Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36501 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. III, 24/11/2021, (ud. 21/06/2021, dep. 24/11/2021), n.36501

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. VALLE Cristian – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 26721/2018 R.G. proposto da

B.R.S., quale procuratrice della madre

H.B.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE REGINA

MARGHERITA 1, presso lo studio dell’avvocato EDOARDO DE STEFANO,

rappresentata e difesa dall’avvocato FILIPPO TORTORICI;

– ricorrente –

contro

B.J., in difetto di elezione di domicilio in ROMA, per

legge domiciliata ivi, presso la CANCELLERIA della CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato STEFANO SALVATORE

LUCIDO;

– controricorrente –

nonché

M.G., C.V.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 733/2018 del TRIBUNALE di TRAPANI, depositata

il 10/07/2018;

udita la relazione svolta alla pubblica udienza del 21/06/2021 dal

Dott. Franco DE STEFANO;

lette le conclusioni motivate scritte del Pubblico Ministero, in

persona del Sostituto Procuratore generale Dott. CARDINO Albert, il

quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. B.R.S., nell’addotta qualità di procuratrice della madre H.B.M., ricorre per la cassazione della sentenza con cui il Tribunale di Trapani ha dichiarato inammissibile, qualificatala ex art. 617 c.p.c. e nel contraddittorio anche della custode giudiziaria C.V. e dell’aggiudicatario M.G., l’opposizione da lei proposta, con contestuali istanze di sospensione e riduzione, al pignoramento intrapreso ai suoi danni da B.J. su di un compendio immobiliare in (OMISSIS), tra l’altro per vizi delle notifiche e delle comunicazioni alla debitrice.

2. Resiste con controricorso la sola creditrice procedente, mentre gli altri intimati ( M.G. e C.V.) restano tali; e, per la successiva pubblica udienza del 21/06/2021 (tenuta in camera di consiglio ai sensi del D.L. n. 137 del 2020, art. 23, comma 8-bis, conv. con modif. dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176, come successivamente prorogato al 31 luglio 2021 dal D.L. 1 aprile 2021, n. 44, art. 6, comma 1, lett. a), n. 1), conv. con modif. dalla L. 28 maggio 2021, n. 76), il Procuratore Generale deposita conclusioni motivate scritte nel senso del rigetto.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Va, in via dirimente, dichiarata l’improcedibilità del ricorso, in quanto non è rinvenibile in atti la copia notificata della sentenza, per esservi depositata solo la sua copia autentica: ed è noto che, in forza del tenore testuale dell’art. 369 c.p.c., in tal caso il ricorso per cassazione, proposto nel termine breve di sessanta giorni dalla notifica – addotta dalla stessa ricorrente – della sentenza impugnata, è improcedibile se il ricorrente, unitamente alla copia autentica della sentenza, non deposita anche la relazione di notificazione della stessa, né il vizio, rilevabile d’ufficio, è sanabile dalla non contestazione da parte del controricorrente (da ultimo, tra innumerevoli: Cass. 12/02/2020, n. 3466).

2. Ne’ soccorre la ricorrente il principio affermato da Cass. 10/07/2013, n. 17066), poiché il ricorso è stato avviato per la notifica solo il 14/09/2018 e quindi oltre il termine (non sospeso, essendo esenti dalla generale sospensione dei termini tutte le opposizioni esecutive) di sessanta giorni dalla data di pubblicazione della sentenza, il quale spirava lunedì 10/09/2018.

3. Poiché l’improcedibilità preclude ogni altra questione, anche di inammissibilità (tra le altre: Cass. Sez. U. 15/05/2018, n. 11850), non può qui rilevarsi neppure l’insanabile irritualità della procura speciale rilasciata dalla ricorrente al professionista che ha formato il ricorso in suo nome.

4. Ella poteva invero avvalersi della procura generale rilasciata prima della pubblicazione della sentenza da gravare di ricorso per cassazione (per tutte: Cass. 14/01/2016, n. 474), ma la procura speciale e l’atto di autenticazione con menzione delle attività svolte dall’ufficiale rogante andavano quanto meno tradotti in italiano con traduzione ritualmente asseverata (per giurisprudenza consolidata; tra le ultime: Cass. 03/09/2019, n. 21996, ove ulteriori riferimenti; Cass. Sez. U. 05/02/2021, n. 2866).

5. Al riguardo, pur potendo trovare applicazione agli atti formati in Germania la bilaterale Convenzione di Roma del 7 giugno 1969 (ratificata con L. 12 aprile 1973, n. 176), in ogni caso la procura speciale alle liti rilasciata all’estero, quand’anche esente dall’onere di legalizzazione da parte dell’autorità consolare italiana, nonché dalla cd. “apostille”, in conformità alla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961, ovvero ad apposita convenzione bilaterale, è nulla, agli effetti della L. n. 218 del 1995, art. 12 ove non sia allegata la sua traduzione e quella relativa all’attività certificativa svolta dal notaio afferente all’attestazione che la firma è stata apposta in sua presenza da persona di cui egli abbia accertato l’identità, applicandosi agli atti prodromici al processo il principio generale della necessaria traduzione in lingua italiana a mezzo di esperto (Cass. ord. 04/04/2018, n. 8174, ove ulteriori riferimenti; Cass. 29/05/2015, n. 11165).

