Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36486 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. II, 24/11/2021, (ud. 15/07/2021, dep. 24/11/2021), n.36486

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27060-2016 proposto da:

P.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLA

PIRAMIDE CESTIA 31, presso lo studio dell’avvocato LEONILDA MARI,

che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

F.L., rappresentato e difeso dall’avvocato SEVERO BRUNO,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

nonché contro

C.A.M., rappresentata e difesa dall’avvocato CESARE

GASBARRI, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2475/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 19/04/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/07/2021 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza 2475/2016 del 19.4.2016 la Corte d’Appello di Roma ha respinto il gravame proposto da P.M. contro la sentenza di primo grado (Tribunale di Viterbo n. 1107/2007) che a sua volta aveva rigettato la domanda di pagamento della somma di Euro 150.000,00 da lei proposta contro F.L. e C.A.M. a titolo di risarcimento danni per avere ricevuto in ritardo il prezzo di vendita di un terreno.

Per giungere a tale conclusione la Corte di merito ha osservato:

– che la questione dedotta dall’appellante, cioè l’asserito ritardo colpevole dei convenuti nel pagamento del residuo prezzo è coperta dal giudicato, essendo stata risolta con la sentenza 2775/2001 della medesima Corte confermata in sede di legittimità nel senso della sussistenza della mora credendi in capo alla P. e non dell’inadempimento o ritardo dei convenuti nel pagamento del prezzo;

– che il godimento del terreno da parte dei convenuti-appellati sin dalla data di immissione nel possesso e la disponibilità delle somme non accettate dalla venditrice costituiva l’esercizio di un diritto ex contractu dei convenuti non inadempienti a fronte della mora credendi accertata dalle sentenze sopra menzionate.

2 Contro tale sentenza la P. ha proposto ricorso per cassazione con sette motivi contrastati con separati controricorsi dal F. e dalla C..

La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1 Ritiene il Collegio necessario far precedere l’esame dei motivi dalla ricostruzione della lunga vicenda processuale legata alla stipula del preliminare di vendita immobiliare del 7.8.1993 così come esposta nella sentenza di questa Corte n. 10701/2005 intervenuta tra le stesse parti:

“In data 7.8.1993, P.M. si impegnava a vendere a F.L. un suo terreno sito in località (OMISSIS), per il prezzo complessivo di Lire 290.000.000; nel contratto, il promissario acquirente, che aveva contestualmente alla firma versato Lire 30.000.000 a titolo di caparra confirmatoria, si obbligava a corrispondere il saldo entro il 31.12.1993, data in cui era stata fissata la stipula del definitivo, riservandosi di nominare in tale sede la persona alla quale si sarebbe dovuta trasferire la proprietà del bene. In epoca immediatamente successiva, di fronte al tribunale di Viterbo venivano proposti due giudizi: in uno di essi il F. e C.A.M. – nominata dal promissario quale parte acquirente – deducendo l’inadempimento della P., la quale aveva manifestato la volontà di sciogliersi dal contratto poco dopo la firma dello stesso, chiedevano sentenza ex art. 2932 c.c.. Nell’altro, la P. chiedeva la rescissione del contratto ex art. 1448 c.c.; i due giudizi venivano riuniti. Nel contraddittorio delle parti, il Tribunale adito decideva le due cause riunite con sentenza 29.5/4.9.1997, respingendo entrambe le domande e regolando le spese; sull’appello del F. e della C., la Corte di appello di Roma, con sentenza 20.6/31.7.2001, accoglieva l’impugnazione, osservando che il F., a prescindere dalla pure prestata offerta reale, aveva chiaramente manifestato la propria seria volontà di procedere al pagamento del prezzo con la stessa domanda di esecuzione del contratto, mentre tale disponibilità non era neppure stata contestata dalla controparte, la quale si era limitata ad evidenziare la tardività dell’offerta reale (peraltro non necessaria), e il fatto che il promissario acquirente era nel possesso del bene sin dalla firma del preliminare, dato irrilevante in quanto ciò era dipeso dal comportamento della P., che aveva manifestato la propria volontà di non procedere al trasferimento del bene, confermata dal suo comportamento successivo, sostanziatosi nella domanda di rescissione del contratto, respinta dal tribunale con sentenza non impugnata.

