Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 36457 del 24/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/11/2021, (ud. 08/07/2021, dep. 24/11/2021), n.36457

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29079-2020 proposto da:

F.M.C., F.B., E.A.,

F.M., elettivamente domiciliati in ROMA, C.SO TRIESTE 109,

presso lo studio dell’avvocato DONATO MONDELLI, che li rappresenta e

difende unitamente all’avvocato MICHELE MONDELLI;

– ricorrenti –

contro

FO.PI., C.M., rappresentati e difesi dall’avvocato

BERARDINO ARENA;

– controricorrenti –

e contro

COMUNE DI SAN GIOVANNI ROTONDO;

– intimato –

avverso l’ordinanza n. 21869/2020 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

depositata il 09/10/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/07/2021 dal Consigliere ANTONIO SCARPA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

E.A., F.A., F.B., F.M. e F.M.C. hanno proposto ricorso articolato in unico complesso motivo per la revocazione della ordinanza n. 21869/2020 del 9 ottobre 2020 della Corte di Cassazione.

Fo.Pi. e C.M. si difendono con controricorso.

Il Comune di San Giovanni Rotondo non ha svolto attività difensive.

Su proposta del relatore, ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., comma 4, e dell’art. 380-bis c.p.c., commi 1 e 2, che ravvisava l’inammissibilità del ricorso, il presidente fissava con decreto l’adunanza della Corte perché la controversia venisse trattata in Camera di consiglio nell’osservanza delle citate disposizioni.

I ricorrenti e i controricorrenti hanno presentato memoria.

Questa Corte, con l’ordinanza n. 21869/2020 del 9 ottobre 2020, accolse il ricorso di Fo.Pi. e C.M. contro la sentenza n. 1819/2015 della Corte d’appello di Bari. La Corte di Bari aveva dichiarato inammissibile l’appello formulato da Fo.Pi. e C.M. contro la decisione del Tribunale di Foggia, in quanto il gravame era stato notificato a F.G., già morto durante il giudizio di primo grado. La Corte di Cassazione, accogliendo i due motivi di ricorso, ha affermato che:

“Diversamente da quanto affermato dalla Corte barese nell’impugnata sentenza, gli atti di appello – formulati dagli odierni ricorrenti – avrebbero dovuto essere ritenuti legittimamente proposti – e, quindi, ammissibili – perché essi erano stati notificati nel domicilio eletto presso il difensore ritualmente costituito per il F.G., il quale, perciò, in difetto della dichiarazione o notificazione dell’evento interruttivo nel corso del giudizio di primo grado riconducibile al sopravvenuto decesso del suo assistito, aveva continuato a rappresentarlo agli effetti della legittimazione a ricevere la notificazione degli appelli quale domiciliatario, in virtù dell’applicazione del suddetto principio dell’ultrattività del mandato. Al fine del raggiungimento di tale conclusione il collegio osserva come, in punto di fatto, la Corte di appello abbia constatato che il procuratore del F.G. (presso il cui domicilio erano stati poi notificati gli atti di appello) non aveva mai dichiarato, affinché il giudizio potesse essere interrotto, l’evento della morte del proprio assistito nel corso di giudizio di primo grado (né nell’ambito di fasi incidentali dello stesso, essendo rimasto accertato che il giudizio principale era comunque proseguito tra le parti originarie in difetto di tale formale dichiarazione e in mancanza di una costituzione in senso proprio dei successori, quali interventori nel giudizio medesimo, con esclusione della continuazione nei confronti del dante causa diversamente da quanto verificatosi nella fattispecie), circostanza, questa, già accertata dal giudice di prima istanza. Tuttavia, la Corte barese, per avallare la soluzione adottata, ha ritenuto che gli eredi del F.G. avrebbero dovuto considerarsi costituiti nel giudizio di prime cure “quantomeno” mediante la memoria di replica che era stata depositata nel loro interesse ai sensi dell’art. 190 c.p.c., una volta che il Tribunale di Foggia aveva incamerato la causa a sentenza. Quest’ultimo assunto non è giuridicamente corretto poiché deve ritenersi che, una volta introitata in decisione la causa, non può considerarsi valida una costituzione in giudizio che avvenga con memorie di replica autorizzate ai sensi del codice di rito, citato art. 190. Esse, infatti, hanno una mera funzione illustrativa delle precedenti difese espletate in giudizio, che, inequivocamente, erano nel caso di specie – in difetto di una precedente formale costituzione volontaria dei successori e, ancor prima, di una dichiarazione univoca dell’intervenuto decesso del dante causa (che, altrettanto inidoneamente non avrebbe potuto essere resa con la memoria di replica) – riferibili ancora al F.G., nel cui interesse il suo procuratore (che, come più volte rimarcato, non aveva reso alcuna formale dichiarazione, in corso di causa, del decesso dell’appena citato F.) aveva già depositato la presupposta comparsa conclusionale…. (La) Corte territoriale (..), perciò, avrebbe dovuto ritenere validamente eseguita la notificazione degli atti di appello nel domicilio eletto presso il difensore costituito in primo grado e che rappresentava il F.G. (…)”.

