Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36505 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/11/2021, (ud. 18/05/2021, dep. 24/11/2021), n.36505

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16893-2020 proposto da:

G.A.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA APPIA

NUOVA, 612, presso lo studio dell’Avvocato VIRGINIA IANNUZZI,

rappresentata e difesa dall’Avvocato MASSIMO IMBIMBO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA, (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE EUROPA 190,

presso lo studio dell’Avvocato ALDO DEL FORNO, che la rappresenta e

difende unitamente agli Avvocati PAOLO SANTUCCI, MAURO PANZOLINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2005/2019 del TRIBUNALE di AVELLINO,

depositata il 31/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 18/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO

GIAIME GUIZZI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

– che G.A.M. ricorre, sulla base di un unico motivo, per la cassazione della sentenza n. 2005/19, del 31 ottobre 2019, del Tribunale di Avellino, che – accogliendo il gravame esperito dalla società Poste Italiane S.p.a. avverso la sentenza n. 608/17, del 27 dicembre 2017, del Giudice di pace di Cervinara – ha dichiarato, in accoglimento dell’opposizione a decreto ingiuntivo proposta dalla medesima società, il difetto di legittimazione passiva dell’opponente in relazione alla pretesa creditoria dalla azionata in via monitoria dall’odierna ricorrente;

– che, in punto di fatto, la G. deduce di aver conseguito quattro provvedimenti monitori dal Giudice di pace di Cervinara, sul presupposto di aver diritto a ripetere da Poste Italiane quanto alla stessa versato in ragione dell’avvenuta notificazione di diversi atti giudiziari a mezzo posta, in relazione ai quali le era stato richiesto il pagamento della c.d. “CAN” (comunicazione di avvenuta notifica), in realtà – a suo dire – da non eseguirsi, essendosi il procedimento notificatorio regolarmente concluso con consegna dell’atto, destinato a persona giuridica, a soggetto indicato come “addetto alla ricezione degli atti”;

– che proposta opposizione a decreto ingiuntivo innanzi al medesimo Giudice di pace, la stessa veniva rigettata, con decisione, tuttavia, riformata dal giudice di appello, che accogliendo il gravame di Poste Italiane ne dichiarava il difetto di legittimazione passiva, sul rilievo dell’inesistenza di alcun rapporto diretto tra questa e il soggetto richiedente la notifica;

– che avverso la sentenza del Tribunale di Avellino ricorre per cassazione la G., sulla base – come detto – di un unico motivo;

– che esso denuncia – in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) – violazione della L. 28 febbraio 2008, n. 31, art. 36, comma 2-quater, (“recte”: D.L. 31 dicembre 2007, n. 248, convertito, con modificazioni, in L. n. 231 del 2008);

– che si censura la sentenza impugnata nella parte in cui “argomenta della presunta erroneità del ragionamento del giudice di primo grado, relativamente al perfezionamento della notifica alle persone giuridiche e alla pretesa non necessità della spedizione di avvenuta notifica, con conseguenza della non debenza del relativo costo”;

– che, per contro, riformando la decisione del Giudice di pace, il Tribunale avellinese avrebbe violato la norma di legge suddetta, la quale – sebbene stabilisca che, nell’ipotesi in cui il piego non sia consegnato personalmente al destinatario dell’atto, l’agente postale dia notizia al destinatario medesimo dell’avvenuta comunicazione a mezzo lettera raccomandata – andrebbe letta, comunque, in combinato disposto con l’art. 145 c.p.c., che consente la notificazione mediante consegna “a persona incaricata di ricevere” (come avvenuto nel caso di specie);

– che tale interpretazione avrebbe, di recente, ricevuto l’avallo di questa Corte (e’ citata Cass. Sez. 3, ord. 27 maggio 2020, n. 9878), avendo essa, oltretutto, precisato che, essendo quello relativo alla c.d. “CAN” un “pagamento richiesto dalla società Poste Italiane S.p.a., e non dall’ufficiale giudiziario”, nei confronti di quest’ultimo va “correttamente” indirizzata la “domanda la ripetizione”;

– che alla stregua di tali rilievi, pertanto, la ricorrente evidenzia come “la motivazione a suo tempo offerta dal Giudice di pace sul punto è assolutamente legittima e lineare”, fondandosi “proprio sulla consapevolezza dell’illegittimità dell’operato di Poste italiane S.p.a., rea di aver “scientemente” violato il dettato di cui alla L. n. 31 del 2008, art. 36, comma 2-quater”;

