Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36484 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. II, 24/11/2021, (ud. 09/07/2021, dep. 24/11/2021), n.36484

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 389-2017 proposto da:

D.C.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO

n. 109, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNA SEBASTIO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ATTILIA FRACCHIA;

– ricorrente –

contro

M.G., rappresentata e difesa dall’avv. VITTORIO GATTI, e

domiciliata presso la cancelleria della Corte di Cassazione;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2149/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 16/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/07/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione ritualmente notificato D.C.V. proponeva opposizione al decreto ingiuntivo n. 1417/2013, in virtù del quale il Tribunale di Alessandria gli aveva ingiunto il pagamento, in favore di M.G., della somma di Euro 12.350,40 a titolo di corrispettivo per le prestazioni professionali rese dall’opposta in favore dell’opponente. Quest’ultimo eccepiva, in particolare, il proprio difetto di legittimazione passiva, perché il credito si riferiva in parte a prestazioni di assistenza veterinaria prestate dalla M. in relazione a cani provenienti da un allevamento del quale non sarebbe stato titolare l’opponente, bensì la moglie, ed in parte al noleggio della sala operatoria, che la M. aveva concesso in uso al figlio dell’opponente, D.C.A., anch’egli veterinario. L’opponente spiegava inoltre domanda riconvenzionale per la condanna della M. al pagamento della somma di Euro 800 oltre iva, a titolo di corrispettivo di un cane proveniente dal predetto allevamento.

Nella resistenza della M., il Tribunale, con sentenza n. 313/2015, accoglieva la riconvenzionale relativa al corrispettivo dovuto per il cane prelevato dalla M., rigettando nel resto l’opposizione e condannando l’opponente al pagamento dei 4/5 delle spese di lite, che compensava per il restante quinto.

Interponeva appello avverso detta decisione il D.C. e la Corte di Appello di Torino, nella resistenza della M., accoglieva in parte il gravame, ritenendo non dovuto dall’appellante anche il compenso per il noleggio della sala operatoria. La Corte distrettuale, quindi, condannava il D.C. al pagamento della minor somma di Euro 11.550, confermando anche per il grado di appello il governo delle spese di lite operato dal primo giudice.

Propone ricorso per la cassazione di detta sentenza D.C.V., affidandosi a quattro motivi.

Resiste con controricorso M.G..

La parte ricorrente ha depositato memoria eccependo l’inammissibilità del controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Preliminarmente va esaminata, e respinta, l’eccezione di inammissibilità del controricorso sollevata dalla parte ricorrente con la memoria depositata in prossimità dell’adunanza camerale. Nel ricorso, infatti, erano state indicate ambedue le caselle di posta elettronica certificata, del difensore e del domiciliatario, senza alcuna indicazione circa la prevalenza dell’una sull’altra, né in relazione all’intento della parte di ricevere le notificazioni e comunicazioni inerenti al presente giudizio di legittimità esclusivamente all’uno, o all’altro, dei due richiamati indirizzi di posta elettronica certificata. Ne deriva la ritualità della notificazione del controricorso, eseguita presso la casella di posta elettronica certificata del domiciliatario e debitamente pervenuta a conoscenza del ricorrente.

Passando ai motivi del ricorso, con il primo di essi il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 2697,1372,1411,2729 e 2730 c.c., artt. 115,116 e 228 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte di Appello avrebbe erroneamente configurato un rapporto contrattuale tra le parti, pur avendo il D.C. disconosciuto di aver mai conferito alcun incarico alla M.. Ad avviso del ricorrente, il giudice di merito avrebbe erroneamente ritenuto di poter configurare il rapporto contrattuale di cui anzidetto sulla base di elementi in realtà non idonei a tal fine, come ad esempio il fatto che il D.C. avesse chiesto la condanna della M. al pagamento del compenso dovuto per l’acquisto di un cane proveniente dall’allevamento e che le schede di proprietà degli animali recassero tutte la firma del medesimo D.C.. Detti elementi, secondo il ricorrente, non sarebbero in realtà idonei, in quanto le prestazioni veterinarie non devono necessariamente essere ordinate dal proprietario dell’animale. A fronte dell’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dal D.C., la M. avrebbe dovuto dimostrare che effettivamente l’incarico le era stato conferito dall’odierno ricorrente, e non invece dalla moglie, proprietaria dell’allevamento dal quale provenivano i cani di proprietà del D.C. ed oggetto delle prestazioni veterinarie di cui è causa.

Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, perché la Corte di Appello avrebbe omesso di pronunciarsi sulla domanda – proposta dal D.C. – di determinazione del compenso eventualmente dovuto alla M.. Ad avviso del ricorrente, poiché le prestazioni oggetto di causa sono state rese dalla M. successivamente all’entrata in vigore del D.L. n. 1 del 2012, che ha abolito le tariffe professionali rendendo sempre necessario un accordo tra professionista e cliente, il giudice di merito avrebbe dovuto anche determinare il quantum dovuto alla veterinaria, sulla base delle prestazioni effettivamente rese da quest’ultima.

