendenza del giudizio da parte dell’impugnante, e dovrà essere quest’ultimo a fornire, anche mediante presunzioni, la prova di circostanze di fatto positive dalle quali si possa desumere il difetto di conoscenza anteriore o l’avvenuta conoscenza solo in una certa data (Cass., sez. 5, 19 gennaio 2018, n. 1308; Cass., sez. 5, 6 novembre 2020, n. 24842).

In caso di nullità della notifica, si è precisato (Cass., sez. 2, 3 gennaio 2019, n. 8) che, in tema di impugnazioni, il contumace può interporre gravame avverso la sentenza che lo abbia visto soccombente dopo la scadenza del termine annuale dalla sua pubblicazione, a condizione che egli dia la prova sia della nullità della citazione o della relativa notificazione (nonché della notificazione degli atti di cui all’art. 292 c.p.c.) sia della non conoscenza del processo a causa di detta nullità. Il medesimo contumace ha, quindi, l’onere di dimostrare l’esistenza di circostanze di fatto positive dalle quali si possa desumere il difetto di anteriore conoscenza o la presa di conoscenza del processo in una certa data e tale prova può essere fornita anche mediante presunzioni, senza che, però, possa delinearsi, come effetto della presunzione semplice di mancata conoscenza del processo, l’inversione dell’onere della prova nei confronti di chi eccepisce la decadenza dall’impugnazione (Cass., sez 2, 3 gennaio 2019, n. 8). 4. Con orientamento consolidato, questa Corte ha affermato che la comunicazione del dispositivo a cura della cancelleria non determina il decorso del termine per l’impugnazione, in quanto il termine breve decorre dalla notifica della sentenza a cura della parte interessata, mentre il termine lungo, previsto in caso di mancata notifica, decorre dalla data di pubblicazione della sentenza, sostanzialmente coincidente con quella del deposito (Cass., sez. un., n. 13794 del 2012; Cass., sez. 5, 20 luglio 2021, n. 20656). Infatti, il dies a quo per la decorrenza del termine lungo dell’impugnazione coincide con la data di pubblicazione della sentenza e non con la data di comunicazione del dispositivo, integrando tale adempimento un’attività meramente informativa, estranea al procedimento di pubblicazione (Cass., sez. 6, 17 agosto 2017, n. 20144).

5. Nel caso in esame, la parte appellante, ritualmente costituita nel giudizio dinanzi al giudice d’appello, ha regolarmente partecipato al giudizio ed alla udienza pubblica, e si duole unicamente della tardiva comunicazione del dispositivo della sentenza che, in base alle sue argomentazioni, avrebbe impedito di esercitare tempestivamente il diritto di impugnazione, in quanto la sentenza è stata depositata oltre il termine dei trenta giorni previsto dalla legge, con un cospicuo ritardo.

Tale ipotesi, quindi, non è annoverabile tra quelle previste dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 38, comma 3, non potendosi ravvisare la mancata conoscenza del processo per causa non imputabile.

Rientra nei compiti professionali del difensore della parte, che, come nella specie, si è costituita in giudizio, verificare, ove non abbia ricevuto comunicazioni di cancelleria in una fase processuale in cui ne era destinatario, se a causa di un mancato adempimento di cancelleria siano state svolte attività processuali a sua insaputa (Cass., sez. 5, 20 luglio 2021, n. 20656).

Pertanto, poiché l’appello è stato spedito per la notifica il (OMISSIS), mentre la sentenza del giudice di prime cure è stata depositata il (OMISSIS), il termine lungo semestrale, di cui all’art. 327 c.p.c., è scaduto il (OMISSIS), con conseguente tardività del gravame.

Deve, poi, evidenziarsi che l’istituto della rimessione in termini, di cui all’art. 153 c.p.c., comma 2, non trova applicazione in caso di decadenza conseguente ad errore di diritto, consistente nel ritenere che il dies a quo per l’impugnazione decorra dalla comunicazione del dispositivo e non dalla pubblicazione della decisione (Cass., sez. 5, 8 marzo 2017, n. 5946; Cass., 6-5, 21 febbraio 2020, n. 4585).