Per la cassazione di tale sentenza, la P. ha proposto ricorso basato su di un solo motivo, cui resistono il F. e la C. con controricorso, illustrato anche con memoria.

Con l’unico motivo in cui si articola il ricorso, la P. lamenta violazione dell’art. 2932 c.c. e vizio di motivazione, assumendo che le controparti non potevano essere considerate adempienti, atteso che avevano proposto la domanda accolta poi dalla Corte capitolina prima della scadenza del termine fissato per il saldo del prezzo ed il rogito, così mostrando di non voler concretamente rispettare quella scadenza.

Non è dato cogliere, nell’esposizione del ricordato motivo, alcuna concreta critica all’argomentare che il giudice di appello ha posto a base della diversa sua conclusione al riguardo e cioè che la proposizione della domanda ex art. 2932 c.c. conteneva in sé la offerta del pagamento del prezzo residuo; in effetti, la doglianza secondo cui l’atto di citazione non conteneva l’offerta del pagamento del prezzo appare inconferente, atteso che la stessa deve ritenersi proposta implicitamente, in ragione della natura stessa della domanda.

E’ appena il caso di aggiungere sul punto che, per altro verso, la P., avrebbe pure potuto aderire alla domanda, così ottenendo immediata pronuncia con conseguente obbligo al pagamento del saldo. Anche le considerazioni circa il mancato godimento della somma ricevuta a titolo di caparra appaiono inconsistenti, atteso che nulla avrebbe impedito alla odierna ricorrente di disporre di quella somma, che, nel caso, poi verificatosi, di accoglimento della domanda di controparte, le sarebbe comunque spettata; assai più ragionevole dedurre che la P., avendo proposto azione di rescissione per lesione, proprio nella speranza di accoglimento della sua domanda, si fosse astenuta dal disporne. La Corte capitolina ha poi desunto dal comportamento sia extra processuale che processuale della P., la sua volontà di non rispettare il preliminare e da tanto ha concluso che trovava piena giustificazione l’azione proposta dalle controparti; tale profilo non risulta minimamente esaminato in ricorso e tanto sarebbe di per sé sufficiente a sancirne l’infondatezza, che peraltro discende anche da tutte le altre ragioni sin qui esposte”.

1.1 Così ricostruito l’antefatto del presente giudizio, rileva la Corte che col primo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2932 e 2909 con riferimento agli artt. 1453 c.c. e ss. nonché degli artt. 112,115 e 116 c.p.c. dolendosi sostanzialmente della mancata pronuncia sulla domanda di pagamento del saldo del prezzo nella misura di Lire 30.000.000 (Euro 15.493,71), compreso nella domanda, corrispondente all’importo dell’assegno a suo tempo versato a titolo di caparra, non incassato e non più esigibile. Contesta la formazione del giudicato sulla questione rilevando che la domanda nasce proprio dalla “sentenza-contratto” 2775/2001.

1.2 Col secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. rimproverando alla Corte d’Appello di non avere risposto all’intera domanda che, a dire della ricorrente, doveva essere interpretata complessivamente, in quanto nella richiesta di Euro 150.000,00 era compresa la somma di Euro 15.493,71, come si legge nella citazione introduttiva e nelle motivazioni dell’appello.

1.3 Col terzo motivo la ricorrente deduce la violazione dell’art. 2909 in quanto con la precedente sentenza era stato stabilito che l’ammontare dovuto alla ricorrente fosse pari a Lire 290.000.000 (Euro. 149.772,50) mentre lei aveva ricevuto solo la somma di Lire 260.000 (Euro. 134.279,29) e nella parte espositiva la stessa sentenza aveva dato per provato il mancato incasso della somma di lire 30.000.000 (Euro. 15.493,71) perché così avevano concluso i signori F.- C..

1.4 Col quarto motivo si deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo con riguardo al capo di domanda relativo al pagamento e/o rimborso e/o risarcimento della somma di Lire 30.000.000 rimasta nella disponibilità dei signori F. C. e mai incassata dalla ricorrente.

