Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36566 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 25/11/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 25/11/2021), n.36566

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – rel. Consigliere –

Dott. NICASTRO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 10145/2015 R.G. proposto da:

M.R., con l’avv. Giancarlo Violante Ruggì D’Aragona e con

domicilio eletto presso il suo studio in Roma, alla via Portuense n.

104;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio ex lege in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

e contro

Equitalia Centro s.p.a., in persona del legale rappresentante p.t.,

con gli avv.i Maurizio Cimetti e Sante Ricci e con domicilio eletto

presso del secondo in Roma, via delle Quattro Fontane n. 161;

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Toscana, Sez. staccata di Livorno, n. 2491/14/14, pronunciata il 13

giugno 2014 e depositata il 22 dicembre 2014, non notificata;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 14 settembre

2021 dal Co: Marcello M. Fracanzani.

 

Fatto

RILEVATO

1. Il contribuente era oggetto di verifica fiscale da parte dell’Amministrazione finanziaria che, dopo aver eseguito un controllo automatizzato ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, iscriveva a ruolo il debito tributario accertato, aumentato delle omesse addizionali, sanzioni ed interessi per complessivi Euro 11.754,07 in relazione all’anno d’imposta 2006.

2. Avverso la conseguente cartella di pagamento il contribuente spiccava ricorso ivi svolgendo molteplici censure, tutte respinte dalla Commissione tributaria provinciale.

3. La decisione di primo grado veniva confermata in appello.

4. Ricorre per la cassazione della sentenza il contribuente che si affida a quattro motivi di ricorso, cui resistono l’Agenzia delle Entrate e l’Agenzia della Riscossione con tempestivi controricorsi.

Diritto

CONSIDERATO

1. Con il primo motivo il ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36, comma 4 ter, e della L. n. 212 del 2000, art. 7, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. In particolare lamenta l’illegittimità della sentenza nella parte in cui il Giudice d’appello ha ritenuto che la cartella di pagamento, ancorché priva di sottoscrizione, non fosse illegittima in quanto senz’altro riferibile all’Agenzia della riscossione, sì da non sussistere dubbi sulla sua provenienza.

1.1 Secondo il ricorrente, invero, il difetto di sottoscrizione, così come l’incerta indicazione del responsabile del procedimento, costituivano elementi tali da poter radicare l’illegittimità e finanche l’inesistenza dell’atto impugnato.

Il motivo è infondato.

2. Invero, secondo il consolidato principio di questa Corte “la mancanza della sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l’invalidità dell’atto, quando non è in dubbio la riferibilità di questo all’Autorità da cui promana, giacché l’autografia della sottoscrizione è elemento essenziale dell’atto amministrativo nei soli casi in cui sia prevista dalla legge, mentre, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, la cartella va predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero competente, che non prevede la sottoscrizione dell’esattore ma solo la sua intestazione (da ult., Cass. nn. 21290 e 21844 del 2018)” (Cfr. Cass., V, n. 25099/2019).

2.1 In particolare, con orientamento ormai risalente questa Corte ha affermato che “l’omessa sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l’invalidità dell’atto, la cui esistenza non dipende tanto dall’apposizione del sigillo o del timbro o di una sottoscrizione leggibile, quanto dal fatto che tale elemento sia inequivocabilmente riferibile all’organo amministrativo titolare del potere di emetterlo”, tanto più che, a norma del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 25, la cartella, quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli, deve essere predisposta secondo “il modello approvato con decreto del Ministero competente, che non prevede la sottoscrizione dell’esattore, ma solo la sua intestazione e l’indicazione della causale, tramite apposito numero di codice” (Cfr. Cass., Sez. V, n. 25773/2014).

2.2 Nella fattispecie in commento è lo stesso ricorrente che, pretendendo di vedere indicato il nome del singolo funzionario legato dal rapporto di immedesimazione organica con l’Agenzia della riscossione, riconosce apertamente che la riferibilità dell’atto ad Equitalia Gerit s.p.a. non è in discussione (vedasi pag. 6 del ricorso). Sennonché, come ricordato, l’esistenza della cartella non dipende tanto dall’apposizione del sigillo o del timbro o di una sottoscrizione leggibile, quanto dal fatto che l’atto sia inequivocabilmente riferibile all’organo amministrativo titolare del potere di emetterlo.

2.3 A margine la circostanza che la sentenza impugnata dà atto della menzione esplicita del responsabile del procedimento, il quale non può ovviamente essere confuso con il soggetto preposto alla notifica dell’atto impositivo come preteso dal ricorrente.

Pertanto il motivo è infondato e va respinto.