Il ricorso per revocazione deduce l’errore addebitato all’ordinanza n. 21869/2020 quanto alla mancata considerazione del ricorso cautelare in corso di causa e della citazione per chiamata di terzo ex art. 107 c.p.c., atti nei quali E.A., F.A., F.B., F.M. e F.M.C. si erano costituiti quali successori del defunto F.G.. Di tale circostanza dava atto la stessa sentenza della Corte d’appello di Bari, la quale scriveva: “essi avevano già proposto, in corso di causa, un procedimento cautelare nei confronti dei coniugi Fo.- C., introdotto con ricorso depositato il 5 gennaio 2012”.

Va premesso come:

1) l’impugnazione per revocazione delle decisioni della Corte di cassazione è ammessa nell’ipotesi di errore compiuto nella lettura degli atti interni al giudizio di legittimità, errore che presuppone l’esistenza di divergenti rappresentazioni dello stesso oggetto, emergenti una dalla sentenza e l’altra dagli atti e documenti di causa che la Corte esamina direttamente nell’ambito del motivo di ricorso o delle questioni rilevabili d’ufficio (Cass. Sez. U, 27/11/2019, n. 31032);

2) alla stregua dell’orientamento sancito da Cass. Sez. 6, 17/05/2018, n. 12046, il ricorso per revocazione delle pronunce di cassazione con rinvio (quale quella oggetto dell’impugnazione in esame) deve ritenersi inammissibile soltanto se l’errore revocatorio enunciato abbia portato all’omesso esame di eccezioni, questioni o tesi difensive che possano costituire oggetto di una nuova, libera ed autonoma valutazione da parte del giudice del rinvio, ma non anche se la pronuncia di accoglimento sia fondata su di un vizio processuale dovuto ad un errore di fatto o se il fatto di cui si denuncia l’errore percettivo sia assunto come decisivo nell’enunciazione del principio di diritto, o, nell’economia della sentenza, sia stato determinante per condurre all’annullamento per vizio di motivazione.

Ora, anche ad ipotizzare che l’ordinanza n. 21869/2020 fosse incorsa in errore, giacché fondata sulla supposizione che mancasse “una precedente formale costituzione volontaria dei successori” di F.G. prima della memoria di replica, tale errore non rivelerebbe l’essenziale carattere decisivo, in quanto non costituirebbe comunque una ragione determinante ed ineliminabile nell’economia della decisione che ha condotto all’accoglimento del ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari (cfr. Cass. Sez. 2, 02/08/2019, n. 20856; Cass. Sez. 6, 17/05/2018, n. 12046; Cass. Sez. L, 04/11/2015, n. 22520; Cass. Sez. L, 14/11/2014, n. 24334).

Invero, secondo la giurisprudenza di questa Corte, qualora la notificazione dell’atto di appello sia stata effettuata, come nella specie, nei confronti del procuratore della parte deceduta nel corso del giudizio di primo grado e non degli eredi, sebbene la controparte fosse a conoscenza dell’evento per effetto della costituzione degli stessi in prosecuzione, la nullità dell’impugnazione rivolta verso il defunto è sanata, con efficacia “ex tunc”, dalla costituzione in giudizio degli eredi (parimenti nella specie avvenuta), i cui effetti risalgono sino al momento della notificazione dell’atto di appello, impedendo il passaggio in giudicato della decisione impugnata. (Cass. Sez. 2, 14/03/2016, n. 4935; Cass. Sez. 6 – 2, 12/07/2013, n. 17298; Cass. Sez. 2, 19/11/2010, n. 23522).

