Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36565 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 25/11/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 25/11/2021), n.36565

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello M. – rel. Consigliere –

Dott. NICASTRO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 9221/2015 R.G. proposto da:

C.F., con l’avv. Angelo Ricci e con domicilio eletto

presso lo studio dell’avv. Angelo Gagliardi in Roma, Via del Corso

n. 117;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio ex lege in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Toscana, Firenze, n. 1808/24/14, pronunciata il 19 settembre 2014 e

depositata il 25 settembre 2014, non notificata;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 14 settembre

2021 dal Co: Marcello M. Fracanzani.

 

Fatto

RILEVATO

1. Il contribuente, ex legale rappresentante della società Residenza Arcobaleno s.r.l. uninominale in liquidazione, cancellata dal Registro delle imprese in data (OMISSIS), era raggiunto in data 28.05.2010 da un avviso di accertamento emesso dall’Ufficio nei confronti dell’anzidetta società in relazione all’anno d’imposta 2005.

2. Il contribuente insorgeva con ricorso svolgendo una duplice censura, ma incontrava l’apprezzamento solo parziale della Commissione tributaria provinciale.

3. L’appello proposto dall’Amministrazione finanziaria, e cui il contribuente resisteva senza svolgere appello incidentale per la parte di sua soccombenza, veniva accolto dalla Commissione tributaria regionale.

4.Ricorre per la cassazione della sentenza il contribuente, che si affida a tre motivi di ricorso, e cui resiste la Avvocatura generale dello Stato.

Diritto

CONSIDERATO

1.Con il primo motivo il ricorrente denunzia la violazione dell’art. 2495 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. La CTR avrebbe errato nel ritenere legittimo l’atto impositivo relativo ad una società estinta e notificato al suo ex legale rappresentante, privo di legittimazione passiva a riceverlo.

Il motivo è inammissibile.

1.1 Come correttamente eccepito dall’Avvocatura, la CTP ha rigettato in modo espresso l’eccezione di difetto di legittimazione passiva svolta dal contribuente. Quel capo della sentenza, in cui il contribuente è risultato soccombente in primo grado, non è stato però oggetto di appello incidentale, sicché su di esso si è formato il giudicato interno. Occorre infatti ricordare che “Costituisce capo autonomo della sentenza – come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato interno – solo quello che risolva una questione controversa tra le parti, caratterizzata da una propria individualità e una propria autonomia, sì da integrare, in astratto, gli estremi di un decisum affatto indipendente, ma non anche quello relativo ad affermazioni che costituiscano mera premessa logica della statuizione in concreto adottata” (Cass., II, n. 27061/2018). In buona sostanza la formazione della cosa giudicata su un determinato capo della sentenza investita dal gravame può verificarsi soltanto con riferimento ai capi della stessa sentenza completamente autonomi, in quanto concernenti questioni indipendenti da quelle investite dai motivi di impugnazione, perché fondate su autonomi presupposti di fatto e di diritto.

1.2 Nel caso in commento la Commissione tributaria regionale ha respinto l’eccezione di difetto di legittimazione passiva svolta dal contribuente, quale capo certamente autonomo perché statuente una pronuncia su una questione preliminare di merito. Sul quel capo, non impugnato in via incidentale in grado di appello, si è formato il giudicato interno che preclude l’esame della censura di illegittimità svolta.

Il motivo va pertanto dichiarato inammissibile.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denunzia l’illegittimità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione del D.L. n. 41 del 1995, art. 15, convertito con modificazioni nella L. n. 425 del 1996 e per violazione della L. n. 212 del 2000, art. 10, comma 1, in relazione al 1 rilievo dell’Ufficio “Componenti positivi di reddito non dichiarati per Euro 597.476,90” operato ai fini IRES, IRAP e IVA.