6. La questione di legittimità costituzionale sollevata dalla società ricorrente è manifestamente infondata. Invero, il termine lungo di un anno è stato ritenuto conforme al dettato costituzionale in ragione della sua “congruità”. Le medesime argomentazioni valgono anche con riferimento al termine lungo semestrale, introdotto con la modifica dell’art. 327 c.p.c., da parte della L. n. 69 del 2009, per i processi introdotti a decorrere dal (OMISSIS), come quello in esame. La fissazione di un termine lungo per il passaggio in giudicato della sentenza, con riferimento alla data di pubblicazione della stessa, deriva dal principio generale per cui, dopo un certo arco temporale, la cosa giudicata si forma a prescindere dalla notificazione della sentenza ad opera della parte. Lo spostamento del dies a quo dalla data di pubblicazione della sentenza a quello di comunicazione della stessa, restringerebbe irrazionalmente il campo di applicazione del termine lungo di impugnazione alle parti “costituite” in giudizio, uniche destinatarie della comunicazione.

7. La ricorrente evidenzia anche la disparità logica ed ingiustificata sotto il profilo costituzionale tra soggetti che, parimenti sottoposti alla possibile applicazione di sanzioni sostanzialmente equivalenti (soggetti sottoposti a procedimento penale e soggetti sottoposti a procedimento tributario), vedrebbero loro applicato un trattamento diverso. Infatti, ai primi si applicherebbe sempre e comunque il principio della effettiva conoscenza dell’avvenuto deposito della sentenza, mentre ai secondi si applicherebbe principio della presunzione di conoscenza. Nel processo penale, i termini di impugnazione decorrono dall’ultimo giorno che il giudice fissa per il deposito, ma se il giudice non deposita, nel termine ad esso assegnato dalla legge o da lui stesso fissato per il deposito, i termini di impugnazione decorrono dalla notificazione dell’avvenuto deposito come prevede l’art. 585 c.p.p., comma 2, lett. c.

In realtà, non è possibile traslare in modo automatico la speciale disciplina delle impugnazioni di cui all’art. 585 c.p.p., al processo tributario, né sussiste l’invocata illegittimità costituzionale per la diversità di trattamento del regime impugnatorio nel processo penale e nel processo tributario.

Costituisce, infatti, principio giurisprudenziale consolidato quello per cui, in materia di contenzioso tributario, nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, ancorché i fatti esaminati in sede penale siano gli stessi che fondano l’accertamento degli Uffici finanziari, dal momento che nel processo tributario vigono i limiti in tema di prova posti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7, comma 4, e trovano ingresso, invece, anche presunzioni semplici, di per sé inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. Ne consegue che l’imputato assolto in sede penale, anche con formula piena, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, può essere ritenuto responsabile fiscalmente qualora l’atto impositivo risulti fondato su validi indizi, insufficienti per un giudizio di responsabilità penale, ma adeguati, fino a prova contraria, nel giudizio tributario (Cass., sez. 5, 28 giugno 2017, n. 16262; Cass., sez. 5, 23 maggio 2012, n. 8129).

Deve tenersi conto, quindi della piena indipendenza ed autonomia dei due giudizi (tributario e penale), anche in relazione alla diversità dei mezzi di prova acquisibili e dei criteri di valutazione (Cass., sez. 5, 4 dicembre 2020, n. 27814). Senza contare che solo nel processo penale il giudice può stabilire un termine più lungo per il deposito della motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 544 c.p.p., comma 3, (novanta giorni). In realtà, nel processo penale la regola è la motivazione contestuale resa al momento della lettura del dispositivo, ai sensi dell’art. 544 c.p.p., comma 1. Se non è possibile procedere alla stesura immediata della motivazione il giudice penale ha quindici giorni di tempo per il deposito della motivazione, a decorrere dalla lettura del dispositivo. Solo in caso di particolare complessità della controversia il giudice penale può indicare nel dispositivo un termine più lungo fino ad un massimo di novanta giorni. Profonda e’, dunque, è la differenza della disciplina delle impugnazioni e del computo dei termini per impugnare fra i due tipi di processo.

6. Le spese del giudizio di legittimità vanno poste, per il principio della soccombenza a carico della società ricorrente, e si liquidano come da dispositivo.

PQM

rigetta il secondo motivo di ricorso; dichiara assorbito il primo.

Condanna la ricorrente a rimborsare in favore dell’Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 3.500,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 1, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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