Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3649 del 13/02/2020

Cassazione civile sez. I, 13/02/2020, (ud. 15/10/2019, dep. 13/02/2020), n.3649

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – rel. Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23638/2015 proposto da:

L.E., elettivamente domiciliato in Roma, Piazza dei

Caprettari n. 70, presso lo studio Ripa di Meana e associati,

rappresentato e difeso dagli avvocati Masoni Giuseppe Matteo e

Scordino Domenico Luca, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in persona del

Ministro pro tempore, domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12

presso l’Avvocatura Generale Dello Stato, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5536/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, del

17/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/10/2019 dal cons. Dott. MELONI MARINA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

L.E. nella duplice qualità di socio unico assegnatario di tutti i rapporti facenti capo alla Adriatica Costruzioni srl e di socio unico successore a titolo universale della predetta società, nel frattempo posta in liquidazione, per effetto della avvenuta cancellazione dal Registro delle Imprese, propone ricorso per cassazione affidato a sette motivi avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma in data 11/9/2014 la quale, in riforma della sentenza di primo grado aveva condannato il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a corrispondergli la somma di Euro 7.276.462,14 oltre interessi legali dal 30 giugno 2007 (in aggiunta all’importo di Euro 33.789.064,51 già incassato dalla società il 4 aprile 2002) a fronte della maggiore somma da lui richiesta di Euro 50.633.978,84.

La sentenza impugnata, confermando sul punto la sentenza di primo grado, aveva qualificato in termini di concessione e non già di appalto pubblico il rapporto giuridico intercorso tra la Adriatica Costruzioni srl ed il Ministero LL.PP. e conseguentemente aveva escluso l’applicabilità della normativa pubblicistica di cui al D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 33, 35 e 36 come modificati dalla L. n. 741 del 1981, art. 4 che prevede l’automatica produzione di interessi alla scadenza dei termini previsti per il pagamento, in assenza di messa in mora, nonchè l’applicazione dei tassi di mora previsti dalla citata normativa pubblicistica.

In punto di fatto la società Adriatica Costruzioni srl aveva eseguito lavori ed opere in qualità di concessionaria unica ex L. n. 1402 del 1951 dei Piani di Ricostruzione riguardanti i comuni di (OMISSIS) e per tali opere era stato previsto un meccanismo rateizzato di pagamento differito con un tasso di interesse fisso. Il Ministero dei LL.PP. aveva emesso dal 1 novembre 1993 un provvedimento di fermo amministrativo con conseguente sospensione di tutti i pagamenti in favore della Concessionaria sino al recupero della somma di 27 miliardi di Lire di cui l’Amministrazione assumeva di essere creditrice.

In data 4 aprile 2002 il Ministero dei LL.PP., implicitamente revocando il fermo amministrativo, provvide al pagamento in favore della società della complessiva somma di Euro 33.789.064,51 corrispondente all’intero importo delle annualità sospese dal 1 novembre 1993 al 1 aprile 2002, affermando al contempo la non debenza degli interessi reclamati dall’attrice per tutto il periodo del fermo amministrativo e ciò in quanto, antecedentemente alla notifica della diffida in data 28 gennaio 2002, non operava la mora ex re di cui all’art. 1219 c.c., n. 3.

In riforma della sentenza di primo grado che aveva ritenuto legittimo il fermo amministrativo, la Corte di Appello di Roma lo dichiarò illegittimo ed ingiustificato sia perchè basato su un credito dell’Amministrazione di 27 miliardi di lire a fronte del maggiore credito esigibile della società, sia perchè revocato implicitamente senza alcun motivo sopravvenuto dalla stessa Amministrazione col successivo provvedimento in data 21/2/2002 che aveva ordinato la ripresa dei pagamenti. Conseguentemente la Corte di Appello di Roma condannò l’Amministrazione a pagare alla società gli interessi maturati in conseguenza del mancato tempestivo pagamento delle nove annualità scadute (dal 1993 al 2002) ai sensi dell’art. 1282 c.c. al tasso legale ex art. 1284 c.c. e non invece, come chiede il ricorrente al tasso convenzionale ex art. 1224 c.c. e quindi a versare al ricorrente la minor somma di Euro 7.276.462,14 a titolo di interessi corrispettivi calcolati al tasso legale ai sensi dell’art. 1282 c.c., rispetto al maggiore importo richiesto dal L. a titolo di interessi al tasso convenzionale ex art. 1224 c.c..