2.1 In particolare, il contribuente critica la sentenza nella parte in cui non ha rilevato che l’avviso di accertamento era stato emesso in violazione della previsione di cui al D.L. n. 41 del 1995, art. 15, che inibiva la rettifica del valore di cessione dei beni immobili nel caso in cui l’importo dichiarato risultasse non inferiore al valore determinato secondo le risultanze catastali.

Il motivo è inammissibile.

2.2. Il ricorrente si duole sostanzialmente per un vizio di omessa pronuncia, che avrebbe dovuto essere riferito alla violazione dell’art. 112 c.p.c. in parametro all’art. 360 c.p.c., n. 4, non ricorrendo qui in vizio di violazione di legge.

Ed infatti, è appena il caso di rammentare che il vizio di violazione di legge consiste in un’erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato della fattispecie astratta recata da una norma di legge implicando necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta, mediante le risultanze di causa, inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito la cui censura è possibile, in sede di legittimità, attraverso il vizio di motivazione (tra le tante: Cass. 11 gennaio 2016 n. 195; Cass. 30 dicembre 2015, n. 26610), mentre l’omissione di pronuncia attiene non ad una risposta ritenuta errata, ma alla mancanza di un capo di sentenza coerente con un relativo capo di domanda.

3. Con il terzo motivo di ricorso il ricorrente avanza censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 85, in relazione al 2 rilievo dell’Ufficio “Componenti positivi di reddito non dichiarati per Euro 85.000,00” operato ai fini IRES e IRAP. Afferma, in particolare, che la CTR avrebbe errato nel considerare legittimi i componenti positivi di reddito non dichiarati per Euro 85.000,00 a mente dell’art. 85 TUIR, comma 2. Questi ultimi, invero, avrebbero dovuto essere esclusi a termini della risoluzione n. 322/E del 9.10.2002, che estrometteva dal computo il valore di mercato delle aree cedute gratuitamente in adempimento a precisi obblighi contrattuali ed ai fini dell’esercizio dell’impresa e dell’iniziativa urbanistica.

3.1 II motivo è inammissibile giacché la parte ricorrente intende, di fatto, far valere la violazione della risoluzione n. 322/E del 9.10.2002. Orbene, la mancata adesione alle risoluzioni dell’Agenzia, così come alle circolari ministeriali, non può costituire motivo di ricorso per cassazione sotto il profilo della violazione di legge, posto che esse non contengono norme di diritto, bensì mere disposizioni di indirizzo uniforme interno all’Amministrazione da cui promanano. Caratteristiche, queste, che ne evidenziano la natura di meri atti amministrativi non provvedimentali e che escludono che esse possano fondare posizioni di diritto soggettivo in capo a soggetti esterni all’Amministrazione stessa. A questa regola non si sottraggono le circolari dell’Amministrazione Finanziaria (del resto priva di poteri discrezionali nella determinazione delle imposte dovute, regolata per legge), le quali non vincolano né i contribuenti né i giudici, così da risultare, appunto, anch’esse esenti dal controllo di legittimità (Cfr. Cass., V, n. 5937/2017; Cass., V, n. 16612/08; Cass., V, n. 11449/05).

3.2. Deve essere accolta anche l’eccezione svolta dal patrono erariale che ne eccepisce l’inammissibilità per implicare la censura svolta un accertamento in ordine all’interpretazione del contratto, che il ricorrente avrebbe dovuto riprodurre nel ricorso: trascrizione invece omessa.

Invero, la ricorrente mette in discussione la valutazione della prova, rectius dell’atto notarile con cui è stata operata la cessione gratuita delle aree da parte della società estinta Residenza Arcobaleno s.rl. uninominale, così come operata nella sentenza impugnata, ivi deducendo una complessiva critica dell’apprezzamento di merito che non può trovare ingresso nel giudizio di cassazione, di talché la censura va dichiarata inammissibile (cfr. Cass., V, n. 18877/2021).

In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio in favore l’Agenzia delle Entrate, che liquida in Euro settemilaottocento/00, oltre a spese prenotate a debito.

Ai sensi D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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