6. E però tali indispensabili adempimenti la ricorrente non dà prova di avere rispettato, in atti avendo versato la procura speciale redatta in lingua tedesca ed italiana il 03/09/2018 in Prijm (Repubblica federale tedesca, Land della Renania-Palatinato) e con firma autenticata da tale ” R.H., Notar” con atto redatto interamente in lingua tedesca, ma entrambi privi dell’asseverata traduzione in italiano (la prima, carente di asseverazione; il secondo, perfino della traduzione); pertanto, la procura speciale ad litem – per il presente giudizio di legittimità – della ricorrente è radicalmente irrituale, sicché, neppure essendo sanabile (non applicandosi l’art. 182 c.p.c. al giudizio di legittimità: per tutte, Cass. Sez. U. 13/06/2014, n. 13431) il conseguente vizio formale, l’intera attività difensiva svolta a nome della ricorrente sarebbe da qualificarsi inammissibile.

7. Ancora, la rilevata improcedibilità impedisce di riscontrare l’ulteriore ragione di inammissibilità consistente nella violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., nn. 3 e 6 non riportando il ricorso gli atti del grado di merito e del processo esecutivo invece assolutamente indispensabili affinché questa Corte possa anche solo prendere in considerazione il gravame: riducendosi le menzioni fattevi a sommari cenni riassuntivi degli uni e degli altri, del tutto frammentari e pertanto inidonei a tale scopo.

8. Anche tale ragione avrebbe reso impossibile esaminare il merito delle doglianze, nonché l’articolata e puntuale risposta sul punto sviluppata dal Pubblico Ministero nelle sue conclusioni scritte, con attento richiamo alla giurisprudenza di questa Corte, riferite le censure della ricorrente alla mancata comunicazione del decreto di fissazione dell’udienza di comparizione ex art. 569 c.p.c. per decidere sull’istanza di vendita del bene pignorato o dell’ordinanza del giudice dell’esecuzione che ha disposto la vendita con delega al professionista ex art. 591-bis c.p.c., comma 1.

9. La richiamata improcedibilità impedisce in radice il rilievo di ulteriori ed indipendenti profili di inammissibilità:

– quanto al primo motivo (relativo al vizio delle notifiche degli atti della procedura, anche in quanto eseguite ad un professionista legale di cui si era esclusa la qualità di difensore), per manifesta infondatezza ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, poiché non si tratterebbe mai di inesistenza, ma di nullità – in base alla nota elaborazione di questa Corte di legittimità (elaborata fin da Cass. Sez. U. 20/07/2016, n. 14916, ripresa, fra moltissime successive, anche da Cass. Sez. U. 27/12/2019, n. 34474) – e così in modo del tutto idoneo reggerebbe comunque la conclusione la ratio decidendi (non adeguatamente censurata nella presente sede) dell’idoneità di quelle comunicazioni a somministrare adeguata conoscenza della stessa pendenza del processo esecutivo;

– quanto al secondo motivo (per il quale si deduce fornita la prova della conoscenza solo nel settembre del 2015), per specifica violazione dei disposti sul contenuto del ricorso, ove neppure si allega e comunque certamente non si dimostra che il descritto episodio sia stata la prima occasione in cui di quella pendenza si sarebbe avuta conferma, una volta ammessa o comunque pacifica la conoscenza del pignoramento, che alla stessa aveva dato legittimamente luogo;

– quanto al terzo motivo (per il quale si deduce l’inammissibilità di un’opposizione agli atti esecutivi direttamente contro atti del delegato), per difetto di specificità, poiché non si riesce, in difetto della trascrizione dell’atto di opposizione, a conoscere quale ne fosse appunto l’oggetto, né se effettivamente l’odierna opponente si fosse doluta sollecitando espressamente il giudice dell’esecuzione ex art. 591-ter c.p.c. (anche per l’inammissibilità di motivi di doglianza diversi rispetto a quelli dell’atto introduttivo della fase sommaria delle opposizioni esecutive, principio ribadito da ultimo da Cass. Sez. U. 14 dicembre 2020, n. 28387);

– quanto al quarto motivo (in ordine all’immotivata reiezione dell’istanza di riduzione), per l’inammissibilità della commistione, con la causa di cognizione in cui si sostanzia l’opposizione anche nella sua fase sommaria, dell’istanza meramente esecutiva rivolta al giudice dell’esecuzione per conseguire la sola riduzione del pignoramento – commistione desunta dal fatto che nella stessa prospettazione della ricorrente l’istanza di riduzione sarebbe stata proposta con l’opposizione – e la conseguente necessità di contestare l’eventuale omissione di pronuncia od il rigetto dell’istanza di riduzione con autonoma opposizione agli atti esecutivi e mai direttamente con motivo di ricorso per cassazione avverso la sentenza a definizione dell’opposizione (ed a prescindere dalla radicale mancanza in atti di tutti i riferimenti della medesima istanza e del provvedimento di reiezione, come pure di tutti i singoli atti presupposti).

10. L’improcedibilità del ricorso ne impone allora senz’altro la declaratoria, con condanna della soccombente ricorrente alle spese del giudizio di legittimità.

11. Infine, poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono i presupposti processuali (a tanto limitandosi la declaratoria di questa Corte: Cass. Sez. U. 20/02/2020, n. 4315) per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, che ha aggiunto il comma 1-quater al testo unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13 (e mancando la possibilità di valutazioni discrezionali: tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra le innumerevoli altre successive: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dell’obbligo di versamento, in capo a parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per la stessa impugnazione.

PQM

Dichiara improcedibile il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidate in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 21 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

 

 

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