Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36530 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/11/2021, (ud. 12/10/2021, dep. 24/11/2021), n.36530

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20246-2020 proposto da:

UNICREDIT SERVICES SCPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LIVENZA N. 3, presso

lo studio dell’avvocato LOTTI MASSIMO, che la rappresenta e difende

unitamente agli avvocati FLORIO SALVATORE, DAVERIO FABRIZIO;

– ricorrente –

contro

P.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli

avvocati MORO ALVISE, VERGARA CAROLA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2185/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 30/01/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. BOGHETICH

ELENA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con sentenza n. 2185 depositata il 30.1.2020 la Corte di appello di Milano, confermando la pronuncia resa dal Tribunale della stessa sede, ha respinto l’appello di Unicredit Services s.c.p.a. ed accolto la domanda di P.A. proposta per l’accertamento e la condanna del compenso forfettario pattuito con la società nel 2006, percepito sino ad aprile 2018 e successivamente sospeso (compenso forfettario complessivo annuo lordo di Euro 7.000,00).

2. La Corte territoriale, richiamato l’orientamento giurisprudenziale in materia di interpretazione dei negozi che attribuisce valore determinante al senso letterale delle parole ed interpretato il patto intercorso tra le parti nel 2006, ha ritenuto che il testo dell’accordo manifestava chiaramente la volontà della società di erogare il compenso aggiuntivo in considerazione del “trasferimento” del luogo di lavoro da Trieste a Milano (circostanza pacifica tra le parti) e di revocarlo solamente in occasione di due circostanze (trasferimento a Trieste o ad altra piazza, eventi pacificamente non ricorrenti), esegesi, inoltre, coerente con l’utilizzo di altre espressione (nell’ambito dell’accordo) che rimandavano al disagio di doversi, di fatto, trasferire a vivere lontano da Trieste (piuttosto che ad una compensazione dei costi relativi agli spostamenti, nel fine settimana, a Trieste per raggiungere il nucleo familiare).

3. Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso affidato a tre motivi, illustrati da memoria, e il Parma ha resistito con controricorso.

4. La proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. – La società ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione delle norme dettate in materia di interpretazione degli atti negoziali (artt. 1362 e ss c.c.), anche alla luce dell’art. 79 c.c.n.l. Quadri direttivi e personale delle Aree professionali dipendenti da imprese creditizie, finanziarie e strumentali, avendo, la Corte territoriale, trascurato che proprio dal mero significato letterale delle espressioni utilizzate dalle parti nell’accordo del 2006 (nonché dalla ratio ispiratrice del riconoscimento) emerge il rilievo rivestito dalla residenza del lavoratore e la spettanza del compenso unicamente nel caso di dissociazione tra residenza e luogo di lavoro (circostanza venuta meno dal 2015); il riferimento, inoltre, alla revoca in caso di trasferimento “ad altra piazza” trova, inoltre, spiegazione nell’applicazione, in tal caso, delle provvidenze dettate dalla contrattazione collettiva, mentre la definizione di “indennità di spola” non apparteneva alla prospettazione della società bensì dello stesso lavoratore.

2. – Con il secondo motivo la società ricorrente denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione degli artt. 2697,2727 e 2729 c.c. avendo, la Corte territoriale, addossato erroneamente alla società l’onere di provare la continua “spola” del Parma durante il fine settimana da Milano a Trieste (e viceversa) e l’interruzione di ogni legame del lavoratore con la città di provenienza; nella misura in cui il compenso era legato alla dissociazione tra luogo di residenza e sede di lavoro, la società non poteva essere onerata di altra prova (essendo stato già dimostrato il cambio di residenza, da Trieste a Milano, nel febbraio 2015).

3. – Con il terzo motivo la società deduce nullità della sentenza e/o del procedimento, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, avendo, la Corte territoriale, fornito una motivazione apparente, non avendo dato alcuna spiegazione in merito ai motivi in base ai quali l’espressione “oneri derivanti dal suo trasferimento” non dovrebbe intendersi – come invece è evidente – ai costi del pendolarismo da Milano a Trieste, né avrebbe specificato le argomentazioni utilizzate ai fini di accreditare l’interpretazione privilegiata (ossia il “disagio di doversi, di fatto, trasferire a vivere lontano da Trieste” e il fatto che il cambio di residenza “non esclude di per sé solo il suo legame con la città di origine”).