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti resiste con controricorso. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 33, 35 e 36 come modificati dalla L. n. 741 del 1981, art. 4 in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè la Corte di Appello di Roma confermando sul punto la sentenza di primo grado, aveva qualificato in termini di concessione e non già di appalto pubblico il rapporto giuridico intercorso tra la Adriatica Costruzioni srl ed il Ministero LL.PP. e, conseguentemente, aveva escluso l’applicazione della normativa pubblicistica di cui al D.P.R. n. 1063 del 1962, artt. 33, 35 e 36 come modificati dalla L. n. 741 del 1981, art. 4 che prevede l’automatica produzione di interessi alla scadenza dei termini previsti per il pagamento, in assenza di messa in mora, nonchè l’applicazione dei tassi di mora previsti dalla citata normativa pubblicistica.

Il motivo è infondato e deve essere respinto.

Infatti anzitutto risulta dai decreti ministeriali concessivi tardivamente prodotti in appello, (nel giudizio di primo grado il ricorrente non aveva prodotto tempestivamente i decreti ministeriali concessori) che la qualificazione giuridica del negozio data dalle parti) non vincolante ma significativa ai fini dell’interpretazione della volontà dei contraenti, è quella di concessione. Al riguardo il giudice di appello ha esaurientemente esaminato la posizione della società ed escluso con accertamento di merito adeguatamente motivato l’esistenza di un rapporto di appalto pubblico con conseguente non applicabilità alla fattispecie delle norme del Capitolato Generale D.P.R. n. 1063 del 1962. Allo stesso modo il giudice di appello ha accertato insindacabilmente che la concessione non risulta sottoposta alle norme che disciplinano gli interessi applicabili ai contratti di appalto pubblico di cui al D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, artt. 35 e 36 (pag.7 della sentenza impugnata). Questa Corte in fattispecie parzialmente diversa ma sovrapponibile con Sez. 1, Sentenza n. 11301 del 15/05/2009 (Rv. 608038 – 01) ha chiarito che: ” In virtù del rinvio contenuto nella L. 9 agosto 1950, n. 646, art. 8, u.c. istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno, gli appalti per la realizzazione di opere pubbliche, stipulati direttamente da detta Cassa o dagli enti cui sia stata affidata o concessa dalla Cassa la realizzazione, sono considerati alla stregua di quelli stipulati dallo Stato e ad essi debbono applicarsi le norme contenute nel capitolato generale per le opere pubbliche dello Stato, tra le quali quelle (da ritenersi inderogabili) sull’arbitrato. Qualora, però, la Cassa per il Mezzogiorno, anzichè servirsi dello strumento dell’appalto, abbia posto in essere con l’impresa, tenuta a svolgere tutte le attività necessarie per la realizzazione e la gestione temporanea delle opere, un rapporto di concessione di sola costruzione, la disciplina prevista dal capitolato generale di appalto per le opere pubbliche, approvato con D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, non può trovare applicazione..”.

Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente denuncia omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5 in relazione al richiamo operato dai decreti concessori alla normativa di cui al Capitolato generale di Appalto per le opere di competenza del Ministero dei LL.PP. approvato con D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063 di cui si è dato atto anche nei due lodi arbitrali emessi tra le stesse parti, depositati nel corso del giudizio di appello, costituenti secondo il ricorrente giudicato sostanziale esterno ai sensi dell’art. 2909 c.c. vincolante nel presente giudizio.

Sul punto il giudice di appello con congrua ed adeguata motivazione ha dichiarato di non essere stato posto in condizione di esaminare l’esplicito rinvio per relationem alla normativa speciale pubblicistica contenuto nei Decreti concessori ed il contenuto stesso dei decreti concessori di cui è stata dichiarata la tardiva allegazione con conseguente inammissibilità della irrituale produzione ex art. 345 c.p.c. (pag. 9 della sentenza).

Con il terzo motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 perchè la Corte di Appello ha ritenuto tardiva la produzione documentale di parte appellante relativa ai decreti concessori nonostante che questi ultimi, essendo indispensabili ai fini della decisione, potevano essere prodotti anche oltre il termine di cui all’art. 345 c.p.c., comma 3.

Il motivo è infondato in quanto il giudice di appello ha motivato sulla mancanza di indispensabilità dei documenti prodotti sia implicitamente che esplicitamente con riferimento alla irrilevanza dei predetti decreti affermata in primo grado dalla stessa Adriatica Costruzioni spa che aveva omesso di produrli.

