Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36574 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 25/11/2021, (ud. 17/09/2021, dep. 25/11/2021), n.36574

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – rel. Consigliere –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. PANDOLFI Catello – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 22503/2015 R.G. proposto da:

A.L., rappresentato e difeso dall’avv. Vito A. Martielli,

elettivamente domiciliato in Roma alla via Cicerone n. 28, presso lo

studio legale Di Benedetto & Associati;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate, in persona del direttore p.t., rappresentata e

difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici, in

Roma, in via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 336/13/15 della Commissione tributarla

regionale della Puglia, pronunciata in data 19 dicembre 2014,

depositata in data 13 febbraio 2015 e non notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 17 settembre

2021 dal consigliere Andreina Giudicepietro.

 

Fatto

RILEVATO

che:

A.L. ricorre con un unico motivo avverso l’Agenzia delle entrate per la cassazione della sentenza n. 336/13/15 della Commissione tributaria regionale della Puglia, pronunciata in data 19 dicembre 2014, depositata in data 13 febbraio 2015 e non notificata, che ha rigettato l’appello del contribuente, in controversia concernente l’impugnativa della cartella di pagamento, avente ad oggetto gli importi dovuti, per Irpef ed altro dell’anno di imposta 2005, a seguito della sentenza della C.t.p. di Bari nel giudizio relativo alla legittimità dell’accertamento del reddito del contribuente di partecipazione alla società Beton prefabbricati s.r.l.;

la C.t.r., con la sentenza impugnata, ha confermato la decisione del primo giudice, rilevando che, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, “nei casi in cui è prevista la riscossione frazionata del tributo oggetto di giudizio davanti alle commissioni, il tributo, con i relativi interessi previsti dalle leggi fiscali, deve essere pagato… non oltre i due terzi, se la stessa accoglie parzialmente il ricorso”;

secondo la C.t.r., alla stregua della normativa appena richiamata, la cartella di pagamento oggetto del presente giudizio, in quanto emessa a seguito dell’iscrizione a ruolo eseguita dall’ufficio sulla scorta della sentenza n. 37/13/12 della C.t.p. di Bari, di parziale accoglimento del ricorso del contribuente avverso il propedeutico avviso di accertamento, deve ritenersi legittima, in quanto le somme con la stessa richieste non superano la misura dei due terzi “dell’importo richiesto con l’avviso di accertamento”;

quanto all’eccezione di nullità della cartella di pagamento per carenza di motivazione, il giudice di appello rilevava che “in essa era indicato il motivo specifico dell’avvenuta iscrizione a ruolo delle somme richieste, ovvero testualmente “gli importi sottoindicati sono dovuti a seguito di decisione della Commissione tributaria provinciale, sentenza n. 37/13/12 depositata il 2.3.02.2012″, e che il contribuente aveva avuto tutti i riferimenti necessari e sufficienti per poter verificare che l’importo richiesto fosse contenuto nella misura dei 2/3 prevista dalla legge”;

infine la C.t.r. rilevava che il contribuente non aveva provato che gli importi quantificati nella cartella di pagamento fossero superiori a quelli consentiti dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, e che le eccezioni di merito sollevate dall’appellante afferivano alla legittimità dell’accertamento già oggetto del giudizio innanzi alla C.t.p. di Bari conclusosi con sentenza n. 37/1.3/12 e che, pertanto erano inammissibili nel presente giudizio;

a seguito del ricorso, l’Agenzia delle entrate resiste con controricorso;

il ricorso è stato fissato per la camera di consiglio del 17 settembre 2021, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c., e dell’art. 380 bis 1 c.p.c., il primo come modificato ed il secondo introdotto dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, conv. in L. 25 ottobre 2016, n. 197.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con l’unico motivo di ricorso, il contribuente denunzia la violazione e falsa applicazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, comma 1, dell’art. 2697 c.c., nonché degli artt. 3 e 24 Cost., in relazione alla mancanza di motivazione della cartella di pagamento impugnata e dell’onere probatorio in ordine alla correttezza degli importi iscritti a ruolo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

secondo il ricorrente la sentenza impugnata avrebbe violato i principi cardine della motivazione degli atti emessi dall’amministrazione finanziaria e dal concessionario della riscossione, nonché i principi relativi all’onere probatorio, ponendo a carico del contribuente l’incombenza della dimostrazione dell’illegittimità degli importi iscritti a ruolo con la cartella di pagamento impugnata;