Nella memoria i ricorrenti, in replica alle informazioni circa le ragioni dell’avvio del ricorso alla trattazione in adunanza camerale contenute nella proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., hanno avuto cura di evidenziare che “nel caso in esame, NON era AFFETTA DA NULLITA’ la NOTIFICA del gravame al procuratore della parte defunta nel corso del giudizio di primo grado di cui sia stata dichiarato il decesso…, ma si è verificata la NULLITA’ DELL’IMPUGNAZIONE, per vizi della vocatio in jus, con conseguente derivata INAMMISSIBILITA’ dell’impugnazione”; e che “non era però più possibile la sanatoria della nullità…, in quanto la costituzione degli eredi della parte defunta è avvenuta presso la cancelleria della Corte di Appello di Bari il 14/01/2015, oltre un anno DOPO che era intervenuta decadenza dall’impugnazione ex art. 327 c.p.c., atteso che la sentenza gravata (n. 1128/2012) era stata pubblicata il (OMISSIS), l’atto di appello notificato al procuratore del defunto il (OMISSIS), l’udienza di spedizione il (OMISSIS), l’udienza di precisazione il (OMISSIS)”. Tali considerazioni mostrano di fraintendere del tutto i principi enunciati dalla richiamata giurisprudenza: si tratta, per l’appunto, di nullità dell’impugnazione per vizio relativo alla “vocatio in jus” correlato al requisito di cui all’art. 163 c.p.c., comma 3, n. 2, nullità tuttavia sanata, con efficacia “ex tunc”, ai sensi dell’art. 164 c.p.c., nel testo novellato dalla L. 26 novembre 1990, n. 353, dalla costituzione in giudizio degli eredi, sicché non si realizza il passaggio in giudicato della sentenza impugnata.

E’ poi inammissibile, nel presente giudizio di revocazione di decisione della Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 391-bis c.p.c., la deduzione (contenuta sempre nella memoria ex art. 380-bis c.p.c., comma 2, presentata dai ricorrenti) inerente al giudicato esterno che si vorrebbe portato dalla sentenza n. 1271/2018 resa dalla Corte d’appello di Bari, e dunque formatosi in data antecedente alla pronuncia di cassazione revocanda, senza che l’esistenza di tale giudicato fosse stata allegata nel corso del giudizio di legittimità.

Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile e, in ragione della soccombenza, i ricorrenti vanno condannati in solido a rimborsare ai controricorrenti le spese del giudizio di revocazione, liquidate in dispositivo, con distrazione in favore dell’avvocato Berardino Arena ex art. 93 c.p.c.. Non occorre provvedere al riguardo per il Comune di San Giovanni Rotondo, il quale non ha svolto attività difensive.

Va negata la domanda per il pagamento “di una somma equitativamente determinata ai sensi e per gli effetti dell’art. 96 c.p.c., comma 2 (rectius comma 3)”, proposta dai controricorrenti.

In via preliminare, trova applicazione in questo giudizio di legittimità, piuttosto, l’art. 385 c.p.c., comma 4, giacché la L. n. 69 del 2009, art. 46, comma 20, che ne ha disposto l’abrogazione, si applica soltanto ai giudizi instaurati dopo il 4 luglio 2009. E’ agevole comunque escludere che il ricorso per revocazione sia stato proposto con colpa grave, ovvero senza aver adoperato la normale diligenza per acquisire coscienza della sua integrale infondatezza.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che ha aggiunto al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, il comma 1-quater – dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione dichiarata inammissibile.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna in solido i ricorrenti a rimborsare le spese sostenute nel giudizio di revocazione dai controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge, con distrazione in favore dell’avvocato Berardino Arena ex art. 93 c.p.c..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 8 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 novembre 2021

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