1.5 Col quinto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1220, 1227 e 2909 in quanto essa aveva diritto quanto meno al pagamento degli interessi compensativi a far data dalla sentenza del 31.7.2001 fino all’effettivo pagamento. Nega la formazione del giudicato perché la Corte d’Appello aveva escluso gli interessi “moratori”.

1.6 Col sesto motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 1197 c.c., R.D. n. 1736 del 1933, artt. 58 e 59 e dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 115 c.p.c. non avendo considerato la Corte d’Appello che la semplice consegna dell’assegno di conto corrente non potesse soddisfare la clausola “salvo buon fine”, cui è sottoposta per legge ex art. 1197 c.c. e la conseguente inefficacia liberatoria della prestazione. La prova del pagamento mai avvenuto spettava ex art. 2697 c.c. al debitore che avrebbe potuto semplicemente assolvere l’onere della prova mediante deposito del proprio estratto di conto corrente. Inoltre, il debitore non aveva mai contestato il mancato incasso dell’assegno.

1.7 Col settimo ed ultimo motivo la ricorrente denunzia la violazione del D.M. n. 55 del 2014 e dell’art. 91 c.p.c. per avere la Corte d’Appello liquidato le spese in misura eccessiva rispetto al valore della causa e alla attività espletata dalla controparte. Osserva in particolare che l’attività e l’effettivo valore della lite dichiarato in calce all’atto di appello avrebbe dovuto indurre il giudice ad applicare i minimi del D.M. n. 55 del 2014 liquidando al più la somma di Euro 7.642,00, salva la compensazione delle spese stante il comportamento dei F.- C. non improntato a buona fede, essendo gli stessi a conoscenza del fatto che la somma di Lire 30.000.000 era rimasta nella loro piena disponibilità.

2 I primi quattro motivi nonché il sesto motivo hanno tutti attinenza alla questione del mancato incasso della somma di lire 30.000.000 di cui all’assegno bancario versato dal F. al momento della sottoscrizione del preliminare nel 1993 e pertanto si prestano a trattazione unitaria.

Ebbene tali motivi vanno dichiarati inammissibili.

Dalla lettura dell’atto di appello contro la decisione sfavorevole del Tribunale di Viterbo (sentenza n. 1107/2007), che la natura procedurale di alcune censure consente al Collegio di esaminare (cfr. tra le tante, cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 5971 del 12/03/2018 Rv. 647366; Sez. 1, Sentenza n. 2771 del 02/02/2017 Rv. 643715; Sez. 1, Sentenza n. 16164 del 30/07/2015 Rv. 636503), emerge con estrema chiarezza che la P., tramite il proprio difensore avvocato Oliveti aveva dedotto unicamente che i giudici non avevano compreso la domanda, “che non aveva la pretesa di sovvertire le sentenze richiamate dallo stesso giudice, ma introduceva un tema completamente nuovo, basato su fatti inconfutabili. La richiesta di danni, infatti, discende dalla circostanza che in ogni caso i signori F. e C., dal momento che erano stati immessi nel possesso dell’immobile contestualmente alla sottoscrizione del compromesso, avrebbero dovuto al momento della introduzione del giudizio per ottenere il trasferimento della proprietà ex art. 2932 c.c., effettuare l’offerta formale del pagamento del prezzo, con il relativo deposito della somma a termini di legge. Tale mancato incontestabile adempimento ha provocato, da un lato, un danno ingiusto alla signora P. che aveva diritto al relativo risarcimento e ha consentito, dall’altro lato, ai signori F. e C. un ingiusto arricchimento, determinato dalla disponibilità dell’intera somma costitutiva del prezzo della compravendita, quanto meno fino a quando non è stato effettuato il deposito (avvenuto in data 8.3.2002) e quindi per circa 9 anni”. Si doleva poi della mancata ammissione deli mezzi istruttori e, nella parte conclusiva dell’atto di appello, dava atto ancora una volta del fatto che i F. e C. “hanno goduto dell’immobile de quo sin dalla data dal 7.8.1993 nonché hanno potuto disporre liberamente delle somme indicate nel compromesso a titolo di prezzo dell’immobile mentre la somma indicata nell’offerta reale è stata depositata solo in data 8.3.2002….”).

