Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36475 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. II, 24/11/2021, (ud. 01/04/2021, dep. 24/11/2021), n.36475

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – rel. Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25577-2019 proposto da:

M.H., rappresentato e difeso dall’avvocato MASSIMO GENTILI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– controricorrente –

contro

COMMISSIONE TERRITORIALE per il riconoscimento della Protezione

Internazionale di Roma (OMISSIS) – Sezione di Ancona, in persona del

Presidente pro tempore;

– intimati –

avverso la sentenza n. 226/2019 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 18/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/04/2021 dal Presidente Dott. FELICE MANNA:

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza n. 711/2016 la Corte d’appello d’Ancona rigettava l’impugnazione proposta da M.H., cittadino (OMISSIS) nato nel (OMISSIS), avverso l’ordinanza del Tribunale locale, che a sua volta aveva respinto la domanda di protezione internazionale e umanitaria che questi aveva proposto innanzi alla Commissione territoriale.

Su ricorso del richiedente questa Corte, con ordinanza n. 5086/18, cassava la decisione d’appello, con rinvio alla medesima Corte territoriale, limitatamente al rigetto della domanda di protezione umanitaria, motivato in maniera apparente sulla base del mero automatismo reiettivo della domanda volta ad ottenere la protezione maggiore.

Riassunto il giudizio, la Corte dorica con sentenza n. 226/19, rigettava la domanda.

Limitatamente a quanto ancora rileva in questa sede di legittimità, la Corte distrettuale, premesso che il rilascio di un permesso di natura umanitaria deve fondarsi su situazioni di vulnerabilità specifiche, espressamente dedotte e contestualizzate dal richiedente, osservava che quest’ultimo, con riguardo alla propria condizione soggettiva, non aveva dedotto alcun grave e specifico scompenso fisico o psicologico relativo agli accadimenti occorsi nel suo Paese; e che d’altra parte la narrazione dell’interessato era risultata complessivamente inverosimile.

Quanto alla condizione oggettiva della regione da cui proveniva il richiedente, detta Corte rilevava che tale zona del (OMISSIS), pur presentando situazioni di criticità non versava in condizioni di emergenza umanitaria.

Infine, relativamente alla possibilità di riconoscere la protezione umanitaria in base all’eventuale percorso di integrazione del richiedente, la Corte marchigiana osservava che questi non aveva fornito elementi utili a dimostrarlo, sicché nulla predicava un’effettiva integrazione di lui nel tessuto sociale italiano, con conseguente prospettiva di una vita libera e dignitosa, anche sotto l’aspetto economico.

Avverso tale sentenza il richiedente propone ricorso affidato ad un solo motivo. Il Ministero dell’Interno resiste con controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione camerale ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – L’unico motivo d’impugnazione deduce la “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione” nonché l’errata applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6. Detta norma, sostiene parte ricorrente, non enunciando in via esemplificativa quali debbano essere considerati i seri motivi che consentono di accordare la protezione umanitaria, deve ritenersi di ampia interpretazione. Ad essa, pertanto, possono essere ricondotti sia i bisogni derivanti da particolari condizioni di vulnerabilità dei soggetti, sia situazioni riferibili al Paese di provenienza, quali grave instabilità politica, violenza diffusa, insufficiente tutela dei diritti umani, carestie, disastri ambientali ecc. Come pure rileverebbero il pericolo di tortura e la sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti.

Conclude affermando che il richiedente è in Italia dal 2013, ha trovato un lavoro e parla correttamente la lingua italiana, per cui deve ritenersi ormai integrato nel tessuto sociale del Paese d’accoglienza.

2. – Il motivo incorre in multiple cause d’inammissibilità.

In tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (n. 26874/18, pronunciata in fattispecie ante D.L. n. 83 del 2012).

La censura di “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione” è altrettanto inammissibilmente formulata con riferimento al paradigma normativo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 nel testo anteriore alle modifiche apportatevi dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012, le quali tale controllo motivazionale non consentono più (cfr. S.U. n. 8053/14, secondo cui la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione).

Il motivo di ricorso per cassazione deve possedere i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata (cfr. n. 20652/09), di talché esso è inammissibile ove eluda o ad ogni modo non si confronti con la ratio decidendi che sostiene il provvedimento impugnato.

Da ultimo, il ricorso è inammissibile, ai sensi dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1, come (re)interpretato da S.U. n. 7155/17, allorché la decisione impugnata sia conforme alla costante giurisprudenza della Corte di cassazione, e i motivi non offrano elementi per mutare tale orientamento.

2.1. – Nello specifico, il motivo: a) fa commistione, senza alcuna coerenza logica che consenta di isolare l’una critica dall’altra, di censure di violazione di legge e di difetto motivazionale; h) suppone ancora esistente il testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 anteriore alle modifiche di cui al D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012; c) non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata, perché non indica né come né in qual atto processuale parte ricorrente avrebbe dedotto fatti suscettibili di inquadrarsi in situazioni di vulnerabilità soggettiva, ovvero fatti dimostrativi l’asserito radicamento socio-lavorativo del richiedente nel Paese d’accoglienza, gli uni e gli altri esclusi dalla Corte d’appello; infine, c/) esso disattende, senza nessuna plausibile motivazione di contrasto, il costante orientamento di questa Corte, in base al quale la protezione umanitaria ha carattere individuale (al pari di quella internazionale, eccetto il caso della al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c: cfr. 9304/19, 17185/20, 19224/20 e 2387/21), sicché non è dato desumerne le condizioni dal rischio-paese di provenienza, che accomuna ogni persona di pari condizione sociale ed economica che ivi conduca la propria esistenza.

3. – In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile.

4. – Nulla per le spese, atteso che il controricorso del Ministero, ancorché correttamente intestato (reca i corrispondenti numero di RG e nome del ricorrente), non contiene il benché minimo riferimento (processuale o di merito) alla vicenda in oggetto.

5. – Ricorrono i presupposti processuali per il raddoppio, a carico del ricorrente, del contributo unificato, se dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Sussistono a carico del ricorrente i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 1 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

 

 

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