– che ha resisto all’avversaria impugnazione, con controricorso, la società Poste Italiane, chiedendo dichiararsi la stessa inammissibile (anche sul rilievo che la pretesa di ripetizione dell’indebito, azionata in via monitoria dalla G., concernerebbe il pagamento di quanto richiesto per la cd. “CAD”, ovvero per la comunicazione di avvenuto deposito prescritta dalla L. 20 novembre 1982, n. 890, art. 8, comma 2) o comunque non fondata;

– che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio per il 18 maggio 2021;

– che la controricorrente ha depositato memoria, insistendo nei propri rilievi.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

– che il ricorso è inammissibile;

– che, in via preliminare, va rilevato come il motivo di ricorso si presenti di dubbia ammissibilità, in relazione alla sua stessa modalità di articolazione;

– che, invero, esso – oltre a risolversi nell’affermazione secondo cui la decisione del primo giudice risultava “legittima e lineare” (così contrapponendola, inammissibilmente, alla sentenza oggi impugnata) -censura la pronuncia di appello in quanto essa avrebbe argomentato circa la “presunta erroneità del ragionamento del giudice di primo grado, relativamente al perfezionamento della notifica alle persone giuridiche e alla pretesa non necessità della spedizione di avvenuta notifica, con conseguenza della non debenza del relativo costo”;

– che, per contro, il Tribunale di Avellino non è entrato nel merito di tale questione (ovvero, se occorresse l’invio della c.d. “CAN” anche in caso di notificazione ex art. 145 c.p.c., perfezionatasi con consegna dell’atto “a persona incaricata di ricevere le notificazioni”, e quindi sull’interpretazione dei rapporti tra tale norma e il D.L. n. 248 del 2007, art. 36, comma 2-quater, convertito in L. n. 31 del 2008), avendo definito il giudizio sulla base del pregiudiziale rilievo che l’assenza di qualsiasi rapporto obbligatorio tra la G. e l’agente postale – operando quest’ultimo come ausiliario dell’Ufficiale Giudiziario – comportava il difetto di legittimazione dell’allora appellante (e già opponente a decreto ingiuntivo) Poste Italiane;

– che già sotto questo profilo – come evidenziato nella proposta del consigliere relatore – l’ammissibilità del ricorso si rivela dubbia, in applicazione del principio secondo cui la “proposizione, con il ricorso per cassazione, di censure prive di specifiche attinenze al decisum della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., n. 4), con conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d’ufficio” (Cass. Sez. 6-1, ord. 7 settembre 2017, n. 20910, Rv. 645744-01; in senso conforme Cass. Sez. 6-3, ord. 3 luglio 2020, n. 13735, Rv. 658411-01);

– che, in ogni caso, la censura – anche a ritenere che abbia investito l’effettiva “ratio decidendi” della sentenza impugnato, ovvero il ritenuto difetto di legittimazione passiva di Poste Italiane – risulta egualmente inammissibile;

– che la sentenza impugnata si è conformata al pressocché univoco indirizzo di questa Corte, il quale, in casi analoghi a quello presente, ha ribadito – con la sola eccezione dell’arresto citato dalla ricorrente – il difetto di legittimazione di Poste Italiane in relazione a pretese restitutorie del tipo di quelle azionate dalla G. (cfr. Cass. Sez. 63, ord. 18 febbraio 2015, n. 3261, Rv. 634394-01, in senso conforme anche Cass. Sez. 6-3, ord. 22 febbraio 2018, n. 3292, Rv. 634394-01 e, in motivazione, Cass. Sez. 3, ord. 27 febbraio 2019, n. 4715, non massimata);

– che va dato, pertanto, seguito al principio secondo cui, “in tema di notificazioni a mezzo posta, il relativo servizio si basa su di un mandato “ex lege” tra colui che richiede la notificazione e l’ufficiale giudiziario che la esegue, eventualmente avvalendosi, quale ausiliario. dell’agente postale, nell’ambito di un distinto rapporto obbligatorio, al quale il notificante rimane estraneo” (Cass. Sez. 6-3, ord. 3261 del 2015, cit.) sicché non è certo nei confronti dell’ausiliario – anche secondo il disposto dell’art. 1228 c.c. – che la pretesa azionata potrebbe farsi valere;

– che il ricorso va dichiarato, pertanto, inammissibile;

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo;

– che in ragione della declaratoria di inammissibilità del ricorso va dato atto – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 – della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, condannando G.A.M. a rifondere le spese del presente giudizio alla società Poste Italiane S.p.a., liquidandole in Euro, 3.000,00, più Euro 200,00 per esborsi, nonché 15% per spese generali oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente, se dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

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