il ricorrente chiarisce di non aver mai eccepito, nei precedenti gradi di giudizio, la violazione dalla parte dell’ufficio della normativa in tema di riscossione dei tributi e delle sanzioni in pendenza di giudizio (D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, e il D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 19), ma, al contrario, di aver dedotto l’insufficienza della motivazione della cartella di pagamento, in cui si legge che “gli importi indicati sono dovuti a seguito decisione della commissione tributaria provinciale – Sentenza n. 37/13/12 depositata il 23.2.2012” “;

tale indicazione, secondo il ricorrente, non poteva considerarsi sufficiente, in quanto la sentenza della C.t.p. di Bari, richiamata nella cartella impugnata, era relativa al giudizio avente ad oggetto l’avviso di accertamento del reddito da partecipazione del contribuente in una società a ristretta base (Beton prefabbricati s.r.l.);

in tale ultimo giudizio, la C.t.p. aveva parzialmente accolto il ricorso in conseguenza del parziale accoglimento del ricorso della società avverso l’avviso di accertamento di maggiori utili extracontabili con la sentenza della C.t.p. di Bari n. 248/21/10 del 20/5/2010;

la sentenza di primo grado, emessa nel giudizio relativo all’impugnazione dell’avviso di accertamento del reddito societario, era stata successivamente riformata con sentenza della C.t.r. n. 45/10/12 del 22/5/2012, precedente alla notifica della cartella opposta;

in particolare, con la sentenza n. 37/13/12 della C.t.p. di Bari, richiamata nella cartella de qua, i giudici aditi avevano disposto la “rideterminazione degli utili pro quota da imputare al ricorrente, per effetto di quanto deciso con la sentenza della C.t.p. di Bari n. 248/21/10 del 20.5.2010 deposita il 18.11.2010”;

la Commissione tributaria regionale di Bari, con la sentenza n. 45/10/12 depositata il 22.5.2012, quindi precedente alla notifica della cartella di pagamento impugnata, notificata in data 7.6.2012, aveva accolto parzialmente “l’appello principale dell’Ufficio e quello incidentale della Società contribuente”, ritenendo illegittimo l’operato dell’Ufficio con riferimento a taluni rilievi, con conseguente necessità di un’ulteriore rideterminazione, sia dei maggiori redditi della società, sia dei dividendi dei soci;

conclude, quindi, il ricorrente nel senso che la motivazione della cartella di pagamento, non tenendo conto della sentenza della C.t.r. n. 45/10/12 depositata il 22.5.2012, non contiene le indicazioni sufficienti a consentire al contribuente l’agevole indicazione causale delle somme pretese dall’ufficio, non potendosi invocare l’equipollenza tra la corretta indicazione di tali elementi nell’atto impugnato e la conoscenza che di fatto ne abbia il contribuente;

il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato e va rigettato;

giova premettere che, come affermato da questa Corte, “in tema di riscossione delle imposte, l’iscrizione provvisoria a ruolo, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, comma 1, lett. b), ha ad oggetto l’intero importo accertato come dovuto dalla sentenza della commissione tributaria provinciale che abbia accolto solo parzialmente il ricorso, purché contenuto entro il limite dei due terzi dell’ammontare complessivo del tributo portato nell’avviso di accertamento, salva l’esigibilità del residuo nel caso in cui la sentenza della commissione tributaria regionale accerti che è dovuto l’intero ammontare del tributo o una somma superiore ai due terzi dello stesso”(Cass. Sez. 5, Sentenza n. 30775 del 28/11/2018);

nel caso di specie la cartella di pagamento oggetto di impugnazione fa riferimento nella motivazione alla sentenza della C.t.p. di Bari n. 37/13/12, che ha parzialmente accolto il ricorso del contribuente avverso l’avviso di accertamento del maggior reddito da partecipazione alla società a ristretta base Beton prefabbricati s.r.l.;

come si è detto, tale sentenza (n. 37/13/12 della C.t.p. di Bari, depositata il 23/2/2012), nella determinazione del reddito di partecipazione del socio, faceva riferimento alla sentenza sulla determinazione del maggior reddito societario della C.t.p. di Bari n. 248/21/10 del 20.5.2010, depositata il 18.11.2010 ed all’epoca non ancora modificata dalla sentenza della C.t.r. della Puglia n. 45/10/12 depositata il 22.5.2012;