A tal riguardo occorre chiarire che secondo Sez. U -, Sentenza n. 10790 del 04/05/2017: “Nel giudizio di appello, costituisce prova nuova indispensabile, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., comma 3, nel testo previgente rispetto alla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, quella di per sè idonea ad eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, smentendola o confermandola senza lasciare margini di dubbio oppure provando quel che era rimasto indimostrato o non sufficientemente provato, a prescindere dal rilievo che la parte interessata sia incorsa, per propria negligenza o per altra causa, nelle preclusioni istruttorie del primo grado.”.

Con il quarto motivo di ricorso il ricorrente denuncia omessa pronuncia in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5 su un fatto decisivo per il giudizio in relazione al richiamo operato dai decreti concessori alla normativa di cui al capitolato generale ed alla conseguente indispensabilità degli stessi ai fini della loro produzione in giudizio di appello oltre i termini, avendo lo stesso giudice di appello che ha ordinando il deposito dei lodi arbitrali, di fatto consentito la riapertura della fase istruttoria.

Il motivo è infondato sia in quanto nessuna esplicita riapertura della fase istruttoria è stata disposta da parte del giudice di appello, sia perchè non sussiste giudicato esterno costituito dai lodi arbitrali non impugnati e passati in giudicato avendo i lodi arbitrali riguardato l’eccezione di compensazione delle somme dovute e solo in via incidentale accertato gli interessi da applicare al rapporto nella misura prevista dal Capitolato Generale Appalti Pubblici.

Con il quinto motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 e 345 c.p.c. ed omessa valutazione di un fatto decisivo per il giudizio in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 perchè la Corte di Appello non ha considerato che i decreti concessori non sono mai stati contestati dal Ministero e pertanto dovevano ritenersi provati i fatti in essi rappresentati.

Il motivo è infondato in quanto i documenti sono stati prodotti tardivamente e pertanto, trovandosi al di fuori del perimetro probatorio del processo, non sussisteva per la controparte l’onere di contestarli espressamente e formalmente.

Con il sesto motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1224 e 1219 c.c. e contraddittorietà della motivazione in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 perchè la Corte di Appello di Roma dopo aver dichiarato illegittimo il provvedimento di fermo amministrativo, così riformando sul punto la sentenza di primo grado, non ha considerato che ritenuta colposa la condotta dell’Amministrazione stante l’illegittimità del provvedimento amministrativo di fermo, avrebbe dovuto riconoscere gli interessi moratori al tasso convenzionale pattuito ex art. 1224 c.c. e ciò in quanto la dichiarata illegittimità del fermo amministrativo equivaleva ad una dichiarazione di non voler adempiere da parte del contraente pubblico escludendo così la necessità di un atto formale di messa in mora ex art. 1219 c.c..

Con il settimo motivo di ricorso il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1282 e 1284 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 perchè la Corte di Appello di Roma, riconosciuta la debenza di interessi corrispettivi ai sensi dell’art. 1282 c.c. doveva calcolarli non al tasso legale ex art. 1284 c.c. bensì al tasso convenzionale ex art. 1224 c.c., cioè quello stabilito nei Decreti ministeriali concessori che richiamano la normativa di cui al Capitolato generale di Appalto per le opere di competenza del Ministero dei LL.PP. approvato con D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063.

I motivi di ricorso sesto e settimo sono infondati e devono essere respinti. Infatti anzitutto deve essere chiarito che il fermo amministrativo è un potere cautelare che l’Amministrazione pubblica esercita R.D. n. 2440 del 1923, ex art. 69, comma 6 e pertanto anche qualora illegittimamente esercitato non può essere assimilato ad una dichiarazione scritta del debitore di non voler eseguire l’obbligazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 1219 c.c..

In ogni caso considerato che il rinvio agli interessi di cui alla normativa speciale Capitolato Appalti Pubblici era contenuto nei Decreti Concessori che il giudice di appello non ha potuto esaminare in quanto tardivamente depositati in giudizio di appello oltre il termine consentito, non risulta accertata l’esistenza tra le parti di alcuna diversa pattuizione ad un tasso di interesse convenzionale rispetto a quello legale e quindi correttamente la Corte di Appello di Roma ha ritenuto inapplicabili tassi convenzionali diversi da quello legale.

In considerazione di quanto sopra il ricorso deve essere respinto con condanna del ricorrente alle spese del giudizio di legittimità a favore del controricorrente.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità a favore del controricorrente che si liquidano in Euro P.00.6ti per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello ove dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2020

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