Come si vede, nell’atto di appello (di cui si è trascritta l’esposizione dei motivi e della parte conclusiva) nessun accenno si rinviene alle questioni relative al mancato incasso, per scadenza dei termini fissati dalla legge speciale, dell’assegno 30.000,00 di vecchie lire versato a titolo di caparra confirmatoria dal promissario acquirente al momento della stipula del preliminare (mancato incasso – si badi bene – dovuto unicamente ad una libera scelta della P., come peraltro già puntualizzato da questa Corte con la precedente sentenza n. 10701/2005 che ha definito “inconsistenti” le considerazioni).

Oggi dunque vengono sollevate in cassazione dal nuovo difensore questioni di diritto (implicanti accertamenti in fatto) del tutto nuove, mai trattate in appello (e difatti la sentenza impugnata non ne parla), il cui esame è precluso come costantemente affermato da questa Corte: il giudizio di cassazione, infatti, ha, per sua natura, la funzione di controllare la difformità della decisione del giudice di merito dalle norme e dai principi di diritto, sicché sono precluse non soltanto le domande nuove, ma anche nuove questioni di diritto, qualora queste postulino indagini ed accertamenti di fatto non compiuti dal giudice di merito che, come tali, sono esorbitanti dal giudizio di legittimità (cfr. tra le varie, Sez. 3 -, Ordinanza n. 15196 del 12/06/2018 Rv. 649304; Sez. 2 -, Sentenza n. 14477 del 06/06/2018 Rv. 648975; Sez. 1 -, Sentenza n. 25319 del 25/10/2017 Rv. 645791; Sez. 2, Sentenza n. 19350 del 04/10/2005 Rv. 584411).

Parimenti alla Corte di Cassazione è preclusa l’interpretazione della domanda, attività riservata al giudice di merito e sindacabile solo nei ristretti limiti del rispetto del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato e del divieto di sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella espressamente e formalmente proposta (cfr. tra le varie, Sez. 2 -, Sentenza n. 5402 del 25/02/2019 Rv. 652927).

La ricorrente, senza neppure valutare la possibilità di agire autonomamente per ingiustificato arricchimento, non può oggi dolersi davanti alla Corte di Cassazione per rimediare alle conseguenze economiche sfavorevoli derivanti dalle sue scelte.

3 Inammissibile è anche il quinto motivo, non solo per le ragioni suindicate, ma anche perché investe una domanda (quella degli interessi) coperta dal giudicato, avendo già la Corte d’Appello con la citata sentenza 2775/del 2001, nel definire il giudizio ex art. 2932 c.c., “escluso il diritto al pagamento degli interessi a favore della parte promittente venditrice” (lo si evince dalla sentenza citata e lo conferma la stessa ricorrente a pagg. 2 e 23 del ricorso per cassazione). L’ampia formulazione della statuizione esclude qualunque tipo di interessi e quindi non lascia spazio alcuno a distinzioni (sulla natura compensativa degli interessi richiesti) per la prima volta avanzate in questa sede, anche perché il giudicato, come è noto, copre il dedotto e il deducibile e quindi la richiesta di corresponsione di interessi compensativi ben poteva trovare ingresso nel giudizio ex art. 2932 cc.

4 Inammissibile, infine, è il settimo ed ultimo motivo sia per difetto di specificità (perché non chiarisce un dato di fatto fondamentale e cioè quale fosse il valore della causa indicato nell’atto di appello e da tener presente dalla Corte territoriale), sia perché, pretendendo l’applicazione del minimo tabellare, sollecita una diversa valutazione dell’apprezzamento riservato esclusivamente al giudice di merito sulla scelta tra i minimi e i massimi nella liquidazione dei compensi

L’esito del giudizio comporta inevitabile addebito di spese a carico della parte soccombente ed in favore di ciascun controricorrente.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità che liquida, per ciascuno dei controricorrenti, in complessivi Euro 2.500,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 15 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

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