Le due censure, tra loro connesse e suscettibili di esame congiunto, sono inammissibili.

La Corte di Appello ha ritenuto che il fatto che il D.C. avesse chiesto la condanna della M. al pagamento del corrispettivo del cane prelevato dall’allevamento evidenziasse l’impossibilità dello stesso di protestarsi estraneo alla gestione dell’allevamento dal quale provenivano tanto l’animale prelevato dalla veterinaria, che tutti gli altri sui quali quest’ultima aveva svolto le proprie prestazioni professionali. Ha inoltre evidenziato che il D.C. risultava proprietario di tutti i cani trattati dalla M.; ed ha infine evidenziato che lo stesso aveva soltanto dedotto, ma non provato, che l’allevamento fosse di proprietà della moglie (cfr. pag. 6 della sentenza impugnata), con statuizione – quest’ultima – che il ricorrente neppure attinge in modo specifico. Il complessivo ragionamento seguito dal giudice di merito è evidentemente fondato sull’interpretazione delle risultanze istruttorie, incensurabile in questa sede, dovendosi ribadire il principio secondo cui “L’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonché la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 12362 del 24/05/2006, Rv. 589595: conf. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 11511 del 23/05/2014, Rv. 631448; Cass. Sez. L, Sentenza n. 13485 del 13/06/2014, Rv. 631330).

Peraltro, è opportuno evidenziare che dalla sentenza impugnata emerge che il D.C. non aveva specificamente contestato i fatti addotti dalla M. in prime cure, né disconosciuto le sue firme sui documenti prodotti dalla stessa (cfr. ancora pag. 6, in fondo). Egli, dunque, non aveva adempiuto all’onere, su di lui gravante, di dimostrare la sua estraneità al rapporto con la M. ed all’allevamento dal quale provenivano, pacificamente, i cani di cui è causa.

Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta l’irriducibile contrasto logico della motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, perché la Corte di Appello avrebbe dovuto detrarre l’importo di Euro 800, relativo al noleggio della sala operatoria, non già dal netto indicato nella fattura emessa dalla M., bensì dall’imponibile, con conseguente limitazione dell’importo predetto (pari ad Euro 10.006,80) ad Euro 9.206,80.

La censura è fondata, in quanto l’importo di Euro 800, esposto dalla M., nella sua parcella, tra le voci imponibili, avrebbe dovuto essere detratto dal totale dell’imponibile, e non invece dal netto del documento fiscale, derivante dal calcolo, sul predetto imponibile, delle imposte e contributi previsti dalla legge a carico del cliente.

Con il quarto motivo, il ricorrente lamenta infine la violazione dell’art. 1219 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perché la Corte di Appello avrebbe erroneamente riconosciuto alla M. gli interessi sulla somma dovuta a far data dalla messa in mora, e non invece dalla sentenza, con la quale soltanto, in presenza di contestazioni sul quantum, è stata determinata la somma effettivamente dovuta alla veterinaria.

La censura è inammissibile.

Trattandosi di debito di natura pecuniaria, gli interessi competono al creditore a decorrere dalla messa in mora, in ottemperanza al principio generale di cui al combinato disposto degli artt. 1218 e 1282 c.c.

In definitiva, vanno dichiarati inammissibili il primo, secondo e quarto motivo, mentre va accolto il terzo. Non essendo necessario alcun ulteriore accertamento di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, detraendo dall’imponibile esposto in parcella dalla M. la somma di Euro 800 e riconoscendo dunque a quest’ultima la somma di Euro 9.206,80 oltre accessori. Dal totale risultante da quest’ultimo calcolo, andrà poi detratto l’ulteriore importo di Euro 800 oltre i.v.a., dovuto dalla M. a titolo di corrispettivo del cane dalla stessa prelevato dall’allevamento del D.C., oggetto di statuizione della decisione di merito non attinta dai motivi di ricorso. Sulla somma risultante, spettano alla M. gli interessi, con la decorrenza già riconosciuta dal giudice di merito.

In relazione al giudizio di seconda istanza, merita di essere confermata la statuizione sulle spese operata dalla Corte territoriale, che già ne aveva disposto la compensazione parziale tra le parti. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno invece compensate integralmente, in ragione della marginalità del profilo per il quale il ricorso è accolto.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibili primo, secondo e quarto motivo di ricorso ed accoglie il terzo. Cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e, decidendo la causa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.c., comma 2, condanna D.C.V. a pagare a M.G. la somma di Euro 9.206,80 oltre accessori di legge, al netto dell’importo di Euro 800 oltre i.v.a., che dovrà essere detratto dal totale dovuto alla M.. Condanna altresì D.C.V. al pagamento, sulla somma risultante a suo debito all’esito dei calcoli che precedono, degli interessi in misura legale a decorrere dalla messa in mora. Conferma la statuizione sulle spese contenuta nella sentenza impugnata, relativamente al giudizio di secondo grado, e compensa per intero tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 9 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

 

 

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