Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36555 del 25/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 25/11/2021, (ud. 17/09/2021, dep. 25/11/2021), n.36555

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angel – Maria –

Dott. CATALLOZZI Paolo – rel. Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

Dott. GALATI Vincenzo – Consigliere –

Dott. NOVIK Adet Toni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 30145/2014 R.G. proposto da:

Stylgraf di M.M. & C. s.a.s. in liquidazione e in

concordato preventivo, in persona del legale rappresentante pro

tempore, M.G. e P.A., tutti rappresentati

e difesi dagli avv. Claudio Berliri e Mauro Bussani, con domicilio

eletto presso lo studio del primo, sito in Roma, via Alessandro

Farnese, 7;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi, 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia, n. 2246/2014, depositata il 2 maggio 2014.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 27 aprile

2021 dal Consigliere Paolo Catallozzi e, riconvocato il Collegio,

del 17 settembre 2021.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

– la Stylgraf di M.M. & C. s.a.s. in liquidazione e in concordato preventivo, M.G. e P.A. propongono ricorso per cassazione avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Lombardia, depositata il 2 maggio 2014, che, in accoglimento dell’appello erariale, ha respinto l’loro ricorsi per l’annullamento degli avvisi di accertamento con cui era stata rettificata la dichiarazione resa dalla società e dai soci per l’anno 2007, erano state recuperate le imposte non versate e irrogate le relative sanzioni;

– dall’esame degli atti si evince che con gli atti impositivi l’Ufficio aveva contestato alla società l’applicazione dell’1.v.a. agevolata al 4% ad alcune cessioni di beni in difetto dei relativi presupposti e l’omessa contabilizzazione di ricavi;

– il giudice di appello, dopo aver riferito che la Commissione provinciale aveva accolto i – riuniti – ricorsi per carenza di motivazione degli atti impugnati, ha accolto il gravame dell’Amministrazione finanziaria;

– il ricorso è affidato a cinque motivi;

– resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate;

– i ricorrenti depositano memoria ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

– deve preliminarmente rilevarsi, per una migliore comprensione dei fatti, che, come anche evidenziato da entrambe le parti, con gli avvisi di accertamento in oggetto l’Ufficio ha formulato due rilievi: un primo, relativo all’erronea applicazione dell’aliquota i.v.a. in misura agevolata del 4% relativa ad alcune operazioni per difetto dei relativi requisiti soggettivi e oggettivi; un secondo, relativo all’omessa contabilizzazione di ricavi;

– con particolare riferimento a tale ultimo rilievo si evince dall’esame dalla sentenza e degli atti delle parti che con il ricorso introduttivo i contribuenti hanno eccepito la correttezza dell’operato della società, la quale aveva provveduto a “stornare” le cessioni rilevate a causa della contestazione e restituzione della merce da parte dei clienti e, a seguito del mancato esercizio del credito restitutorio da parte di questi ultimi, a dichiarare una sopravvenienza attiva per il corrispondente importo nella dichiarazione resa per l’anno 2009;

– sostengono i contribuenti che solo nel corso del giudizio di primo grado l’Ufficio aveva disconosciuto tali note di credito, ritenendo non dimostrato l’annullamento delle operazioni in oggetto;

– la Commissione regionale ha accolto il gravame erariale evidenziando che i contribuenti non avevano dato prova dell’esistenza delle operazioni di “storno” (ossia dell’effettivo annullamento delle cessioni originariamente effettuate), ritenendole “operazioni inesistenti”, in quanto tali inidonee a determinare l’insorgenza di un credito per la società ai fini i.v.a. e irrilevanti ai fini delle imposte dirette;

– orbene, con il primo motivo di ricorso i contribuenti deducono, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza per omessa pronuncia e ultrapetizione, nella parte in cui, rispettivamente, non ha deciso sulla questione processuale relativa alla controversa ammissibilità dell’allegazione dell’Ufficio in ordine alla fittizietà delle operazioni “di storno” e ha ritenuto legittimo il rilievo concernente l’omessa contabilizzazione dei ricavi per fittizietà delle operazioni rilevate sull’erroneo presupposto fattuale che le relative fatture fossero ricevute e non, invece, emesse;

– il motivo è infondato;