il giudice di appello ha ritenuto che la quantificazione dell’importo indicato nella cartella non fosse eccessivo rispetto ai limiti di legge e lo stesso ricorrente ha precisato di non aver mai dedotto la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, bensì, la carenza della motivazione della cartella e la violazione delle norme sulla ripartizione dell’onere probatorio;

la doglianza sulla determinazione degli importi dovuti, come rilevato dal giudice di appello, appare complessivamente generica e di natura meramente formale;

il ricorrente, infatti, oltre ad affermare esplicitamente che la denunzia non riguarda la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, non chiarisce neanche in che misura la decisione di appello nel giudizio relativo all’impugnazione dell’avviso di accertamento emesso nei confronti della società sia favorevole a quest’ultima e che incidenza tale pronuncia abbia avuto sulla determinazione del reddito da partecipazione del socio;

attesa l’inammissibilità della doglianza sulla determinazione degli importi dovuti a causa della sua genericità, non è ravvisabile alcuna violazione delle norme in tema di riparto dell’onere della prova in ordine alla corretta quantificazione degli stessi;

per quanto riguarda il denunciato vizio di motivazione della cartella di pagamento, esso è infondato in quanto la cartella, emessa ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 68, fa riferimento alla sentenza di primo grado in base alla quale la cartella stessa è stata emessa;

secondo il ricorrente, il fatto che la cartella, notificata al socio dopo il deposito della sentenza della C.t.r. n. 45/10/12, non avesse tenuto conto della riforma in appello della determinazione del maggior reddito societario, con l’accoglimento parziale degli appelli contrapposti della contribuente e dell’ufficio, avrebbe comportato il difetto di motivazione della cartella stessa;

ritiene il collegio che, invece, non possa rilevarsi alcuna insufficienza motivazionale dell’atto impugnato, in quanto esso fa riferimento alla sentenza sulla determinazione del reddito da partecipazione, avente ad oggetto il titolo fondante della pretesa specifica nei confronti del socio, cioè l’atto impositivo presupposto, che è l’avviso di accertamento del reddito da partecipazione, oggetto di annullamento parziale;

sul punto non appare dirimente la circostanza evidenziata dal ricorrente, relativa al fatto che la sentenza richiamata nella cartella di pagamento a sua volta individuava quale parametro il maggior reddito societario accertato in una sentenza successivamente in parte riformata;

invero, sebbene l’accertamento tributario nei confronti di una società di capitali a base ristretta, in ipotesi come quelle riferibili alla contestazione di utili extracontabili, costituisca un indispensabile antecedente logico-giuridico dell’accertamento nei confronti dei soci, in virtù dell’unico atto amministrativo da cui entrambe le rettifiche promanano (cfr. Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 1574 del 26/01/2021, secondo cui, ogni qual volta vi sia pendenza separata dei giudizi relativi all’accertamento del maggior reddito contestato alla società di capitali e di quello di partecipazione conseguentemente contestato al singolo socio, si impone la sospensione ex art. 295 c.p.c. – applicabile al giudizio tributario in forza del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1 – in attesa del passaggio in giudicato della sentenza emessa nei confronti della società), una volta instaurati, in assenza di sospensione, i due giudizi rimangono autonomi;

inoltre, allorché la ipotetica causa pregiudicante penda in grado di appello, come nel caso di specie, può trovare applicazione l’art. 337 c.p.c., comma 2, in forza del quale il giudice ha facoltà di sospendere il processo ove una delle parti invochi l’autorità di una sentenza a sé favorevole e non ancora definitiva (Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 17613 del 05/09/2016);

pertanto, nel caso di specie, in assenza di sospensione dei processi legati dal rapporto di pregiudizialità, la cartella di pagamento, legittimamente emessa D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 68, secondo quanto riconosciuto dallo stesso ricorrente, appare sufficientemente motivata con il riferimento alla sentenza di primo grado emessa nel giudizio pregiudicato in pendenza dell’appello nel giudizio pregiudicante;

per i motivi fin qui esposti il ricorso va rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento, in favore dell’Agenzia delle entrate, delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

la Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a pagare all’Agenzia delle entrate le spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 1.415,00 a titolo di compenso, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 17 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

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