3. Con il secondo motivo il contribuente prospetta censura per violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, artt. 7 e 8, in parametro all’art. 360 c.p.c., n. 3, nella parte in cui la decisione di secondo grado ha ricondotto l’obbligo di motivazione ai soli atti dell’Amministrazione finanziaria e non anche a quelli dell’Agente della riscossione. Afferma infatti che il contribuente non era stato messo nelle condizioni di capire le ragioni sottese alla pretesa erariale, non essendogli mai stato notificato il ruolo esattoriale, conosciuto solo a seguito della proposizione del ricorso.

Il motivo è infondato.

4. E’ orientamento ormai costante di questa Corte quello secondo cui “l’emissione della cartella di pagamento con le modalità previste dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis, comma 3, e dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, comma 3, non richiede la preventiva comunicazione dell’esito del controllo al contribuente, salvo che la procedura di liquidazione automatizzata non si limiti a rilevare meri errori materiali, ma richieda rettifiche preventive dei dati contenuti nella dichiarazione, nel qual caso la sua omissione, a seconda che sussistano o meno incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, può costituire mera irregolarità, non incidente sulla validità della successiva cartella di pagamento, oppure può costituire requisito di validità della procedura di liquidazione automatizzata e della conseguente cartella di pagamento, trovando in quest’ultima ipotesi applicazione immediata la nullità prescritta dalla L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 5” (Cass., V, n. 1711/2018; n. 17479/2019). Inoltre, in tema di riscossione delle imposte è stato affermato che “sebbene in via generale insorga l’obbligo di motivazione della cartella esattoriale, che non segua uno specifico atto impositivo, già notificato al contribuente, ma costituisca il primo ed unico atto con il quale l’ente impositore esercita la pretesa tributaria, alla stregua di un atto propriamente impositivo, tale obbligo va differenziato a seconda del contenuto prescritto per ciascun tipo di atto. Nel caso in cui la cartella di pagamento sia stata emessa in seguito a liquidazione effettuata in base alle dichiarazioni rese dal contribuente ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, l’obbligo di motivazione può essere assolto mediante il mero richiamo a tali dichiarazioni perché, essendo il contribuente già a conoscenza delle medesime, non è necessario che siano indicati i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche della pretesa (cfr. Cass., ord. n. 21804/2017; 14236/2017; 11612/2017; 15564/2017)” (Cfr. Cass., V, n. 13499/2020).

4.1 Nella fattispecie in esame il ricorrente non lamenta l’esistenza di errori nella propria dichiarazione, sicché viene a cadere tanto l’obbligo di preventiva informazione tanto quello di motivazione della cartella, promanando quest’ultima in modo automatico dalle dichiarazioni rese e non contestate dal ricorrente.

5. Il terzo motivo è proteso a denunciare la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, nonché, sotto un diverso profilo, la violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, in parametro all’art. 360 c.p.c., n. 3.

5.1 In buona sostanza la parte ricorrente denunzia due distinti profili di illegittimità della decisione. Da un lato critica la sentenza nella parte in cui la CTR non ha censurato la mancata instaurazione del contraddittorio con il contribuente, non sussistendo i presupposti per poter operare il controllo automatizzato D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis. Afferma infatti che, stante la sussistenza del credito d’imposta evidenziato nella dichiarazione modello Unico 2007, presentata per l’anno 2006, e quindi l’esistenza di dati diversi da quelli indicati in dichiarazione, l’Amministrazione finanziaria non avrebbe potuto procedere ad un mero controllo automatizzato; dall’altro lamenta che, a tutto voler concedere, l’Ufficio era decaduto dal potere di emettere la cartella ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25.

6. Rispetto alla censura svolta con il primo profilo, l’Avvocatura dello Stato eccepisce che la dichiarazione Modello Unico per l’anno d’imposta 2006 era stata presentata solo in data 23.01.2009: il ritardo maturato nella presentazione, avvenuta oltre il termine decadenziale, doveva far ritenere quella dichiarazione come omessa ai sensi del D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2, comma 8. Rispetto ai crediti d’imposta invocati dal contribuente il patrono erariale ne eccepisce invece l’inesistenza a mente dei dati presenti nell’anagrafe tributaria. Afferma, infatti, che detti crediti erano stati indicati dal contribuente per la prima volta nella dichiarazione modello Unico 2006 (anno d’imposta 2005) presentata solo in data 28.01.2009, per essere poi riportati nella sopra richiamata dichiarazione modello unico 2007.

6.1 Le suddette circostanze di fatto non risultano oggetto di contestazione da parte del ricorrente che, per vero, nulla dice sul punto nel ricorso proposto: secondo quanto appare dallo stesso ricorso del contribuente, il perimetro dell’originaria impugnazione era riferito sostanzialmente all’omesso invio dell’avviso bonario, senza che fosse invocata nel merito la sussistenza del credito di imposta, del resto espressamente disconosciuto sul piano sostanziale dall’Amministrazione finanziaria.