– quanto alla questione relativa all’ammissibilità dell’allegazione dell’Ufficio dell’inesistenza delle operazioni di annullamento delle cessioni originarie – idonea, in quanto tale, a giustificare il disconoscimento della relativa annotazione in diminuzione dei ricavi conseguiti – si rileva che la decisione adottata comporta una statuìzione implicita di rigetto della eccezione formulata da ricorrenti; – quanto, invece, al secondo profilo, la censura di ultrapetizione muove da un’errata interpretazione della sentenza di appello, la quale non ha affatto inteso che si trattava di fatture ricevute, ma ha ritenuto che lo “storno” delle fatture emesse non aveva alcuna giustificazione, con conseguente necessità di contabilizzare tra i ricavi gli importi indebitamente stornati;

– con il secondo motivo questi ultimi deducono l’omesso esame in ordine all’ammissibilità dell’allegazione dell’Ufficio di fittizietà delle operazioni rilevate, non essendo stata questa contestata con gli avvisi di accertamento;

– il motivo è inammissibile;

– l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 riguarda un vizio specifico denunciabile per cassazione relativo all’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, da intendersi riferito a un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico-naturalistico, come tale non ricomprendente questioni o deduzioni difensive (cfr. Cass., ord., 29 ottobre 2018, n. 27415; Cass., ord., 18 ottobre 2018, n. 26305);

– con il terzo motivo i ricorrenti si dolgono dell’omesso esame del fatto decisivo e controverso, rappresentato dall’emissione di note di credito a storno delle fatture contestate;

– il motivo è infondato, in quanto, come rilevato in precedenza, il fatto dedotto nel motivo è stato esaminato dalla Commissione regionale, ma ritenuto che l’annullamento delle fatture emesse, con relativa emissione di note di credito, doveva essere disconosciuto, alla luce delle risultanze probatorie prodotte in giudizio;

– con il quarto motivo i contribuenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, artt. 19, 21 e 54, per aver la sentenza impugnata ritenuto che fosse loro onere dimostrare l’effettività delle operazioni;

– il motivo è infondato;

– in tema di i.v.a., una volta assolta da parte dell’Amministrazione finanziaria la prova, anche in via indiziarla mediante la dimostrazione che l’emittente è una “cartiera”, dell’oggettiva inesistenza delle operazioni, spetta al contribuente, ai fini della detrazione dell’IVA e/o della deduzione del relativi costi, provare l’effettiva esistenza delle operazioni contestate, senza che, tuttavia, tale onere possa ritenersi assolto con l’esibizione della fattura ovvero in ragione della regolarità formale delle scritture contabili o dei mezzi di pagamento adoperati, che vengono di regola utilizzati proprio allo scopo di far apparire reale un’operazione fittizia (cfr. Cass., ord., 19 ottobre 2018, n. 26543; Cass., ord., 5 luglio 2018, n. 17619);

– la Commissione regionale, dunque, nel ritenere che, avendo l’Amministrazione offerto “validi elementi di prova” della fittizietà delle operazioni di storno, fosse onere dei contribuenti dimostrare l’effettività delle stesse, ha fatto corretta applicazione del riferito principio di diritto;

– con l’ultimo motivo i ricorrenti criticano la sentenza di appello, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per violazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42, e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 23, per aver la sentenza impugnata pronunciato sulla questione relativa alla omessa contabilizzazione di ricavi introdotta dall’Ufficio, benché il fatto costitutivo, ossia l’asserita fittizietà delle operazioni di “storno” rappresentato con le note di credito emesse, fosse stato allegato solo con le controdeduzioni presentate nel corso del giudizio di primo grado;

– il motivo è infondato;

– è vero quanto allegato dalla ricorrente in ordine al fatto che con l’avviso di accertamento l’Ufficio ha provveduto (anche) al recupero delle maggiori imposte accertate sulla base della contestazione di omessa contabilizzazione di ricavi, indicati in relazione alle operazioni fatturate dalla contribuente, provvedendo solo in sede giudiziaria ad esplicitare le ragioni per cui non può tenersi conto delle operazioni di storno delle fatture prese in esame, in quanto emesse a fronte di operazioni inesistenti;

– una siffatta circostanza, tuttavia, non costituisce una integrazione della motivazione dell’atto impositivo, soddisfatta mediante l’indicazione analitica dei ricavi asseritamente non contabilizzati e dalle ragioni giuridiche poste a fondamento del rilievo;

– del pari, non costituisce una modifica – inammissibile – delle motivazioni poste a fondamento dell’atto impositivo, risolvendosi nella legittima – e doverosa – presa di posizione dell’Amministrazione resistente all’eccezione avanzata dalla ricorrente;

– pertanto, per le suesposte considerazioni il ricorso non può essere accolto;

– le spese processuali seguono il criterio della soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 2.500,00, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 17 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 novembre 2021

 

 

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