4. – I motivi, che possono essere trattati congiuntamente in ragione della loro stretta connessione, sono per alcuni aspetti inammissibili e per la parte residua manifestamente infondati e non presentano profili che per la loro complessità od originalità suggeriscano di trattare la causa in udienza pubblica (come richiesto dalla società nella memoria depositata in prossimità dell’udienza).

L’interpretazione delle disposizioni di un patto/contratto individuale costituisce accertamento di fatto ed è riservata al giudice di merito; può essere sindacata in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale oppure per vizio di motivazione (Cass. nn. 2512 del 2013, 16376 del 2006); in tal caso, il ricorrente ha l’onere di indicare specificamente il punto ed il modo in cui l’interpretazione si discosti dai canoni di ermeneutica o la motivazione relativa risulti obiettivamente carente.

Va sottolineato che, nel caso di specie, opera, con riguardo al paradigma rappresentato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (peraltro, non formalmente invocato dal ricorrente), il criterio della pronuncia c.d. doppia conforme, ex art. 348-ter c.p.c., commi 4 e 5, non potendosi, dunque, invocare il vizio di motivazione.

5. – L’accordo stipulato tra le parti nel 2006 recitava: “Considerato che l’accettazione della proposta di trasferimento da parte della società comporterà per lei la necessità di trasferirsi a Milano da Trieste – ove attualmente risiede – allo scopo di alleviarla parzialmente dagli oneri derivanti dal suo trasferimento, e verrà corrisposto un compenso forfettario complessivo annuo lordo di Euro 7.000,00 mensili dato in busta paga. In ragione dei motivi che hanno determinato il predetto compenso, lo stesso sarà revocato nel caso di suo trasferimento a Trieste. Nell’ipotesi di suo trasferimento ad altra piazza, il trattamento verrà altresì revocato, salva l’applicazione in tal caso delle previsioni contrattuali, mentre sarà solvibile fino a concorrenza a fronte di aumenti retributivi.”

6. – Nella presente fattispecie, la Corte territoriale, con interpretazione ermeneutica corretta e con argomentazione logica, ha spiegato che – dal senso letterale complessivo delle espressioni utilizzate dalle parti nel patto stipulato nel 2006 – emergeva che la società aveva ritenuto di riconoscere l’emolumento in ragione del “trasferimento” del luogo di lavoro da Trieste a Milano, prevedendo invero la revoca del beneficio solamente in due distinte ipotesi, nessuna delle quali avverata nel caso di specie; la somma non aveva lo scopo di costituire una “indennità di spola” (idonea a compensare il disagio di rendere la prestazione lavorativa in una città diversa da quella di residenza, cui il lavoratore torna regolarmente) perché se così fosse non si comprenderebbe la previsione di revoca dell’emolumento anche in ipotesi trasferimento in altra città (diversa da Milano da Trieste); l’interpretazione e’, altresì, coerente con l’utilizzo dell’espressione “oneri derivanti dal suo trasferimento” che rimanda al disagio di doversi, di fatto, trasferire a vivere lontano da Trieste (piuttosto che alla parziale compensazione dei costi sostenuti per recarsi nel fine settimana Trieste).

Il ricorrente non ha evidenziato obiettive deficienze o contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice di merito ma, richiamando lo stesso canone interpretativo consistente nella interpretazione letterale del negozio giuridico utilizzato dal giudice di merito, si limita a rivendicare un’alternativa interpretazione plausibile più favorevole perché ritiene che l’atto sottoscritto dalle parti esprimerebbe una volontà risolutiva del diritto a fronte del cambio di residenza del lavoratore.

Ma per sottrarsi al sindacato di legittimità quella data dal giudice al testo negoziale non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra (Cass. n. 10131 del 2006; Cass. n. 24539 del 2009; Cass. n. 6125 del 2014; Cass. n. 27136 del 2017).

Non e’, quindi, rinvenibile nella sentenza impugnata alcuna anomalia motivazionale che si manifesti come “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, o “motivazione apparente” (Cass. S.U. n. 8053 del 2014) né alcuna violazione dei canoni di interpretazione negoziale.

7. – In sintesi, il ricorso va rigettato e le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

8. – Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, aggiungendovi il comma 1-quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice da atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) integralmente da respingersi, deve provvedersi in conformità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente a pagare le spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 20012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione civile della Corte di cassazione, il 12 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

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