Il primo profilo è infondato.

7. In materia questo Giudice di legittimità ha affermato che “Il D.P.R., art. 2, comma 7, predetto prevede che “Sono considerate valide le dichiarazioni presentate entro novanta giorni dalla scadenza del termine, salva restando l’applicazione delle sanzioni amministrative per il ritardo. Le dichiarazioni presentate con ritardo superiore a novanta giorni si considerano omesse, ma costituiscono, comunque, titolo per la riscossione delle imposte dovute in base agli imponibili in esse indicati e delle ritenute indicate dai sostituti di imposta”. Pertanto, tale disposizione consente all’amministrazione di riscuotere le somme dovute dal contribuente in base agli imponibili indicati nelle dichiarazioni presentate con ritardo superiore ai novanta giorni, da indicare come omesse, mentre non permette di utilizzare in compensazione per l’anno successivo i crediti di imposta indicati in tali dichiarazioni tardive. La giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che la omessa presentazione della dichiarazione dei redditi (in quanto tardiva), nella quale è stato utilizzato in compensazione il credito di imposta, ne comporta il disconoscimento con conseguente debenza dell’imposta portata in cartella esattoriale D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis (Cass. Civ., sez. 5, 22 luglio 2015, n. 15413). Peraltro, agli stessi risultati è giunta la giurisprudenza di legittimità anche in tema di iva, con l’affermazione che l’omessa presentazione della dichiarazione annuale esclude, per il contribuente, la possibilità di recuperare il credito maturato nel relativo periodo di imposta attraverso il trasferimento della detrazione del periodo di imposta successivo. In tal caso, quindi il contribuente può esercitare soltanto il diritto al rimborso, ricorrendone i presupposti (Cass. Civ., 22 settembre 2011, n. 19326; mentre Cass. Civ., 3228/2002 citata dalla controricorrente, ove si tratta del diritto al rimborso del credito di imposta)” (Cfr. Cass., V, n. 27621/2018).

Ma è infondato anche il secondo profilo.

7.1 Conformandosi alla pronuncia del Giudice delle Leggi n. 280/2005, “il Legislatore ha invero adottato il decreto L. 17 giugno 2005, n. 106, convertito con modificazioni nella L. 31 luglio 2005, n. 156, ridisciplinando l’intera materia dei termini di decadenza sia per l’attività di accertamento sia per la notificazione delle cartelle. In particolare, all’art. 1, comma 5 bis e comma 5 ter – con riferimento ai “controlli automatizzati” delle dichiarazioni fiscali – ha stabilito quanto segue:

1-) al comma 5 bis, ha introdotto termini distinti di decadenza per la notifica delle cartelle relative “a pretese tributarie derivanti dalla liquidazione delle dichiarazioni”, rispettivamente, presentate “a decorrere dall’1 gennaio 2004” (lett. a), “presentate negli anni 2002 e 2003” (lett. b) e “presentate fino al 31 dicembre 2001” (lett. c)

2-) al comma 5 ter (al dichiarato fine di “di conseguire… la necessaria uniformità del sistema di riscossione mediante ruolo delle imposte sui redditi e dell’imposta sui valore aggiunto”) alla lett. a), n. 2), ha introdotto modifiche al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, comma 1, che nella nuova formulazione, viene a dettare la disciplina normativa “a regime”, disponendo che la notifica delle cartelle deve essere eseguita entro “il 31 dicembre: a) del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per le somme che risultando dovute a seguito dell’attività di liquidazione prevista dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36 bis” (D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, comma 1, lett. a)); b) del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attività di controllo formale prevista dal citato D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 ter” (D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25, comma 1, lett. b))” (cfr. Cass., V, n. 3976/2017).

8. Nella fattispecie in esame è incontroverso tra le parti, oltre a risultare testualmente dal testo della sentenza, che la cartella di pagamento relativa all’anno d’imposta 2006 sia stata notificata in data 6.05.2010 e, quindi, entro il terzo anno successivo a quello previsto per la presentazione della dichiarazione.

Anche il terzo motivo è pertanto infondato e va disatteso.

9. Il ricorso deve essere in definitiva rigettato, le spese seguono la regola della soccombenza e sono liquidate come in dispositivo. Spese e doppio contributo seguono per legge.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio in favore dell’Agenzia delle Entrate, che liquida in Euro duemilatrecento/00, oltre spese prenotate a debito, nonché in favore dell’Agente per la riscossione, che parimenti liquida in Euro duemilatrecento/00, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, rimborso in misura forfettaria del 15%, IVA e CPa. come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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